Io leggo. Non è una novità. Probabilmente non raggiungerò più il tetto dei 115 romanzi/41532 pagine del 2009, ma con i miei attuali 47/16122 non mi posso lamentare.
Non è che nel 2009 mi sia dedicata al dolce-far-niente, anzi, ho dato un bel po' di esami tosti: si è semplicemente verificata la congiuntura buone letture + stress. Le prime non c'è bisogno di spiegarle, basti citare Via col vento o la trilogia di Millennium, o la Vargas riletta da zero. Lo stress, brutta bestia, è quello che mi fa rifugiare nei libri. E poco importa se devo preparare l'esame di Dyo, io *devo* leggere.
Non c'è niente di meglio che studiare tutto il giorno e poi, quando la testa è così cotta che ci potresti friggere un uovo, svaccarsi sul divano con un buon romanzo tra le mani. È una specie di teletrasporto in altri mondi, economico e sicuro - non rischi di trovarti in carne e ossa nel bel mezzo della Guerra di Secessione o tra le grinfie di un lupo mannaro, ma non è certo meno emozionante.
Quando invece sei disoccupato, è tutto un altro paio di maniche.
Ore davanti al pc a spulciare gli annunci e a inviare curriculum a destra e a manca; pie illusioni che si frantumano dopo l'ennesimo colloquio in un'Apl che non dà risposte; frustrazione nel non trovare nessuna delle *due* lauree nei menù a tendina predisposti nei siti delle Apl o di altri database. Sensazione completa di totale inutilità e incapacità. Sintomi di depressione. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Contattare il medico in caso di effetti collaterali indesiderati.
Il divano è un'alternativa di gran lunga più allettante. Preferisco trovarmi nella mente di un serial killer piuttosto che in una realtà che al momento mi deprime. Ma più leggo, più sto male. Come una droga che crea dipendenza alla prima pagina. Da evasione temporanea, la lettura diventa fuga da tutto e da tutti.
Sono qui, con le parole che di intasano sui polpastrelli, creando ingorghi da cui non so districarmi.
Ogni tanto mi viene più facile parlare con le immagini: ecco, vorrei essere qui, ad aspettare le marmotte e a prendere il sole con un falco che vola in ampi cerchi sopra la mia testa.
15 luglio 2011
Le vite degli altri
5 maggio 2009
Oggi respiro: l'apnea dei giorni scorsi mi sta dando un po' di requie. Non so quanto durerà, ma per il momento ne approfitto per scrivere un po' qui e per cazzeggiare allegramente per la rete, cosa che non facevo da n-tempo.
La mia psic dice che è importante condividere la mia situazione, per sentire che non sono sola: ecco, questa è la cosa più difficile per me, perché mi sono sempre arrangiata e ho sempre tenuto tutto dentro. Già il fatto di riuscire a scriverne qui è un passo da giganti: ci tengo a precisare che un conto è scrivere, un altro è rispondere. Perché scrivendo apro una porta, ma rispondendo invito ad entrare e non è così semplice accettare "estranei" dentro di me, in senso metaforico neh.
Questo per avvisare che se non dovessi rispondere a eventuali commenti o chiudermi a riccio, non è perché sono stronza: è proprio perché non sono capace. Ma sto imparando.
2 maggio 2009
Leggo, leggo, leggo.
Oggi ho controllato la posta.
I miei feed sono a quota 162, ma ho avuto anche periodi peggiori.
Fuori c'è il sole, che sta scaldando anche me. Un po' alla volta, ma è già qualcosa.
30 gennaio 2009
L'araba fenice
Cari i miei 14 lettori (fonte: ShinyStat),
spero che nessuno di voi abbia contattato Chi l'ha visto per segnalare la mia imporvvisa scomparsa dal Web.
Niente blog, niente biblioteca virtuale, niente feisbuc, niente Wiki, niente LUG: zero.
Qualcuno si è risentito, qualcun altro ha pensato male (un certo Vile Lurkatore Mascarato che so io e sa lui), qualcuno mi ha tempestata di richeste fino a perdere la voce...
Mi rendo conto che sparire così non è stato molto carino, almeno mettere un avviso tipo "chiuso per ferie", direte voi.
E se io dicessi che dal lontano 23 dicembre a ieri ho aperto la posta 3 dico 3 volte? E che ieri sera il mio lettore di feed superava i 650 post non letti? Forse questo può rendere una vaga idea della situazione...
Per l'antefatto rimando al post del 7 maggio scorso, non serve che mi ripeta.
