27 novembre 2008

Laggiù soffia! (Epilogo)

L'impresa titanica della lettura di Moby Dick è giunta al termine, con non poca fatica.
Un libro del genere deve essere affrontato per quello che è, ovvero un capolavoro della letteratura, non come un "semplice" romanzo, come ho fatto io. Leggerlo così è sempre meglio che non leggero: certo è che in questo modo non si capiscono le tante finezze di Melville, la preziosità e la particolarità di quest'opera.
Lungi da me tentare di farne una critica, dato che non ne ho le competenze, ma due paroline le spendo lo stesso.

Il racconto si svolge su diversi piani: da una parte la narrazione della storia vera e propria, dettagliatissima negli incontri del protagonista, nei suoi pensieri, nelle vicende collaterali e "minori". Ogni minuzia è descritta alla perfezione, dalla locanda dove Ismaele si ferma la prima notte, alla chiesa dove assiste al sermone domenicale, l'arredemento, il tempo, le persone, la nave in tutti i suoi locali anche più insignificanti.
Da un'altro lato, ci sono capitoli che si possono definire puramente tecnico-scientifici, con le descrizioni delle attrezzature di una baleniera e le divagazioni sulle varie specie animali, in primis il capodoglio. (E questa è la parte più difficile proprio perché noiosetta)
Infine, la narrazione lascia il posto alle introspezioni psicologiche dei vari protagonisti, tra i quali domina ovviamente Ahab. L'unico a non essere descritto così dettagliatamente è proprio Ismaele stesso: questo compito spetta al lettore, alla fine del libro.

Io sono rimasta affascinata dai primi capitoli, quelli dove ancora i protagonisti sono a terra, con il primo impatto nella comunità dei balenieri di Nantucket; un po' delusa l osono stata invece alla fine, con l'epico scontro con Moby Dick. Presenza costante per tutto il libro, si intravede solo negli ultimi capitoli, ma è sgusciante come un'anguilla: ora la vedi, ora non più. La lotta della nave intera contro questo mostro marino si riduce a una sorta di ondata gigantesca che tutto inghiotte e porta sul fondo del mare: non so ben dire cosa mi aspettassi, forse avevo semplicemente sopravvalutato i mezzi dell'ottocento dedicati alla caccia in mare. In effetti, è come se una mosca decidesse di lottare contro un essere umano: allora il coraggio e la temerarietà di quei marinai diventno ben evidenti.
Così dopo tutto mi chiedo: ma questa caccia che ha portato alla perdizione, meta già annunciata e di cui tutti erano consci, che senso aveva? Ne valeva la pena?
Per Ahab la risposta è certamente sì: ma per i marinai, che con lui avevano solo un rapporto di obbedienza, niente amicizia, niente premi promessi, niente fame di gloria.
Forse il motivo è lo stesso che chiama l'uomo verso il mare: la caccia fine a sé stessa, l'avventura, la lotta impari, la speranza di poter dire, col petto gonfio d'orgoglio, ce l'ho fatta.

1 responsi:

Helènic Glauc ha detto...

E 'ovvio che Moby Dick è un classico. Mi piacerebbe molto leggere il libro, ma ho un tempo molto breve. E, in effetti, il romanzo è un vecchio, scritto con le vecchie tecniche e questo significa che ho deciso di leggere romanzi più moderni, perché contribuirà a ulteriori plir il mio stile di scrittura.
Ma certamente leggere i classici è un piacere.

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