8 aprile 2016

Oltre al danno, la beffa

Cari Oracolanti, torno su questi lidi dopo quasi un anno dal mio ultimo post, con una bella notizia e uno sfogo. Ora mi sfogo, per la nius vi faccio aspettare :P

Dallo scorso marzo sono senza lavoro - non che possa vantare chissà quale curriculum recente, dato che avevo iniziato a luglio con un contratto a tempo determinato.
Visto che ora mi trovo a essere ufficialmente disoccupata e che le prospettive di trovare un nuovo impiego non sono rosee, ho deciso di avvalermi di un diritto che, nelle occasioni passate, non avevo mai richiesto: l'esenzione del ticket.

Stamattina mi metto al pc e cerco quale siano i requisiti e la procedura per la richiesta nella mia Ulss: serve un'autodichiarazione sullo stato di disoccupazione, che l'ufficio amministrativo confronta con il Centro per l'Impiego (ovviamente bisogna essere iscritti, cosa fondamentale per chiedere la disoccupazione).

Evviva, è facilissimo!

Come no.

Come requisito accessorio e fondamentale, viene richiesto un reddito familiare complessivo non superiore a 12mila euro (circa, compreso il figlio a carico), reddito percepito nell'anno precedente la richiesta.

Ora. Se questa non è una presa per il culo io sono la Regina Elisabetta.
Io sono disoccupata. Apollo è disoccupato pure lui da inizio anno. Apelle per ovvi motivi non può lavorare. Al momento siamo ancora in attesa della conferma della disoccupazione, il che vuol dire che non abbiamo entrate. Il che vuol dire che se ho necessità di farmi un esame del sangue, quei caxxo di 40 euro che devo pagare mi pesano parecchio.

E vorrei capire perché se l'anno scorso ho lavorato, adesso che sono nella cacca non ho diritto a niente. Sono senza soldi adesso.
Cosa devo fare? Augurarmi di restare senza lavoro, sia io che Apollo, per tutto l'anno e pure l'anno prossimo? Perché solo in questo caso avremmo diritto all'esenzione.

E poi si stupiscono che la gente emigra.