Da quel momento, la strada è stata tutta in salita, sebbene abbia sempre cercato di dare alla mia vita una parvenza di normalità e serenità: non per gli altri, chissène, quanto per me stessa. Perché pensare alle cose belle, ai libri, ai dolci, alle vacanze, alle assurdità che mi fanno ridere, questo mi faceva sentire più "normale" e meno "malata".
Se con gli altri ho sempre "fatto finta" che andasse tutto bene, che gli esami fossero in corso, che stessi studiando, è stato solo perché sono restia ad aprirmi al dialogo. Finché si tratta di scrivere qui è tutto ok, ma quando arrivo al faccia a faccia vado in crisi: sono un orso, sono abituata ad arrangiarmi, che non è sempre un bene. E poi davvero non so come comportarmi di fronte alle parole di conforto, amicizia, affetto che qualche volta ho ricevuto e troppe volte ho evitato.
A farla breve, non so bene cosa sia successo, di preciso, da maggio ad oggi: fatto sta che alla sessione estiva non sono riuscita a dare nessun esame, mentre a settembre c'è stato il mio ritorno in gloria, peccato si sia trattato di una scintilla, non di un bel falò.
Non mi sono persa d'animo, tanto che a ottobre mi sono data da fare per mettere un po' d'ordine nella mia "carriera" universitaria, disposta anche a stravolgere il mio piano di studi sull'onda di un entusiasmo che mi faceva sperare in una scorciatoia e in strade che non avevo pensato di percorrere.
E qui è arrivata la paralisi: solo l'idea di andare a Venezia mi faceva venire il mal di stomaco, solo pensare di prendere in mano un libro mi provocava conati di vomito. Per una che fino a un anno fa sognava il dottorato, non è certo quel che si direbbe una crisi passeggera di infima entità...
All'allegro quadro, si aggiungano le rogne dei farmaci: perché io mi fido dei medici, e se un medico mi dice che devo prendere la medicina, lo faccio. Anche perché so che se ho mal di testa e mi prendo l'aspirina, poi sto meglio: così speravo di cuore che una pastiglietta magica mi aiutasse a sgomberare la mia testa da tutte le nuvole di temporale che vi si aggiravano. E dopo più di un anno di tentativi, ero sempre punto e a capo: niente vantaggi, niente miglioramenti, solo effetti collaterali. E l'impressione di non essere più io: che brutto, non lo auguro a nessuno.
Mi guardavo indietro e vedevo la mia determinazione il mio entusiamo la mia gioia per la mia scelta di vita universitaria: sapevo che mi sarebbe costata fatica e che per forza di cose avrei dovuto rimandare i mei progetti di indipendenza per un po', ma ero comunque serena. Ma se guardavo al presente, tutto l'entusiasmo era sparito, tutti i progetti mi sembravano senza senso, e nulla era in grado di emozionarmi veramente (tranne Apollo, sia chiaro).
E forse sta proprio qui il motivo del mio auto-isolamento: perché internet, il blog, ecc, è una specie di specchio e io non riuscivo a guardarmi in faccia. Non volevo vedere l'ombra di quella che ero, di quella che sono.
Alla fine è successo quello che doveva succedere: mi sono incazzata di brutto e ho buttato via le medicine. (si fa per dire, neh, dato che sono sotto costante controllo medico: neanche una mela al giorno mi leva mamy di torno :-P )
Oggi sono 2 settimane che non prendo nulla: la cosa strana, la cosa bella, è che finalmente, dopo non so quanto tempo, sento davvero. La nebbia che rendeva tutto uguale e informe si sta alzando, ora riesco a distinguere contorni e colori ed è una meraviglia. C'è solo un piccolo inconveniente: mi emoziono anche troppo, per troppo poco. Insomma, come si fa a commuoversi per la pubblicità dei mobili svedesi, me lo dite, eh?
Non saprò mai se le medicine che ho preso qualcosa hanno fatto - e che quindi se non le avessi prese sarei stata anche peggio- o se invece tutti i casini che ho avuto negli ultimi mesi sono stati un evitabile effetto collaterale dei farmaci: ma ora come ora non ha senso discuterne. Quel che è stato, è stato: amen e così sia.
Oggi c'è il sole: fuori e dentro di me. Forse tornerà a piovere, ma tanto io ho un ombrello lilla: anche questa si chiama felicità.
18 settembre 2008
Come mi girano...
Telegiornale di oggi: un uomo uccide la figlia e tenta di uccidere la moglie e sé stesso, soffriva di depressione. Un uomo uccide i fratelli, soffriva di depressione.
