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23 marzo 2011

La nausea

Ieri sera Apollo e io siamo andati al cinema: tra i film cortesemente offerti dalla nostra magica tessera solo due erano papabili, Il cigno nero e Dylan Dog. Siccome del secondo ho sentito dire che è "Dylan Dog" solo nel nome e nella giacca nera-camicia rossa, e visto che volevamo vedere Il cigno da un bel pezzo, abbiamo scelto questo. Il destino ha provato a lanciare un appello affinché desistessimo dall'impresa: Apollo finisce tardi di lavorare e, secondo l'orario che avevo visto, non saremmo arrivati per tempo. Una volta al cinema, invece, scopriamo che il film sarebbe iniziato di lì a dieci minuti e, incuranti dei messaggi subliminali, abbiamo rinunciato all'indagatore dell'incubo.
Il cigno nero è la storia di una ballerina il cui sogno è diventare la nuova Odette: vuoi per lo stress da lavoro, vuoi per la madre ossessiva e con qualche rotella fuori posto, vuoi per le avance del regista, vuoi per la rivalità con una collega, la nostra schizza di brutto.
Ho appreso che il film è stato pluri-premiato, pure con un Oscar a Natalie Portman: peccato non essermelo goduto per niente. Vorrei sapere, gli costava tanto usare una cinepresa *fissa*? Siamo così malati di realismo e 3D che se quello che vediamo non ci coinvolge come se fossimo presenti allora non ci piace? E così cinepresa da spalla per tutto il film.
Ho lo stomaco sensibile: al cinema devo sedermi nelle ultime file perché già a tre quarti sala mi sento male. Testa che gira, nausea galoppante, vertigini, sudori freddi. Una tortura.
Ieri sera ho cominciato a stare meglio due ore dopo essere uscita dalla sala e per fortuna mi sono addormentata all'istante, nonostante la testa che ancora girava.
Perché non sono uscita a metà film, allora? Tanto era gratis, no? Perché la curiosità è femmina e volevo proprio vedere come sarebbe finita.
Vedere...è una parola grossa. Sarebbe più corretto "sentire", dato che per tre quarti del film ho tenuto gli occhi chiusi.

15 febbraio 2011

Burlesque (film)

Ieri sera, anziché festeggiare San Vale, Apollo e io siamo andati al cinema a vedere Burlesque, cortesemente offerto da The magic number.


Il burlesque è "un genere di spettacolo parodistico nato nella seconda metà dell'Ottocento nell'Inghilterra Vittoriana ed importato successivamente negli Stati Uniti, dove riscosse grande successo" (fonte) e che sta diventando molto trendy anche qui da noi. Casalinghe disperate alla riscossa.
La trama è la solita, trita e ritrita: a tenere il gioco sono una Christina Aguilera in versione liscia e un po' troppo innocentina, una Cher appena uscita dalla formaldeide e uno splendido Stanley Tucci, semplicemente adorabile. Musica à-go-go, sculettamenti degni di Shakira, qualche battuta ad effetto e le due ore di film passano senza annoiare. Evidentemente è un bel pacchetto promozionale per le protagoniste e per lanciare definitivamente il genere urbis et orbi, ma ciò non toglie che si possa e si debba pretendere qualcosa di più.
Inizio: panoramica su uno sperduto paesino dell'Iowa che sembra appena uscito da un set dei vecchi film western, con gli edifici allineati lungo un'unica strada percorsa solo dalle yucche. Zoom su un bar scalcagnato il cui titolare è un bastardo insolvente che maltratta le dipendenti: una madre single sempre a corto di soldi e la giovane ragazza che sogna di andare via da quel nulla ai confini dell'universo. Due minuti dopo la sognatrice è su un pullman per Los Angeles. Qui non può che trovare - al primo colpo, lo si tenga presente - un appartamento insolitamente ben tenuto, ci si sarebbe aspettati il solito cliché del tugurio con mezza finestra vista muro. La nostra ha un po' di risparmi, dove li mette? In banca? No, figuriamoci: li infila nel primo posto in cui un ladro andrebbe a cercarli, la vasca dell'acqua del wc. Non ci stupiamo quando un bel giorno Christina torna a casa e la trova sottosopra, tutte le sue cose rivoltate e i soldi spariti.
Primo giorno nella città degli angeli, cerca lavoro ma non lo trova. Arriva la sera, sta ancora passeggiando quando viene colpita da un'insegna rosso ciliegia. Eccola inquadrata mentre esce da una nuvola di vapore con lo sguardo incantato sulla scritta "Burlesque qualcosa". Mi sa tanto che gli sceneggiatori erano ancora in sciopero, con i registi a dar loro man forte.
Lei entra, sborsa venti dollari per vedere lo spettacolo e resta incantata: ecco quello che voglio fare! Va dalla titolare, impegnatissima dietro le quinte - ah, sì, perché nessuno si preoccupa di fermare un'estranea che si aggira per i camerini. Cher la manda a quel paese, lei se ne va con le pive nel sacco ma non perde l'occasione per rispondere a una ballerina con uno sfottò - è a Los Angeles da meno di 24 ore e si è già fatta una nemica.
Sapiamo già che la sognatrice riuscirà a farsi assumere come cameriera dal barista belloccio, già vampiro cattivo in Tuailait (anche se secondo me sarebbe stato perfetto come Edward). Sappiamo anche che una delle ballerine improvvisamente sarà indisposta lasciando Cher e Stanley nella cacca: tra tutte le ballerine professiniste di Los Angeles non ne trovano una che gli comodi, e chi ti pigliano? Ecco.
La fiera dei luoghi comuni prosegue, perché non ho ancora detto che il locale di Cher sta rischiando il fallimento, cosa poco credibile dato che è sempre pieno, ma vabbè. Chi mai salverà la situazione? Una certa ragazzina venuta dall'Iowa, non l'avrei mai immaginato.
Prima avevo accennato al furto nell'appartamento di Christina: è appena tornata dal lavoro, è notte fonda, non sa da chi andare. Ma certo, c'è il barista che sembra tanto gentile. Saranno passati dieci giorni dall'arrivo nella metropoli e, fatalità, non c'è più nessun appartamento disponibile: il barista, con sommo dispiacere, le affitta il divano.
Non facciamoci mancare il triangolo, barista/cameriera/fidanzata-del-barista-momentaneamente-a-Nuova-York, ché sennò è troppo facile.
Manca ancora la chicca, l'apice del film, il momento senza il quale nulla avrebbe senso.
È tardi, il locale ha chiuso, non c'è nessuno: Cher sta uscendo, stanca morta, con una pila di vestiti da rammendare. Viene intercettata dal tecnico audio che le dice che ha pronta la base del nuovo pezzo, ha forse tempo per provarla? Cher all'inizio si nega, poi sale sul palco e canta. Tecnico incantato, cantante ispirata, ultima nota sospesa nel silenzio. Cher scende dal palco e prende nuovamente i vestiti da rammendare. A me è venuta in mente la classica scena di Love me Licia e seguiti vari, con i presunti musicisti che toh, non hanno niente da fare e si trovano in sala prove, abbozzano una canzone e se ne vanno. Inchino.
Gran bel film: dovete solo ricordarvi di spegnere il cervello.