6 maggio 2015

Ritorno al passato

A 10 anni dalla (prima) laurea e dopo 4 e mezzo dalla seconda, sono tornata in

terracqua veneziana. Era da un po' che mi frullava per la testa, come se sentissi il bisogno di fare i conti con quella parte di me che ho lasciato indietro, a costo di provocare un terremoto emotivo nel rimettere piede nel luogo in cui, forse per la prima e unica volta nella mia vita, sono stata veramente Io.
Svevo già provato a programmare l'incursione un paio di settimane fa, ma il prof con cui volevo parlare non poteva. Stavolta invece non ho avvisato nessuno (ça va sans dire, il prof di cui sopra nemmeno c'era).
Porto il pupo dalla nonna, recupero la micromacchina dai miei in previsione di un parcheggio zeppo, e mi dirigo alla stazione. Già i biglietti sono diversi da quelli di 5 anni fa, stampati con le macchinette del lotto, e da qui in poi è stata tutta una sorpresa.
Oddyo, il freddo artico del treno me lo ricordavo bene.
Scambio di messaggi con la cugina veneziana (una volta ero io, sigh), ci troviamo per un caffè? Vieni a San Luca. E dove cavolo è San Luca? Io che conoscevo Venezia a menadito, doppio sigh.
Arrivo a Santa Lucia, ma mi par di essere finita alla Nave de Vero, tutta un negozio fighetto dietro l'altro. Addio biglietteria col mosaico (ehi, dov'è finito il mosaico??), addio bar all'ingresso. Ora trovi un pianoforte, ne sentivamo proprio il bisogno.
Una volta sul ponte degli Scazzi c'erano abbulanti che vendevano i gattini a molla, o quelle cose modellabili colorate; ora ci sono i pakistani che ti fanno lo sgambetto col manico telescopico per i selfie. Ma andatevene tutti a farvi un tuffo nel canale!
Tonolo c'è, per fortuna, anche se non ho avuto il coraggio di rischiare la delusione di un bignè non all'altezza dei miei ricordi. C'è anche il barcarolo che vende la frutta, sempre allo stesso posto, dietro San Barnaba.
Sono passata al mio vecchio collegio, tutte le suore sono cambiate, è andata via anche Caterina che lavorava in amministrazione.
L'Accademia vecchia è stata un trauma: vedere il soffitto della mia aula di pittura con faretti moderni al posto degli sgangherati neon, per non parlare di quello che era il passaggio dal cortile di ingresso a quello Palladiano, tra le macchinette del caffè e le toilette, che ora è chiuso da una vetrata sciccosissima.
E Gino Panino? Dove sono finiti i tavolini di alluminio da 4 soldi? Perché c'è il gelato artigianale? E cosa sarebbe questa storia della divisa in bianco e nero? E i tavolini di marmo noooo!!
Poi arrivo agli Incurabili, dalle calli verso l'entrata posteriore, e vengo accolta da quel profumo inconfondibile di trementina, olio di lino e solvente.
Entro dall'ingresso principale e non solo trovo il vecchio portinaio, ma pure si ricordava di me ed è stato felicissimo di vedermi! Mi son commossa.
Gli studenti sono sempre uguali, e anche i corridoi sono il solito labirinto di tele e cavalletti.
Entro nell'aula di pittura, sento da lontano la voce del Capo, ma intuisco che è occupato. Una ragazza sta facendo fare un giro a degli amici, credo, e dice "di qua non possiamo entrare, c'è quello cattivo". Certe cose non cambiano mai.
Salgo in cerca del prof di anatomia, che dopo un bel po' di attesa scopro non essere in sede, amen.
Torno in aula di pittura, il Capo si è spostato e mi arrischio a metter dentro la testa. Mi saluta e mi fa pure accomodare, nonostante fosse a colloquio con tre studenti. Mi propone di riscrivere lo statuto, mi stava per scappare la battutaccia ma mi sono trattenuta...poi mi definisce "brava a disegnare, più restia a dipingere". Caspita, dirle prima 'ste cose no, eh? Tipo 12-14 anni fa?
Che strano, ritrovarmi timida e spaurita come alle revisioni del primo anno. Io che alla fine gli tenevo pure testa nelle discussioni.
È stato un incontro imbarazzato e breve, troppo breve. Mi sono un po' pentita di non essere rimasta, di non aver aspettato un secondo incontro.
Me ne sono andata con una gran malinconia, dopo aver salutato le modelle di pittura che pure si ricordavano ancora di me.
Lo schiaffo di emozioni che mi aspettavo non è arrivato. È stata una gita strana, ero io eppure non ero io. E sì, non ci si bagna due volte nello stesso fiume e blablabla.
A parlare col Capo mi son sentita un po' banale, sposata, faccio la mamma...quando in Acca ero combattiva e piena di sogni. Ci ho messo l'anima in tutto, non solo nello studio, ma anche come rappresentante degli studenti. Sono stati anni importanti, la prima Consulta, l'autonomia, la specialistica e il triennio. Ho partecipato a riunioni, collaborato a scrivere lo statuto, contribuito alle basi di quella che è oggi l'Accademia. Se la chiamo la "mia" scuola, è perché l'ho proprio fatta.
Dopo la laurea, non ho trovato altro per cui sentissi di poter combattere altrettanto, in cui mettermi anima e corpo, per cui provare la stessa passione.  L'ho voluta con tutte le mie forze. Con grande difficoltà sono riuscita ad emergere del mio blob personale e diventare me stessa. Per poi perdermi di nuovo appena varcato il portone.
Speravo di ritrovarmi, o di trovare almeno un pezzettino di quella che ero. Brillante, determinata, stimata.
Non è che non sono contenta di dove sono adesso, anzi, non rinuncerei per niente al mondo ad Apollo e Apelle. Ma mi manca qualcosa. Mi manco io.
Mi manca quella che avrebbe detto al Capo "questi studenti sono come eravamo noi, spaventati da lei perché non si sa mai se diciamo una parola di troppo o una in meno, se usiamo il termine corretto, se la nostra idea funziona o se la manderà su tutte le furie. E dopo aver passato anni col terrore di un confronto, ti ritrovi a sentirti rivolgere una verità che avresti pagato oro per conoscere allora. E capisci che è solo una facciata, e che la paura ci toglie la possibilità di crescere. A meno che non la vinciamo, come ho fatto io. Anche questa è una prova, e se ho iniziato pensando di dirle che sta sbagliando, ora che sono arrivata qua capisco che sta facendo bene. Per questo lei è il Capo". E avrei accettato quella sigaretta, puntualmente offerta e puntualmente rifiutata, solo per vedere che faccia avrebbe fatto.