Non si contano ormai più i fatti tragici purtroppo simili a questi: madri che uccidono i figli, omicidi/suicidi, e sempre l'autore/autrice soffre di depressione.
Cazzo, ti credo che poi la gente si preoccupa a sentir parlare di depressione: pare che una conseguenza della malattia sia l'istinto omicida!
La mia amica Sara ha svolto un'indagine sul rapporto media/malattie psichiatriche: mi piacerebbe leggerlo e capire un po' meglio la situazione.
Una cosa è però certa: che i giornalisti non capiscono un cavolo di malattie mentali e non gliene frega niente. Perché se gliene fregasse qualcosa di far capire alla gente cosa effettivamente sia successo, allora non si limiterebbero ad un laconico "soffriva di depressione".
Sono molto arrabbiata, ma temo di non poter fare molto.
(Per la cronaca: non ho nessuna intenzione di far fuori la mia famiglia XD )
7 maggio 2008
Outing.
Questo è uno di quei post che inizio a scrivere, ma non so mai né se arriverò in fondo, né se riuscirò a cliccare su "pubblica": que serà serà.
Di blog ce ne sono tanti e ogni blogger decide cosa e quanto far vedere di sé. Io sono di natura riservata e già avere un blog, potenzialmente visibile a tutti, è un'impresa. Aprirsi fa paura, Nice scrisse che per comunicare è necessario abbassare tutte le proprie difese, ma questo può comportare anche di ricevere delle ferite. Io voglio provarci: lo faccio qui, perché mi sento un po' a casa, perché come un vulcano ho bisogno di buttare fuori quello che mi ribolle dentro, perché nutro l'infondata speranza che parlare serva a portar via il mio demone personale.
Si chiama depressione ed è la più gran bastardata che esista. Sta con me da 15 anni, dai tempi del liceo, anche se all'inizio era presa per "adolescenza". Non so perché ce l'ho, da cosa dipenda, se possa essere genetica o ambientale, se ci siano fattori organici che la scatenino. So solo che mi prende senza nessun motivo apparente, ed è come essere Dottor Jekyll e Mr. Hyde.
Jekyll è una ragazza brillante, allegra, spiritosa, con millemila idee per la testa, intelligente, gran lavoratrice, creativa. Fa esami come fossero noccioline, studia a più non posso ma non le sembra mai abbastanza. Ama le feste, andare al mare o in montagna, fare sciopping con le amiche o il moroso. Maniaca dell'ordine e della pulizia, qualche volta sgarra, ma è il suo ordine naturale, infatti sa sempre dove trovare quello che cerca. Le piace circondarsi di persone amiche, far da mangiare per venti, cucinare dolci; non vede l'ora di andare a teatro o ai concerti. Ogni occasione è buona per attaccare bottone, anche con chi non conosce, soprattutto se di mezzo ci sono i libri. Spesso si trova a dover fare tremila cose tutte insieme, ma non si scoraggia e ha sempre un sorriso stampato in faccia.
Hyde è il lato oscuro: arriva quando meno te lo aspetti, anzi, sembra che ci goda: va tutto bene, quasi a gonfie vele, e zac! spunta lei, l'altra me. I sogni popolati di incubi la stancano così tanto che alla mattina non riesce ad alzarsi. La routine quotidiana diventa pesante, come se avesse una zavorra che la ostacola. Quello che a Jekyll piace, per lei non ha più nessun gusto, non dà stimoli né gratificazioni. Lo studio è insostenibile, la frustrazione le impedisce di andare avanti e i successi passati non contano nulla. Una gran tristezza le invade il cuore, no, è dolore, forte e insopportabile anche perché non ha motivo d'essere. Vede la sua vita scorrerle via, si sente derubata del suo vero io e non vede nessun futuro. Piange lacrime di dolore e rabbia, in lutto per sé stessa. Non è morta, ma è come se lo fosse. Tutto è grigio, nulla ha più interesse: non riesce a prendere decisioni, perché comunque è tutto uguale. Non può fare programmi, perché solo l'idea di un domani la terrorizza. Paralizzata, si chiude in camera, dove il disordine regna sovrano. I vestiti si accumulano sulla sedia, il letto sfatto, la polvere copre ogni cosa. Il rimpianto dei bei tempi la divora, il rimorso per il tempo che sta sprecando non le dà pace. Vede la vita scorrerle accanto e non può fare nulla per riprendersela.