Qui la versione di Apollo.

1 febbraio 2011

Immaturi

L'incubo di ogni ex-studente che abbia superato la maturità si avvera: per un cavillo burocratico, ad anni di distanza, l'esame non è più valido e il malcapitato deve sostenerlo nuovamente.
Un cast a metà tra la televisione e il cinema inaspettatamente riesce a tenere in piedi il gioco fino alla fine: il film mi è piaciuto così tanto che tornerei a vederlo ancora.
Gli amici del liceo che si ritrovano dopo tanto tempo e riscoprono di essere ancora legati: nell'era di Facebook, di questo non c'è nemmeno l'ombra. Il contrario di quello che succederebbe a me, se mi trovassi nella stessa situazione.
Premessa: ho frequentato il liceo in due scuole diverse, la statale (tre anni) e la parificata (ultimi due anni con maturità). Se fosse stato per me avrei fatto direttamente una scuola completamente diversa, ma gli augusti genitori hanno deciso "Classico", e non c'è stata via di scampo.
Dei compagni di classe della statale ho due amiche non solo con la A maiuscola, ma anche con tutte le altre lettere: eravamo compagne di banco il primo anno e siamo ancora legatissime. Con il resto della classe non ho mai avuto rapporti profondi, se non con un altro paio di compagne, ma con il tempo ci siamo perse di vista. I cambiamenti tipici della crescita ci hanno rese quasi estranee e i ricordi del liceo non sono così belli da tenere in piedi l'amicizia. Escludiamo altre due o tre persone, buoni rapporti ma niente di stratosferico, e mi resta una manciata di emeriti stronzi.
Prendiamo la secchiona, per esempio. Già il primo giorno di scuola avrei dovuto capire come avrebbe buttato: ci conoscevano già dalle medie, pur non essendo della stessa scuola, e io ingenuamente confidavo in lei per sentirmi meno sola e indifesa nella nuova avventura. Brava fessa, illusa che avremmo diviso il banco, sono rimasta con un palmo di naso. Col senno di poi posso dire di essere stata fortunata, ma quel preciso momento di lei che mi volta le spalle quasi deliberatamente non me lo scordo. Vogliamo parlare dei compiti per casa che passava in brutta copia appositamente sbagliata? O quelli in classe, che non passava affatto e che se osavi chiedere aiuto ti faceva sgamare? Povera ingenua, non ha mai capito che quello che hai imparato non lo puoi perdere. Con l'arrivo di Faccialibro sembrava pretendere che fossimo grandi amiche: è pure stata qui, nell'Antro, e magari mi legge ancora. Tanto non si riconoscerà mai in quello che scrivo.
Tutto sommato, la sua richiesta di amicizia non sarebbe così fuori luogo, visto che qualcosa della mia esistenza la sa: ma gli altri, quelli che non mi hanno mai cag*ta di striscio? Per anni mi ignori e poi pretendi di chiamarti mio amico? Ecchissene che sia solo un'amicizia virtualmente dichiarata!
Sì, organizzate una bella rimpatriata: io non potrò partecipare, per quel giorno avrò un impegno improrogabile. E se per assurdo fossi costretta a presenziare, porterò la mia specialità: torta allo stramonio e succo di cicuta.

Dell'altra classe ho ricordi migliori - e l'essere passata a ricoprire il ruolo della secchiona che passa sempre i compiti e non rifiuta mai un suggerimento ha sicuramente giovato. Certo non ha aiutato il fatto che provenissimo tutti da istituti diversi e che ci fossimo inseriti in momenti successivi: mancava la coesione tipica di una classe di scuola superiore, eravamo più degli individui che si sono trovati a precorrere un tratto di strada insieme. Quello con cui ho legato più di tutti, e forse anche l'unico, è il più volte citato amico attore: ecco, se dovessimo per disgrazia ripetere l'esame di maturità, pretenderei un giusto compenso alla mia disponibilità di fornitrice di compiti. Da scema non ne ho approfittato abbastanza, e avrei anche potuto visto che l'alternativa, per lui, era arrivare a scuola impreparato.

Non sarebbe affatto come nel film, nemmeno lontanamente. O pugnali alle spalle o indifferenza totale. Bah, per fortuna certe cose succedono solo al cinema.

1 giugno 2010

Prince of Persia

Quando ancora il computer sembrava una macchina magica e fuori dalla mia portata, passavo interi pomeriggi a casa dei cugini davanti al loro Apple: il mio programma preferito era KidPix, una specie di Paint per bambini, con tanti effetti strani, timbrini e gomme da cancellare che rivelavano un'immagine a sorpresa. Di tanto in tanto, mia cugina mi convinceva a giocare a "Prince of Persia", difficilissimo da governare con le freccette della tastiera, finivo puntualmente schiantata sulle trappole di spade affilate.
Che nostalgia di quei vecchi giochi, dove la grafica era essenziale e il divertimento comunque tanto! E che sorpresa scoprire che sarebbe uscito un film ispirato a quel gioco...
Appena visto il trailer, al cinema, ho esclamato "Vedere!" - e per fortuna Apollo si è mostrato d'accordo.
Due ore di film che scorrono veloci grazie alla manina santa di Jerry Bruckheimer, con effetti speciali che non sentono la necessità del 3D e azioni mozzafiato possibili solo in un videogioco.
Dalla trama non ci si può aspettare chissà quali profondità, ma non mancano lo humour e la suspense, con un pizzico di romanticismo decisamente scontato.
(Apollo, fermati qui, non leggere ancora XD )



La ciliegina sulla torta, per noi signorine, è Lui, il Principe Dastan, un Jake Gyllenhaal in splendida forma e muscoli ben oliati, che schizza da una parte all'altra dello schermo come una molla. Non si può resistere al suo sorriso sghembo, ai suoi occhi chiari che contrastano con i capelli castani, con quella treccina legata con un fermaglio d'argento.
Come dice la mia amica Witchblue, un bel pigiamino di saliva non glielo toglie nessuno.

