27 gennaio 2011

Nemesi

C'è un periodo della nostra vita, che di solito coincide con l'adolescenza ma può protrarsi anche oltre, in cui proviamo un'enorme insofferenza nei confronti dei nostri genitori. Critichiamo ogni loro parola, riteniamo che le loro decisioni siano sempre e comunque sbagliate, aborriamo l'idea di poter diventare, un giorno, come loro: il peggior complimento che qualcuno può rivolgerci è "sei tutta/o tua madre/tuo padre".
Dicono sia un passaggio fondamentale nella crescita e per acquisire indipendenza, certo è che anche una volta arrivati all'armistizio il senso di rifiuto sotto sotto resta: l'esigenza di avere una propria identità è forte e rende difficile guardarsi allo specchio e riconoscere i tratti acquisiti. Ancor più marcata è la volontà di avere pensieri propri, dalla politica allo sport alla vita di tutti i giorni.
Mi rendo conto che dei miei ho sempre scritto per veloci tratti, credo proprio per i motivi di cui sopra, e non me ne meraviglio.
Mio padre è il tipico despota convinto di essere l'ombelico del mondo, depositario della Verità. Per lui tutte le donne della tv sono di facili costumi (e poco importa che le recenti vicende gli diano ragione, è il principio che mi dà fastidio); tutti gli automobilisti sono stupidi; tutti i politici sono ignoranti/deficienti. A lui tutto è concesso, anzi, dovuto; gli altri devono cedere il passo e non mostrare idee diverse. Per ogni errore ha subito la scusa pronta e sicuramente è validissima anche se non sta in piedi.
Mia madre è tosta e non potrebbe essere altrimenti con un marito così. Dura con tutti, soprattutto con sé stessa, le uniche concessioni che si regala sono i dolci, compensati con la palestra e le passeggiate con il cane Molly. Ha infinite manie di ordine e pulizia: le sedie non possono essere appoggiate al muro; le ciotole di vetro o di ceramica vanno impilate con in mezzo un foglio di scottex sennò si rovinano; sotto le candele va messo un piatto, anche se c'è il porta-candele; i divani hanno due teli di copertura, il primo perché la tappezzeria è bianca e si sporca facilmente, il secondo per non sporcare il primo. Non riesce a passare il piumino per la polvere senza sudare sette camicie, perché se non suda vuol dire che non ha lavorato bene; stira anche asciugamani, calze e mutande, che potrebbero tranquillamente essere lasciati così come sono, con notevole risparmio di tempo.
Ho trasformato quelli che io considero loro difetti in personali imperativi al contrario: non ragionare per luoghi comuni, non giocare allo scaricabarile, non nascondersi dietro un dito, non essere maniaca nei dettagli inutili, non stressare il prossimo.
Eppure da un po' di tempo mi ritrovo a fermarmi come congelata nel bel mezzo di una frase perché mi rendo conto che sto dicendo qualcosa come lo direbbe mia madre. In auto me la prendo con gli altri sbottando come mio padre. Percepisco delle sfumature della voce, dei modi di dire tipiche di mia madre anche nelle espressioni del volto. E ho paura.
Posso tollerare di aver ereditato alcune caratteristiche, o di averne acquisite altre per imitazione inconscia, ma se mai mi sentirete dire "vivaddio", sparatemi, vi prego.

5 responsi:

Chiara ha detto...

Anch'io sono così.
A volte mi rendo conto di dire o fare cose esattamente come mia madre o come mio padre.
Però da mia madre ho preso la "scocciatura", cioè lo sbuffamento e il nervosismo, da mio padre invece il lato più ironico e l'essere di braccine corte.

C'è di peggio, dai!

katiu ha detto...

Da mio padre ho preso senz'altro la mancanza di pazienza, in tutto: le cose vanno fatte subito, e bene; i concetti te li ripeto 1 volta sola, se non capisci sono problemi tuoi .. e cose simili.

Da mia mamma ho preso sicuramente il legame col cibo: ho sempre fame!

Lycas ha detto...

Senza entrare nel merito del post, a mio avviso molti tuoi scritti - come questo - sono davvero buoni.

Pythia ha detto...

Lycas, così alimenti il mio ego ipertrofico!

+oops+

giuseppina ha detto...

concordo con Lycas, qualunque sia l'argomento da te scelto, leggerti è sempre un piacere!

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