Sono tornata a casa dopo un giro e quattro chiacchiere con la cugina veneziana. Nel portafoglio 10,40 euro di meno, un biglietto di andata e ritorno in un posto che mi sembra lontano anni luce ma che ad andarci scopro essere dietro l'angolo. Forse anche io sono lì, dietro l'angolo, tra gli oleandri e il profumo di trementina, ma ancora non lo so.

19 ottobre 2014

Cose tristi

Sono ancora viva, ma se scrivo dopo tanto tempo è perché qualcuno non lo è più. Scrivo qui, piuttosto che su facebook, come hanno fatto in tanti, perché era un lettore abituale dell'Antro nonché pungente commentatore.
Cotton se n'è andato la notte di giovedì scorso, da solo, come se già andarsene per sempre non sia abbastanza doloroso. Aveva poco più di 40 anni.
Io l'ho conosciuto sulle pagine di Wikipedia, in occasione di un lavoro stressante e massiccio di correzione e riscrittura di voci di opere d'arte, tutte con il titolo errato e in evidentissima violazione di copyright. Di quella volta ricordo la sua pacatezza, che talvolta andava a smorzare la mia incavolatura.
Ho avuto modo di conoscerlo dal vivo, in occasione di Festambiente a Vicenza, quando Wikimedia aveva uno stand, e in quelle due giornate trascorse alla facoltà di Economia a Venezia, per parlare del progetto.
I ricordi della real life sono offuscati, restano a galla la sua risata gioviale e le sue sigarette mefitiche.
Ho ricevuto la notizia venerdì,  da Demart, in un modo così assurdo che non sono riuscita a rendermi conto della cosa fino a oggi, quasi, nonostante le telefonate di altri amici wikipediani a conferma che quella chat surreale diceva il vero. Surreale perché il messenger di FB per cellu ha uno strano modo di mostrare i messaggi e l'ultimo che mi aveva lasciato Demart, qualche settimana fa, era "sto ancora ridendo". E di seguito "hai saputo?". No, cosa? "Cotton è morto". Ecco, grazie cari sviluppatori dell'app, per aver contribuito involontariamente a un dialogo degno di Ionesco.
Solo oggi, leggendo i messaggi al Bar wikipediano e nella talk di Cotton, comincio a rendermi conto che è vero. E sono triste e arrabbiata, come credo lo siamo tutti.
Nell'ultimo periodo wikipediano non mi trovavo più d'accordo con lui come una volta, tendevo anzi a evitare le discussioni con lui,  per non parlare di qualche commento qui nell'Antro che mi aveva fatto girare le scatole. Ma restava comunque la stima per una persona impegnata e appassionata, che ha dedicato tempo e fatiche a un progetto che ancora porta la sua impronta e, mi auguro, sempre la porterà.
Sono ancora combattuta all'idea di andare a funerale, domani. Un po' perché avrei qualche remora a lasciare Apelle per il secondo pomeriggio di seguito ai nonni, ma soprattutto perché vorrei ricordare Cotton vivo, ricordare le risate e non le lacrime. Vorrei ritrovare i miei amici, che non vedo da tanto tempo, per un motivo più allegro, perché trovarsi ai funerali lo fanno i vecchi. E con loro vorrei ridere e parlare di cose belle. Sarebbe bello fossero così, i funerali, un po'come in America, con gli amici e i parenti del defunto che parlano e si consolano e magari scherzano e ricordano le cose belle. La messa, i canti,  i riti...li trovo così tristi e vuoti.
Non andrò,  domani, ma per Cotton lavorerò un po ' a Wikipedia, come quando lo facevamo in squadra, da patroller e admin.
Arrivederci, Cotton, e grazie di tutto il pesce.

22 aprile 2014

Telegramma

Sono viva - stop - Apelle cresce bene - stop - Il corso di Web Designer & Developer sta volgendo al termine e promette grandi soddisfazioni - stop - Sito nuovo in costruzione - stop - Salumi&Baci a tutti gli oracolanti - stop stop.