19 maggio 2010

Il principe dei ladri

Robin Hood ha affascinato generazioni di autori, prima nella letteratura e infine nel cinema: un uomo, forse un nobile caduto in disgrazia, che ruba ai ricchi per dare ai poveri e si rifugia con i compari nella foresta di Sherwood può solo suscitare simpatia, vuoi per solidarietà contro i soprusi, vuoi per l'amore per l'avventura, vuoi per il fascino di una figura leggendaria.
Chi è nato alla fine degli anni '70, o successivamente, è certo rimasto influenzato in modo indelebile dal capolavoro della Disney, che racconta le avventure di questo mascalzone tra canzoni e scherzi: il giorno successivo alla trasmissione in tv del cartoon, tutta la scuola cantava del "principe fasullo d'Inghilterra" e giurava il silenzio con la formula "ragni, serpenti, scorpioni e zanzare, se faccio la spia ch'io possa crepare".
Nel 1991 Kevin Reynolds dà alla luce un vero gioiello, Robin Hood, il principe dei ladri: chi non l'avesse visto è pregato di rimediare al più presto. Un Kevin Costner in gran forma sfugge alla prigionia in Terra Santa e torna al suolo natio accompagnato da Morgan Freeman in debito di vita, e tutto il resto è storia: lo sceriffo di Nottingham che opprime il popolo, lady Marian che aspetta l'innamorato, la combriccola di ladri che si nasconde nel bosco, con furti acrobatici, suspense, romanticismo e un bel po' di botte da orbi.
Proporrei una legge che impedisca il remake o la rilettura di un film di successo prima di vent'anni: ci risparmieremmo storie strampalate "perché sennò è uguale al precedente" nonché il biglietto del cinema.

Il Robin Hood di Ridley Scott, uscito nelle sale lo scorso fine settimana, ne è un esempio perfetto: partiamo dalla storia, che stravolge tutto ciò che sappiamo.
Riccardo Cuor di Leone non è quel re giusto e amato che tutti crediamo, anzi: è un gran bastardo, despotico e lunatico, che vorrebbe il parere di una persona sincera, ma quando lo trova mette alla gogna il sincero e i suoi amici. Robin è "Hood" solo per un istante: prima soldato sfuggito alla sconfitta degli inglesi, poi ladro di identità per salvare la pelle, di nuovo fuggiasco in terra inglese, coraggioso incitatore di folle per il bene dell'Inghilterra e, finalmente, negli ultimi 30 secondi, fuorilegge.
Tra un salto di luogo all'altro si fa fatica a star dietro alla trama, neanche fossimo in un film di James Bond. Le situazioni umoristiche sono appena abbozzate e si sgonfiano come un palloncino bucato, lasciando un sorriso appena accennato; le battaglie tutto-fumo-niente-arrosto ricordano ben più che vagamente il Massimo Decimo Meridio del Gladiatore; il romanticismo è di una banalità disarmante; le sorprese e gli intrighi restano molto epidermici. Una noia mortale.
Russel Crowe è un po' troppo in carne per essere credibile come crociato che ha attraversato l'Europa tra gli stenti e le battaglie; non ha il carisma che gli viene attribuito dagli amici, che lo seguono come fosse La Luce; si risveglia all'improvviso dopo una chiacchierata che ricorda una seduta di ipnosi e ta-daaa! eccolo, l'eroe che unisce il popolo contro il nemico.
Cate Blanchett è sicuramente una lady Marian più tosta di chi l'ha preceduta sulle scene, ma la sua fugace comparsa come Giovanna d'Arco è poco credibile: veste di un'armatura completa di cotta di maglia, la stessa che l'aveva fatta cadere per il peso non indifferente nell'aiutare Robin a toglierla.
Il dottore dai capelli rossi di E.R. Scott Grimes è uno Will Scarlett poco sfruttato nel suo potenziale: nonostante gli spunti numerosi, resta una macchietta sciocca e insulsa.
Little John è una presenza fisica, nel senso che occupa spazio e basta: di più non si può dire.
L'accoppiata Scott-Crowe questa volta non dà gli esiti sperati: sono andata al cinema un po' prevenuta e ne sono uscita tristemente vittoriosa nel mio pronostico.

9 marzo 2010

Invictus

Il film è ispirato a una storia vera: qualche giorno fa ho letto un commento, non ricordo dove, che diceva che il finale è scontato. Ora, se un film si ispira alla realtà è palese che il finale sia cosa nota O_o

Nelson Mandela vince le elezioni e si ritrova a dover unificare un Paese che per anni e anni ha vissuto nella segregazione: i neri hanno una giusta voglia di rivalsa, i bianchi temono di vedersi tolti tutti i privilegi e di subire le umiliazioni che avevano inflitto a loro volta.
Mandela decide che l'unico modo per unire i suoi concittadini è il rugby, con l'occasione dei mondiali che vengono ospitati proprio dal Sudafrica: impresa ardua, dato che la squadra non solo è il simbolo dell'Apartheid, ma non è nemmeno tanto forte da poter sperare di superare i quarti di finale.

Morgan Freeman è un Mandela così convincente da sembrare il suo gemello; sull'interpretazione di Matt Damon non posso esprimermi, perché non so se la sua insicurezza fosse la stessa manifestata dal vero François Pienaar, ma se questo era l'obiettivo l'ha centrato; la regia di Clint Eastwood prometteva un gran film.
Aspettative decisamente deluse: in troppi momenti la recitazione sembra quella dei teatrini dei ragazzi, dove si vede che è tutto costruito, tutto falso. I dialoghi, soprattutto quelli che scorrono in secondo piano, ma non per questo meno importanti, fanno pietà: piatti, insulsi, banali.
Ho visto film amatoriali ben più credibili: certo le emozioni non mancano, ci sono scene davvero profonde e toccanti, che purtroppo nel mezzo di un minestrone insipido perdono la loro bellezza.

Da vedere, ma non al cinema, non a prezzo pieno.

7 gennaio 2010

Brothers

C'erano una volta le case di distribuzione cinematografiche italiane, che con le traduzioni dei titoli dei film facevano miracoli: nessuno si sarebbe filato La diligenza (Ombre rosse) o La setta dei poeti estinti (L'attimo fuggente).
Oggi abbiamo dei truffatori che ti fanno passare uno dei più splendidi film drammatici per una commedia demenziale, solo per la presenza di Jim Carrey (Se mi lasci ti cancello, che io mi ostino a chiamare Eternal sunshine), o dei pigroni che non hanno nessuna voglia di arrabattarsi a tradurre un titolo: meglio questi dei primi.