La gran bastardata è che fisicamente ed esternamente è tutto uguale: di sana e robusta costituzione, non ci sono motivi logici all'annullamento si sé. Chi la vede da fuori non capisce, chi la vive non la sa spiegare. Com'è possibile che con tutti quei 30 tu non studi più? L'hai sempre fatto, devi continuare. No, non è così che va. Non è una scelta, non è una condizione che si cambia facendo, o con il pensiero positivo o con menate simili.
Questa cosa ti prende e ti invischia e non sai come uscirne. Più ci lotti più affondi. Più affondi più odi te stesso. Sei paralizzata dalla paura, perché non sai cosa succede, non sai perché, non sai cosa fare per uscirne. Costa caro, in termini di forze spese a vuoto e di ferite inflitte a sé o a quelli che osano avvicinarsi. Spesso tirare avanti è l'unica cosa che riesci a fare, non di più, no, è già troppo così. Vorresti sotterrarti sotto il piumone e stare lì, nascosta al mondo, finché non passa. Ma passerà mai?
Credevo fosse finita, invece è tornata. Forse è peggiore, perché ho visto una me stessa piena di vita di idee di progetti, e ora perdermi costa caro. Peggiore perché l'altra volta ero sola, mentre ora ho un Apollo a cui pensare, a cui dover spiegare cosa non va.
Le medicine non sempre funzionano e non sempre aiutano. La psicoterapia va avanti, ma i risultati per ora non li vedo. La dottoressa mi fa concorrenza come "Pizia": tutti mi chiedono cosa dice, come fosse un Oracolo che conosce il futuro, la risposta. Magari! Ma non va così.
Qualche giorno riesco a vedere uno sprazzo di blu tra le nuvole, qualche altro, come ieri, vedo solo nero. Sono stanca, davvero. Vorrei mollare, tirare i remi in barca, lasciatemi in pace! Lasciatemi non vivere, almeno questo. Non chiedetemi di fare quello che non posso, non sputatemi in faccia luoghi comuni, evitate la psicologia, perché sinceramente ne ho abbastanza.
Di questa "cosa" tendo a non parlare: la scusa ufficiale è che non voglio assillare nessuno con i miei problemi, o che non vorrei "ricattare" gli altri - sto male e quindi devi starmi vicino. La verità è che mi fa paura: perché non so spiegarla, perché è facile essere fraintesa, perché il "c'è gente che sta peggio" è sempre dietro l'angolo e non lo sopporto proprio. Come te lo spiego che preferirei essere in ospedale con la pancia aperta, piuttosto che in questo limbo? Come ti rispondo al tuo "ma cosa c'è che non va? perché stai così" se nemmeno io lo so! E cosa darei per saperlo! Sarà la mia testa che non va? Sarà la stagione? La luna? I pollini? Perché non esistono esami per trovare il baco. Perché è una cosa "di testa" e si crede che quindi basti la tesa per uscirne. Te ne do un minuto, vuoi? Così vedi com'è, poi mi sai dire.
Il brutto è che non sai quando arriva, non sai perché. E dopo tre, quattro volte che l'hai vissuta, ti rassegni a doverci convivere a vita. Vorresti con tutte le tue forze un'esistenza normale, banale sì!, ma almeno senza tutto questo dolore. Quando ne sei fuori ti senti superman, credi di aver vinto. Invece tornerà, ancora e ancora. E mi chiedo, finirà mai?
Intanto son qui, tengo duro finché posso, e quando mollerò mi troverai sotto il piumone, a piangere per me stessa.
So che la soluzione è dentro di me, che la Forza c'è, e prima o poi tornerà allo scoperto per portare via le nuvole. Ma devo essere io a farlo, non so come, ma succederà. Perché l'altra gran bastardata è che gli altri non possono fare nulla se non stare a guardare. Non c'è niente da dire, non ci sono parole magiche, non serve costringere a forza a uscire dal guscio. Facciamo quanto sappiamo di poter fare, forse un tantino in più, ma poi non chiedete altro: è dura vero? Stare a guardare e voler far qualcosa per avere indietro la persona che conoscevi e non riuscire. Non c'è nulla da fare, solo esserci. Portare un po' di normalità in una vita che non lo è, che sia un dvd o una serata al cinema, un gelato in centro o una passeggiata in montagna. Perché questo è fare, è uscire dal bozzolo, è gustare piccole cose, un po' alla volta.
Passerà: se sapessi quando, sarebbe di aiuto - lunedì, il 10 maggio, tra 72 ore. Oggi tutto ha una data di scadenza, tranne la Gran Bastarda. Lei è un osso duro, ma credo di esserlo pure io.