19 febbraio 2014

A volte ritornano

Ogni tanto torno ad aggiornare queste pagine - l'ultima volta è stato pure un mezzo scherzo (mi è anche andata male, speravo di ricevere davvero la lana, ma niente). Già normalmente il tempo a mia disposizione è minimo, ma ultimamente si è dimezzato e, come se non bastasse, Apelle ha mire di diventare il più giovane hacker della storia.
Da un mese ho iniziato un corso di web design, finanziato dalla provincia (quindi mi pagano pure per farlo), che mi piace tantissimo ma che mi impegna tutti i pomeriggi - praticamente vado via dopo pranzo e arrivo per ora di cena. Di conseguenza quando sono a casa non faccio altro che caricare lavatrici e asciugatrici, e cucinare, giocando con Apelle nel frattempo. La sera è uguale a divano+tv, per la serie "spegniamo il cervello per un po'".
Ogni tanto riesco a leggere e, molto raramente, mi metto al pc. Ringrazio il cielo (e mamma e suocera :-P ) che non devo stirare, ci mancherebbe solo quello. Non mi sto lamentando, anzi sono molto contenta di questa scelta. Per fortuna ho trovato appoggio in famiglia, perché senza le nonne non potrei frequentare le lezioni. Mi dispiace solo non avere tempo di fare esercizio a casa, fosse anche solo navigare alla ricerca di siti interessanti. Il colmo è che a scuola non abbiamo la connessione -.-'' quindi non posso nemmeno approfittare delle pause (e il mio contratto telefonico non permette di usare lo smarsfon come modem per un pc).

Prima o poi arriverò a farmi un sito tutto mio, non mancherò di mettere un link. Conoscendomi, temo sarà nel post successivo a questo.
Au revoir!

18 novembre 2013

Mai dire Maibosci

Interrompo la mia latitanza per rendervi partecipi di una sorpresa che ho da poco ricevuto: seguo un blog da diverso tempo, anche se non mi ricordo né come l'ho trovato né perché, in fondo, continuo a seguirlo. La titolare è simpatica, ma forse mi colpiscono maggiormente le sue sfighe, che affronta con un discreto savoire-faire e che per un banale ma comunque efficace "mal comune mezzo gaudio" riesce sempre a farmi sorridere.

Ora, questa persona davvero ammodo nei giorni scorsi si è trovata imparpigliata nella realizzazione di un berrettino, di quelli che vanno tanto di moda e che la sottoscritta già faceva da eoni: il mio occhio clinico e la mia innata gentilezza mi hanno portata a suggerirle come migliorare il suo lavoro e lei, per ringraziarmi, ha spontaneamente scelto di destinare alla sottoscritta un kit omaggio per realizzare i suddetti cappellini.

Non potevo non esimermi dal ringraziarla pubblicamente: trovate tutta la storia qui, mi raccomando leggete fino in fondo.

A presto (spero)

14 agosto 2013

W la mamma!

Lo porti in grembo per nove mesi. Combatti contro le nausee mattutine (e pomeridiane e serali). Trascorri gli ultimi quattro mesi alla ricerca di posizioni comode per dormire, cercando di placare un mal di schiena che neanche lo yoga scaccia.
Partorisci, maledicendo la Bibbia, l'evoluzione, tuo marito, l'ostetrica e tutto il mondo.
Arrivano le ragadi, gli ingorghi, gli zampilli di latte in stile fontane del Bellagio.
Consumi le pantofole e scavi un solco in corridoio a forza di fare avanti e indietro per calmare le colichette.
Diventi nottambula e per combattere il sonno cerchi di escogitare metodi per farlo dormire.
Cerchi di ricordare le canzoncine che cantavi all'asilo per calmarlo, inventi ninne nanne con i cori da stadio, racconti storie prendendo spunto dalla tua vita.
Ti trasformi in latteria ambulante, culla, palestrina, passeggino.
Lo intrattieni con qualsiasi cosa ti capiti per le mani, da una bottiglia di shampoo alle chiavi della macchina (e non ti lamenti se il telecomando coperto di bava non apre più le porte).
Te lo porti ovunque, dalla cucina al bagno.
Rinunci al parrucchiere e preferisci un taglio a zero manutenzione.
Ti svegli all'alba e vai a dormire con le galline.
Mangi se lui ha mangiato, dormi se lui dorme.
I film li vedi a puntate e il cinema è un lontano ricordo.
Diventi esperta di facce buffe per farlo ridere. Lo consoli quando piange. Sopporti i suoi morsi perché sta mettendo i denti.
Non dormi una notte intera da quando è nato.
Non hai più tempo per te (qualche volta ti chiedi se esista ancora un "te").
Rivoluzioni la tua casa e la tua vita.
E la sua prima parola di senso compiuto qual è?

PAPÀ.