Eccoci quindi con un Brothers, Fratelli, che già nel titolo e nella locandina imbroglia, per non parlare del trailer: vai al cinema convinto di vedere un film drammatico sul triangolo tra marito-moglie-cognato. Ti aspetti una morte improvvisa, che dovrebbe rivelarsi fasulla dopo un bel pezzo; immagini un fratello scapestrato che mette la testa a posto per aiutare la cognata recente vedova e le sue figlie; spasimi per una storia d'amore combattuta tra il ricordo ancora fresco del marito appena deceduto e il desiderio per un uomo rivelatosi una sorpresa.
Trovi invece che il protagonista presunto morto è ancora vivo nel giro di due minuti; lo scapestrato resta tale, anche se un po' ci prova; la storia d'amore non esiste. Vieni oltretutto gettato di peso nell'inferno angosciante della guerra in Afghanistan, con le tragedie dei soldati prigionieri e le crudeltà dei loro aguzzini; devi fare i conti con un uomo reduce da un'esperienza che nessuno riuscirebbe a sopportare, che dà giustamente di matto fino ad arrivare ai limiti estremi della paranoia e della depressione.
In breve: volevi vedere un film sui rapporti contrastati tra consanguinei, e ne esci con un mattone sulla guerra e i suoi effetti sui soldati. Il peso sullo stomaco che ti ritrovi non è indifferente.



Tobey Maguire dimostra di non essere capace solamente di indossare la tutina da Spider-Man: i suoi occhi parlano al posto suo, dal gelo del marine tutto d'un pezzo, fedele alla Patria, alla pazzia della prigionia, alla gelosia folle e paranoica.
Jake Gyllenhaal è adorabile nei panni della pecora nera della famiglia: da uomo nero si trasforma in zio amoroso e cognato anche troppo premuroso.
Natalie Portman mi lascia perplessa: è fin troppo azzeccata nei panni della brava ragazza americana, madre e sposa di un marine, così dolce da far venire la carie, ma anche troppo perfetta per essere credibile.
La piccola Bailee Madison, già vista in Un ponte per Terabithia, è stupefacente per i suoi 10 anni: sul suo volto si dipingono un'infinità di sentimenti che solo gli attori più navigati riuscirebbero ad eguagliare. Il suo personaggio però ha delle sfumature che la rendono troppo adulta per la sua età.

Giudizio: toccante e sconvolgente, è un film duroche non lascia indifferenti. Non amo il genere guerra/propaganda politica, e preferirei esserne preparata alla visione: questo è stato una sorpresa sgradita, forse per la mia ignoranza, forse per aspettative deluse.
Obiettivamente, credo che la trama galleggi tra due temi importanti, la guerra e il tradimento, che si contendono lo spazio senza che nessuno esca vincitore.

7 dicembre 2009

La custode di mia sorella

Ho acquistato il romanzo ormai 5 anni fa: l'ho divorato e adorato. E' una storia raccontata da ciascuno dei protagonisti: Kate all'età di 4 anni si ammala di leucemia e l'unica cura è un trapianto di midollo, ma genitori e fratello maggiore non sono compatibili. C'è una soluzione al limite della legalità: concepire un bambino in vitro, selezionando il codice genetico in modo che sia compatibile con quello di Kate. Nasce così Anna, la cui unica incombenza dovrebbe essere l'innocua donazione del cordone ombelicale. Quello che i medici non hanno previsto, però, è che la malattia di Kate sarebbe peggiorata: di anno in anno, Anna viene costretta per amore a subire prelievi di sangue o di midollo, con relative complicazioni.
All'inizio del racconto, Kate è nuovamente in pericolo di vita e necessita di un rene nuovo: ma Anna non ci sta e fa causa ai genitori per poter essere lei a decidere del proprio corpo. L'avvocato Campbell Alexander la sostiene in questa battaglia legale: sempre accomapgnato da Judge (Giudice), un cane guida particolare, ha un passato che emergerà poco alla volta durante il racconto.
In questo romanzo corale trovano posto sentimenti di ogni genere: il dramma di un genitore che viene costretto a sarcificare una figlia per salvare l'altra, il senso di inutilità di un fratello che non può contribuire in nessun modo, la scelta dura di una giovane vita che ancora ha tutto davanti a sé, il dolore di una ragazza che non ha mai vissuto. Voto: 10

Di rencente, è stata realizzata la trasposizione cinematografica, con due protagoniste d'eccezione: Cameron Diaz e la "Little Miss Sunshine" Abigail Breslin. Alla svampita di "Tutti pazzi per Mary" non avrei dato un centesimo: non la vedevo proprio nella parte della madre tosta e combattiva che avevo conosciuto nel romanzo. Che sorpresa invece vederla in un ruolo impegnato e impegnativo. Abigail-Anna è altrettanto brava, nonostante la sua giovane età.
Nel vedere un film tratto da un'opera letteraria è difficile non fare confronti: solitamente se ne esce insoddisfatti, anche se la ragione fa ben capire che è impossibile trovare ogni dettaglio di un romanzo in quasi due ore di pellicola.
In questo caso i cambiamenti sono stati parecchi, ma avevano un loro senso e non hanno tolto profondità e sentimento alla storia.
Fino a poco prima della fine: come snaturare il Senso del romanzo, in nome di cosa, poi?

17 novembre 2009

De gustibus

People proclama Robert "Edward" Pattinson l'uomo più sexy: fonte, non metto l'immagine perché mi fa senso.
Che sia carino non lo discuto: già in Harry Potter mostrava un fascino da bello e tenebroso, qualche annetto in più l'ha reso un po' meno bambino e gli ha affilato i tratti già di per sé marcati.
Come Di Caprio in Titanic, Pattinson si è rovinato con Twilight: torme di ragazzine in tempesta ormonale sbavano su qualsiasi cosa rechi l'effigie dell'amato. Se non altro, Di Caprio mi sembrava più cortese verso le fan, mentre il signorino vampiro fa lo schizzinoso.
A Leonarduccio è anche andata bene perché tutto sommato il suo personaggio era normale: il talento del nostro Robbie lo si comprende dalle pose che ha iniziato ad assumere dopo essersi calato nella parte dell'algido vampiro. Non capendo niente di immortali succhiasangue, ha ben pensato di stamparsi sulla faccia quell'espressione da "io sono un duro", che pare letteralmente scolpita dato che non cambia di una virgola, nemmeno nella vita reale. Se non altro in questo ha azzeccato la caratteristica fondamentale di Edward, l'essere una statua di marmo. Certo è che sorge spontaneo il dubbio che l'attore abbia mai letto una sola pagina dei romanzi che hanno ispirato i film cui deve la fama - in Harry Potter credo che nessuna se lo sia minimamente filato. La Meyer, pur con tutti i suoi difetti, descrive un ragazzo vitale ed espressivo, il cui volto rispecchia i sentimenti che prova di volta in volta. Me lo immaginavo sornione, dolce, arrabbiato, preoccupato, sbruffone: nel film me lo ritrovo costantemente immusonito.
Per essere sexy non è necessario il talento, si sa: ora vorrei capire cosa abbia di sexy un tizio con la mascella perennemente contratta e lo sguardo ingrugnito da sotto in su che se insiste così si troverà definitivamente strabico.
Di uomini sexy il mondo del cinema abbonda: non sto qui a fare la lista sennò non finisco più. In ogni caso, Robbie "Edduccio" Pattinson non si guadagnerebbe l'ultimo posto: nemmeno è da prendere in considerazione.

PS: come nei romanzi, le mie preferenze vanno al licantropo Jacob, che anche come attore non è niente male. Tzé.

6 novembre 2009

Ma quanto ci piace chiaccherare!

Fin da piccola, i miei mi hanno insegnato che al cinema si sta in silenzio: è un locale pubblico, dove c'è altra gente, che si suppone voglia guardare il film in tranquillità.
Capita a tutti di rivolgersi al vicino di poltrona per un commento, una battuta, una domanda su un passaggio poco chiaro: se fatto in modo discreto, sottovoce, e di rado, non crea alcun fastidio.
Ben diverso è il discorso di chi crede di essere nel proprio salotto, fregandosene di chi sta seduto intorno ed è costretto ad ascoltare chiacchiere indesiderate.
Ultimamente mi capita spesso di trovarmi vicino a persone del genere, e più succede, più divento intollerante. Odio fare la rompiscatole: il cinema è un passatempo, un modo per staccare dalla giornata trascorsa. Per chi sta tutto il giorno in ufficio, o costretto sui banchi di scuola, può essere un momento per rilassarsi e godere di un momento informale. Quindi capisco che un commento possa scappare a voce più alta; che l'attore di turno sia particolarmente belloccio e che riporti alla memoria altri film; che la pellicola sia invece noiosa e che si cerchi conforto nell'amico a fianco. Ma tutto ha un limite! Dopo un po' di sopportazione (lasciamoli vivere), uno sguardo velenoso (che anche al buio è evidente, soprattutto se giri la testa verso un punto che non è lo schermo), uno schhhh! sussurrato, sbotto. Mi accontento di un "per favore, silenzio", quando invece vorrei esprimermi in espressioni più ironiche (Volete un thè? Dei biscottini?) o colorite (Piantatela di romperci i ***!!!), ma così passerei io dalla parte del torto.
Ieri sera la chicca: cinema parrocchiale, seconda visione di "La ragazza che giocava con il fuoco", a 2,50 euro ti accontenti anche delle poltroncine striminzite che ti costringono con le ginocchia in bocca.
Inizia il film: da subito sento voci femminili dietro di me commentare tutto. Dall'inizio alla fine è stato un pi-pi-ci-ci-gne-gne con risatine assolutamente fuori luogo - è un thriller con risvolti drammatici, cosa ci trovavano da ridere? Speravo nell'intervallo, ma forse per la lunghezza della pellicola hanno pensato di evitarlo: non sopportando più il brusio fastidioso, mi sono voltata e ho esclamato una richiesta di silenzio. Silenzio che è durato 5 minuti.
Alla fine del film ero inviperita: volevo godermi lo spettacolo, avevo i nervi a fior di pelle. Mi sono voltata e con calma ho detto alle (tre) signore: dato che vi piace chiacchierare, che ne dite di noleggiare un dvd, la prossima volta?
Hanno chiesto scusa? Nooo! Mi hanno chiesto con l'aria più innocente del mondo che fastidio mi avessero dato.
Rispondo che al cinema si sta in silenzio, per buona educazione e civiltà.
"Se le davamo fastidio, poteva spostarsi" - e giù a commentare il mio intervento tra di loro.
Mi volto, guardo Apollo: andiamo via, subito!
Di solito sono una persona calma e posata: ma in certe situazioni perdo le staffe, come la Regina di Cuori di Alice, allora preferisco una ritirata strategica, piuttosto che mostrare il mio lato da Miss Hide. Certo che qualche volta ci starebbe anche bene uno sfogo sopra le righe, se non altro per la salute del mio stomaco!

28 ottobre 2009

Parnassus

Ultimo film girato dal compianto Heath Ledger, che ha rischiato di restare incompiuto per l'improvvisa morte dell'attore: grazie all'intervento di altri tre colleghi altrettanto talentuosi, il regista ha potuto completare l'opera, che vuol anche essere un omaggio all'amico perduto.
La storia narra di Parnassus, che riceve la vita eterna grazie a un patto col diavolo: di scommessa in scommessa arrivano alla posta più alta, la figlia dell'immortale in cambio di cinque anime.
Parnassus gira su un carrozzone sgangherato in compagnia della figlia quasi sedicenne, di un nano e di un giovane innamorato della coetanea: in una notte di pioggia salvano Tony-Ledger da morte certa e lo coinvolgono nel loro spettacolo. Il redivivo porta una ventata di novità, ma sopratutto una gran quantità di clienti: la battaglia all'ultima anima è senza pietà.
I personaggi si muovono tra una Londra di bassifondi e locali malfamati, ma anche di quartieri chic, e un mondo di fantasia che richiama lo specchio di Alice: un po' goffamente, con poca convinzione.
A vestire i panni di Parnassus è il più noto Albus Silente, qui in vesti di straccione, con una magia tutta di testa.
La figlia svampita prova a fare la donna di mondo, con risultati disastrosi: brava Lily Cole, azzeccatissima nella parte.
Heath Ledger, smessi i panni del Joker, indossa quelli di un giullare senza troppi scrupoli: forse è stata colpa del doppiaggio, ma non mi ha convinta del tutto. Bravissimi i suoi alter ego: Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell, tutti con quell'andatura dinoccolata che anche Ledger assume, ma che ricorda il pirata Jack Sparrow.
Pellicola decisamente visionaria, ma un po' povera di contenuti: mi sarei aspettata qualcosa di più, e di più approfondito. Resta comunque un film da vedere.

7 ottobre 2009

Bastardi senza gloria

Tarantino è un genio: è riuscito a mettere su pellicola il sogno di tanti di noi, ribaltare la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il film è diviso in episodi e vede come protagonisti un gruppo di soldati americani che si recano in Francia per far fuori ogni nazista che capiti a tiro. Sono noti per fare lo scalpo alle proprie vittime e per lasciare un ricordino indelebile ai pochi superstiti degli scontri: questi vengono lasciati vivere per spargere la notizia dell'esistenza dei Bastardi e seminare il terrore tra gli invasori.
Brad Pitt sembra quasi comico nel suo ruolo di comandante dei Bastardi, sadico e stronzo fino al midollo.
Il colonnello delle SS Hans Landa è inquietante: freddo e spietato, ha il fiuto di un moderno C.S.I. e un umorismo che agghiaccia, non si sa mai se scherzi o parli sul serio.
Le scene splatter non mancano, ma è la firma del regista: solo un paio mi hanno fatto particolarmente impressione per la loro crudezza.
Il finale è azzeccato, tanto che in sala è sorto un applauso spontaneo, cosa che non capita spesso: lo consiglio vivamente.

5 agosto 2009

Il Principe Mezzo Sangue

All'uscita del primo film della serie di Harry Potter, mia cugina mi prestò i primi quattro libri (il quinto era ancora nelle idee della Rowling, mi sa). Il racconto mi appassionò così tanto che, letto il primo, feci fuori i rimanenti tre in quattro giorni: erano le vacanze di Natale e, non avendo nulla da studiare, dato che in Accademia non erano previsti esami a gennaio-febbraio, mi sono concessa una maratona di lettura. Uniche pause, i pasti e l'incontro tradizionale con le amiche "storiche" del liceo per lo scambio dei regali. Per tutto il tempo mi hanno guardata con una faccia strana, dato che io stessa ero parecchio flippata: iniziavano già a preoccuparsi, immaginandomi davanti al SerT (Servizio per le Tossicodipendenze). D'altra parte, erano già due giorni che leggevo dalle nove di mattina alle due di notte, e la mia testa era già smarrita sulla via di Hogwarst.
Il momento migliore della maratona è stato però la sera dell'Epifania, al terzo giorno di Harry Potter non-stop: mio fratello aveva invitato gli amici per una fetta di panettone. Verso mezzanotte, finito il terzo romanzo, mi concedo una pausa e scendo a scroccare una fetta di dolce: mi rendevo conto che la gente mi guardava storta, e io stessa mi sentivo come Andy McDowell con i postumi da curaro in Hudson Hawk, solo che al posto del delfino su una pista da sci, vaneggiavo di Harry, Hermione e Ron. Che trip fenomenale! E pure gratis XD Peccato che sia parecchio faticoso entrare in una condizione mentale simile a quella...
Finito anche il quarto volume, sono entrata in un'ovvia crisi di astinenza: smaniavo per il quinto episodio, che non sarebbe stato pubblicato molto presto, e d'altra parte mi trovavo in una strana altalena tra agitazione/curiosità delle nuove avventure e una malinconia devastante, dovuta al finale non certo allegro de Il calice di fuoco.
Passato un po' di tempo, la mania se n'era andata, per lasciare tutto il suo posto alla malinconia: così decisi che avrei letto il quinto romanzo solo se fossi sicura che l'atmosfera si rivelasse più allegra. Purtroppo, diverse amiche mi confermarono che era molto cupo e molto triste - ma comunque un capolavoro. Temendo di restarci male, attesi così il sesto episodio, anche questo non molto allegro, come seppi in seguito. Alla fine, uscito l'ultimo romanzo della serie, sono andata a sbirciare la voce relativa su Wikiepdia, e mi è passata la voglia di leggere i tre romanzi mancanti.

Poco tempo fa, ho avuto l'occasione di guardare il quinto film della saga: mi è piaciuto molto, tanto che per un po' sono stata tentata di prendere in mano il libro.
Ieri sera, Apollo mi ha portata al cinema a vedere Il Principe Mezzosangue: per fortuna era a prezzo ridotto, perché non sarebbe valso il biglietto intero. Forse agli appassionati lettori della Rowling è piaciuto e ha avuto un suo perché: a noi, digiuni dei romanzi e quindi ignoranti di tutti i dettagli che un film per forza di cose non può contenere, è sembrato insulso e senza capo né coda.

- ATTENZIONE ANTICIPAZIONI DELLA TRAMA -

A parte il dettaglio non trascurabile della mancanza di un riassunto della puntata precedente, tanto per capire dove cavolo eravamo rimasti - mica tutti sanno a memoria film e romanzi, no? - ho avuto l'impressione che si dessero per scontate troppe cose. Non si capisce a che gioco stia giocando Silente e che cosa voglia da Harry: addirittura manda a Harry un messaggio un po' criptico tramite Piton, e ci si chiede perché. La storia del Principe Mezzo Sangue poi non ha senso: non si sa da dove derivi questo nome e scoprire che è Piton non migliora la situazione.
I personaggi sono solo ombre di Harry ed Hermione, anche Ron non ci fa una gran bella figura (nonostante le prestazioni dell'attore siano fenomenali: la scena del filtro d'amore è sublime).
Per tutto il film ti aspetti che succeda qualcosa, ma anche il cattivo della situazione ci fa una misera figura. L'attacco dei mangiamorte alla casa dei Weasley è completamente campato per aria e continui a chiederti se ti sei preso qualcosa per strada.

- FINE ANTICIPAZIONI -
Resto dell'opinione che certi romanzi non possano essere ridotti a un film: troppi particolari vengono tagliati, i personaggi perdono spessore e il risultato non è mai soddisfacente.

11 giugno 2009

Terminator Salvation

I miei programmi per la serata post-esame di ieri sono stati un po' scombussolati da Apollo - ma che si fa per ammmoreee...
Anziché starmene distesa a letto a stella, accettando anche lo sforzo di mettermi seduta a guardare un dvd sul pc, ho accettato di andare al cinema. Avevo proposto Angeli e demoni, di cui lessi il libro n-tempo fa e che mi attira abbastanza. Sì, va bene confesso: voglio vedere che figura fa il nostrano Favino vicino al buon Tom Hanks :-P E poi c'è pure Ewan McGregor nella parte del pazzoide, dai, non posso perdermelo! Invece Apolluccio mio mi ha convinta a vedere l'ultimo episodio di Terminator: ho accettato solo per la presenza di Christian Bale, che ho adorato negli ultimi Batman e che mi sembrava fosse una garanzia per un film di un certo livello - bè, dai, almeno rispetto alla media dei film di questo genere...

Qualche secolo fa, mi ero innamorata del secondo episodio, con Governator che fa il buono e il Terminator cattivo di metallo super-mutaforma e super-indistruttibile, con la colonna sonora e relativo cameo dei Guns. Questo è poi anche l'unico episodio che ho visto, ma tanto la trama non è che cambi molto: bisogna salvare John Connor/sua madre/suo padre per evitare la fine del mondo.
Di Terminator 2 ricordo una trama mozzafiato, ironia, suspance, una colonna sonora ben fatta: insomma, per un film sparatutto è di un certo livello.
Questo Salvation è - scusate - un emerito cesso.

---ATTENZIONE SPOILER---
La trama zoppica fin dall'inizio: c'è questo John Connor che è considerato il profeta/salvatore della razza umana, ma in realtà è solo un semplice soldato agli oridni di qualcuno che sta più in alto - non si capisce bene chi sia, forse perché mi manca il T3. Si offre come cavia per testare un aggeggio che neutralizza le Macchine, attraverso un invio di onde corte che mandano in tilt i loro sistemi: la maggior parte del Consiglio o quello che è, è contraria, ma il vecchio saggio di turno dice, no, lasciamolo provare. (Ovvio, sennò il film finiva qui - e sarebbe anche stato meglio per tutti)
Nel frattempo, compare dal nulla un bel pezzo d'uomo, che noi sappiamo essere un condannato a morte nel 2003, che ha donato il corpo alla scienza: lui non ha idea di chi o che cosa sia e soprattutto di come sia ancora in vita, ma sa solo che deve arrivare a San Francisco. Ma sei matto, gli dice Kyle, là c'è il cattivo: niente da fare, lui deve trovare una persona, e non si saprà mai con chiarezza chi è. Io suppongo fosse la scienziata che gli ha chiesto il suo bel corpo a fini scientifici, ma se già nel 2003 aveva il cancro a uno stadio terminale, come diavolo avrebbe potuto essere ancora viva 15 anni dopo? Vabbè, andiamo avanti.
Il nostro Connor collauda l'aggeggio di cui sopra: prima in laboratorio, poi all'esterno, contro un Hunter-Killer, una specie di elicottero, ma molto più grande. Questa credo sia la scena con i dialoghi più profondi della storia del cinema, che batter perfino quella in Delitto perfetto, remake con Michael Douglas e Gwyneth Paltrow: dopo il tentato omicidio della fanciulla, la madre di lei, con aria da melodramma, chiede al genero "dimmi, ti prego, come è potuta accadere una cosa simile?" "Non lo so! - risponde lui - Non lo so...!" E questo per me vince l'Oscar Fossa delle Marianne per la profondità dei dialoghi.
Dunque, dicevo della scena che se fosse una recita dei bambini dell'asilo sarebbe più convincente: Connor e il suo collega sono appostati su un'altura, in attesa dell'arrivo dell'Hunter-Killer, con un pc portatile e giusto un paio di fucili tanto per gradire. Il coso volante arriva, Connor impartisce l'ordine di far partire il disturbo a onde corte, che sembra non funzionare. Soluzione: alzare il volume - e il coso precipita a 2 metri da loro, senza nemmeno graffiarli con una scheggia o un sassolino. Allora: se questo suono disturbatore deve mettere ko tutte le macchine, minimo minimo ti serve un amplificatore di quelli da concerto heavy metal, ma di quelli cattivi. Vabbè, sorvoliamo: anche sul resto, tanto è più o meno tutto su questo andazzo.

Le macchine: vedendo i predecessori dei Terminator, ti aspetteresti un mondo popolato da esseri bellissimi e indistruttibili. No, quando mai! Sono degli androidi che assomigliano più alle "macchine anatomiche" di San Severo a Napoli che a un robot degno di questo nome. Apollo suggeriva che probabilmente la simil-pelle era troppo costosa, o semplicemente esaurita.
Non può mancare però il colpo di scena: nel cuore di Skynet, compare Lui, Governator, in tutta la sua prorompente nudità, ringiovanito di almeno 20 anni grazie al computer. Ovviamente, lui sì che è indistruttibile, pelle a parte: sopravvive a una colata di metallo fuso e a una seguente doccia fredda, con l'unico inconveniente di starsene bloccato per 30 secondi, giusto per lo chock.

La colonna sonora è praticamente inesistente: carina la citazione di You could be mine dei Guns, peccato duri tipo 5 secondi. Ah, c'è anche un frammento degli Alice in Chains. Per il resto, solo suoni distorti, e la solita sviolinata da attimi di suspance.

Morale della favola, 5 euro buttati via: d'altra parte, dal regista di Charlie's Angels e Charlie's Angels più che mai, cosa ti puoi aspettare?

2 giugno 2009

Uomini che odiano le donne - il film

Non vedevo l'ora che uscisse e ho rotto le scatole ad Apollo per un pezzo - miporti?miporti?miporti???
Confesso che ero molto perplessa, per vari motivi: intanto un po' di scetticismo per una produzione svedese. Non so voi, ma a me bastano i film tedeschi per sentirmi male. E invece devo dire di essere rimasta molto positivamente colpita: fotografia splendida, non solo per i paesaggi che tolgono il fiato, regia sempre incalzante, che non perde un colpo. Gli attori sembrano usciti direttamente dal romanzo, Lisbeth poi è fenomenale, da brivido.
In secondo luogo, sono pochi i film tratti da un romanzo che mi siano piaciuti - piaciuti e basta, non spero mai nel "meglio del libro". (OT: uniche eccezioni, "Canone inverso" e "Amori e incantesimi")
A questo si aggiunge la lettura molto recente del romanzo, quindi ero pronta a inorridire ad ogni modifica, un po' come con "Twilight".

Anche in questo caso, mi sbagliavo: una riduzione è d'obbligo, come anche i necessari aggiustamenti. Ma tutte le modifiche mi sono sembrate sensate e al posto giusto, i tagli non pesano affatto: la trama scorre veloce e liscia, senza intoppi. Mi è piaciuto molto anche lo spostamento temporale della reclusione di Mikael, condannato a tre mesi per diffamazione: nel romanzo avviene a metà indagine, nel film a giochi conclusi. Quasi quasi mi piace di più questa versione, forse più credibile e certamente più scorrevole per un film.

Unico neo: le scene di violenza. Un conto è leggerle, puoi mantenere un certo distacco, distogliere l'attenzione: ma un altro conto è vederle e sentirle in un cinema, dove non puoi nasconderti, non puoi chiudere occhi e orecchie - e forse nemmeno vuoi, per una qualche perversa curiosità, o solo con la speranza che tutto finisca più in fretta possibile. Sono scene molto forti e impressionanti.

Conclusione: film godibilissimo anche da chi non ha letto il romanzo, merita davvero la visione. Voto 10.

10 marzo 2009

Watchmen - Il film

Ennesimo film tratto da un fumetto di super-eroi: col senno di poi, consiglio a chi non conosce il fumetto e che volesse vedere il film, di leggersi qualcosa in merito, tipo Wikipedia o altro - io all'inizio ero davvero confusa e perplessa.
Questi eroi, a differenza dei più noti Spiderman o X-Men, non hanno poteri straordinari, ma sono comuni cittadini (o poliziotti? non si capisce bene) che si mascherano per contrastare i malviventi mascherati a loro volta. A questo punto mi chiedo come il Comico abbia fatto a resistere, vivo, allo scontro di inizio film, con tanto di testa che fracassa un piano di marmo... L'unico ad essere un tipo anormale è Dottor Manatthan, che per un incidente di fisica nucleare si ritrova la capacità di comandare la materia e prevedere il futuro.
Le generazioni di Watchmen sono due: la prima un po' grezza e alla buona, la seconda più tecnologica, che però viene "pensionata" anzi-tempo in seguito a una legge non ben esplicata.
La vicenda, tra passato più o meno lontano, è comunque ambientata nei primi anni ottanta, con lo spettro di una guerra nucleare alle porte: dopo l'omicidio brutale del Comico, i Watchemn superstiti si trovano alle prese con una questione di coscienza, se continuare a vivere nell'anonimato o cercare di capire chi ci sia dietro all'omicidio.

Più filosofi che super-uomini, sono sicuramente gli eroi più scalcagnati della storia del cinema (dei fumetti non so, non conosco né questo né gli altri). La palma del mio preferito è contesa da Rorschach, l'uomo mascherato, che filosofeggia sulla società e sul mondo, e da Manhattan, l'uomo-quasi-dio, con lo sguardo perso tra gli eoni e l'universo.
La violenza non si risparmia, l'azione pure, l'umorismo c'è quanto basta: non regge il paragone con i contemporanei film-fumetto, e chi si aspetta uno spettacolo alla stregua di Ironman, Hulk, anche Batman volendo, resterà deluso. Questo è un film davvero particolare, riflessivo, cupo, talvolta semplicistico (ma con due ore e mezza all'attivo non avrebbero potuto aggingere altro): a me e ad Apollo è piaciuto molto, addirittura me lo riguarderei con tanto di carta e penna in mano per segnarmi le "perle" di Rorschach.

2 settembre 2008

Film: Turista per caso

Ieri sono passata in biblio e ne ho approfittato per prendere un paio di dvd da guardarmi in queste sere senza Apollo, impegnato con la preparazione calcistica. Il primo film che ho visto si intitola "Turista per caso", è di Lawrence Kasdan, con William Hurt, Kathleen Turner e Geena Davis.
La trama mi sembrava interessante: lui, scrittore di guide turistiche per uomini d'affari costretti a viaggiare per lavoro, viene lasciato dalla moglie. In partenza per un viaggio, lascia il cane ad un asilo per animali: la titolare si invaghisce di lui e fa di tutto per entrare nella sua vita. Dopo quasi un anno dal divorzio, l'ex-moglie torna alla carica: lo scrittore, preso dai ricordi e forse eccessivamente assillato dalla nuova compagna, cede alle lusinghe della ex, ma un viaggio a Parigi cambierà le carte in tavola.

Il film scorre anche troppo lentamente e la bizzarria dei fratelli del protagonista non solleva l'umore sempre più tetro dello spettatore. Non è né una commedia né un dramma: già prima della metà non vedevo l'ora che finisse e ai titoli di coda mi sono ritrovata a desiderare di aver occupato il mio tempo in modo migliore.

26 agosto 2008

Film: Molto incinta

Qualche sera fa, con Apollo ci siamo spaparanzati sul divano, muniti di torta di mele e latte con Nesquik, per una serata-dvd. Tra i titoli a disposizione, ho scelto "Molto incinta", pensando che fosse un film tutto da ridere.
La trama è semplice ma attuale: dopo una notte di sesso con uno sconosciuto, la protagonista si trova incinta, nonostante le precauzioni prese (non rivelo cosa è andato storto). Decide di tenere il bambino e di conoscere meglio il suo partner di una notte: i due non possono essere più diversi, ma il lieto fine è d'obbligo.
La situazione si presta a diverse letture: una in chiave comica, che sfrutta la demenzialità del padre e dei suoi amici assurdi, 5 squattrinati che passano le giornate a guardare film alla ricerca delle scene di nudo, per creare poi un database consultabile in rete. Anche la madre si presterebbe al ridicolo: appena promossa a conduttrice di un programma sul cinema, il contratto la vorrebbe magra e in forma.
Un'altra lettura, invece, si potrebbe svolgere su un piano più serio: cosa vuol dire trovarsi incinta di uno sconosciuto, come comportarsi sul lavoro, la scelta di tenere il bambino, la trovata responsabilità di un padre sgangherato che decide di trovarsi un lavoro e una casa decente per mantenere il figlio in arrivo. Da sfondo, la sorella di lei, con un marito che ha una doppia vita e fa pensare che abbia un'amante: una vita di coppia che sembra perfetta ma non lo è, e che influisce sulle decisioni dei protagonisti.
Ahimè, il film cerca di restare in bilico tra l'una e l'altra, senza riuscire ad essere né comico né profondo: quello che potrebbe far ridere diventa una gag penosa e scontata, quello che potrebbe portare alla riflessione resta in superficie.
Peccato.

25 luglio 2008

Cavalieri oscuri

Il vecchio telefilm che teneva incollati alla tv noi bambini, con tutti i SOCK!, POW!, ecc., con il Batman in mutandoni con tanto di pancetta che sporgeva da sotto la maglia aderente, un Robin sfigatissimo, un memorabile Alfred che non perdeva il suo aplomb nemmeno nelle situazioni più bizzarre, è ormai solo un ricordo.
Il primo Batman cinematografico con il volto un po' imbranato di Michael Keaton è lontano anni luce. Val Kilmer era più uno stocafisso, George un po' troppo sciccoso, anche se personalmente mi è piaciuto molto nei panni dell'eroe mascherato.
Ma questo, con il volto di Christian Bale, è l'apoteosi dei suoi predecessori: più dark del dark, più tecnologico, più armato, più sexi, più fascinoso, più fragile.
Un personaggio vero e vivo, che ha sofferto e che sa di essersi preso carico di una missione di cui nessuno è all'altezza, e di cui nessuno vorrebbe farsi carico.
Solo come non mai, non ha amici eccetto un maggiordomo e un tecnico di laboratorio, che per ovvi motivi resteranno sempre nella sfera di subordinati. Beffardo e ironico, mostra un volto sprezzante e algido, ma si sa che nel suo animo è ben diverso. Cavaliere oscuro, è definito: ma non è lui l'unico.
Il procuratore distrettuale con il volto di Aaron Eckhart è altrettanto oscuro: dilaniato nel corpo quanto nell'anima diventa un vendicatore dei vendicatori, eroe ancor più solo del suo antagonista.
E Joker? Con il volto sfigurato di un sublime Heath Ledger, pazzo, assurdo, malvagissimo e bastardo, ha lasciato gli scherzi dei primi Joker nel cassetto. Una maschera di follia che non è solo trucco: è anche nei suoi occhi, nei suoi gesti.
Un film crudele, molto più dei suoi precedenti: e la speranza, che si intravede alla fine, non basta a colmare il vuoto che si sente. Perché il Bene vince, ma a un prezzo molto, troppo alto. E la vittoria non sembra tale.