28 febbraio 2010

Scommettiamo che...?

Stasera, poco dopo le sette e mezza, ricevo una telefonata dell'O.F. alquanto bizzarra, per i seguenti motivi:

  1. mio fratello non mi chiama mai, e se lo fa è un'emergenza, e comunque usa il telefono di mamy - sua maestà è tirchio di brutto.
  2. ha lasciato squillare a lungo, il che farebbe presumere una certa urgenza di sentire la mia voce melodiosa.
  3. mi ha chiesto dove fossi (a casa), quanto ci sarei rimasta (massimo mezz'ora) e di fargli uno squillo quando me ne fossi andata per evitargli un giro a vuoto: pare dovesse prendere delle cose in rimessa.
  4. lui ha le chiavi della rimessa.
Ho pensato:
  1. è domenica sera: prima che io occupassi la casa l'O.F. era solito venire qui a mangiare la pizza con gli amici per concludere il week end.
  2. si informa dei miei movimenti con una certa insistenza.
  3. chiede pure uno squillo una volta partita da casa.
Sentivo puzza di bruciato lontano un miglio: ho aspettato un quarto d'ora, gli ho mandato un messaggino dicendoli che me n'ero andata prima del previsto, facendogli intendere che ero con Apollo e quindi giustificando la presenza della mia auto, e che mi dispiaceva. Ho chiuso la porta come se non ci fossi e ho aspettato di sentirlo arrivare.

Nel mio mondo ideale, lui avrebbe aperto la porta con strafottenza, ghignando non proprio sotto i baffi per avermela fatta, ma mi avrebbe trovata ad aspettarlo - sorpresa!

Dopo venti minuti ho levato le ancore, lasciandomi dietro un biglietto di benvenuto.

Nel mio mondo ideale, lui avrebbe trovato la missiva e l'avrebbe stracciata, o non avrebbe resistito dal telefonarmi per sfottermi.

Nel mondo reale, sono passata per casa dei miei e ho trovato l'O.F. spaparanzato sul divano, con la copertina sulle gambe, in attesa del telefilm della domenica sera.
Apollo suggeriva che forse mi stava aspettando per avere conferma decisiva sul via libera in casa mia: io che conosco le abitudini casalingoidi del fratello mi sono rassegnata ad aver perso la scommessa. Non troppo dispiaciuta, perché casa mia è sempre casa mia.

Resta però il sospetto che ci fosse davvero qualcosa di losco: indagando su cosa aveva intenzione di prendere, ha risposto genericamente "la cassetta degli attrezzi".
Che lui sa benissimo non essere in rimessa, ma in casa.

Sunshine Award

Gisella del RRGS mi ha premiata con questo fiore coloratissimo



Non amo le catene, pertanto non lo inoltrerò: lo giro collettivamente a tutti voi, lettori miei, e se qualcuno volesse appropriarsene ne sarò ben lieta :-)

27 febbraio 2010

Manicure

Un anno e mezzo fa, mentre davo le tinte alla mia ormai ex-cameretta, ho preso una botta al pollice della mano sinistra: niente di che, mi si è solo rotta l'unghia, nella lunetta bianca esterna, come un taglietto perpendicolare alla radice. Non mi sono stupita tanto per la rottura, avevo le mani sempre sporche di colore ed era più che normale che succedesse qualcosa del genere, quanto per la stranezza della direzione della frattura, mai capitata prima.
Pur tenendola limata al minimo, restava comunque una puntina che si impigliava ovunque, causando da parte mia sfoggio di un forbito linguaggio da scaricatrice di porto.
Ho pertanto deciso di farmi fare il famoso gel, sperando che la parte rotta crescesse protetta, per poi limarla via appena possibile e tornare alla normalità.
Sono andata da un'amica di un'amica, che a quanto dicono è la migliore di Vicenza: mentre aspetto il mio turno, la figlia della titolare inizia a prepararmi le unghie e nel frattempo mi mostra i colori dei gel. Devo forse dire su quale fosse caduta la mia preferenza? Quel certo colore che inizia con la v e finisce con iola?
Arriva il mio turno e la ragazza porta alla madre il gel che avevo scelto: quella inizia a farmi una manfrina sul fatto che avevo le unghie brutte (mai in vita mia ha ricevuto un insulto peggiore: al liceo erano l'invidia delle mie amiche, lunghe e forti tanto che tutti mi chiedevano se suonassi la chitarra o come facessi a tenerle così), che erano troppo corte (ragazza, mi sono abituata così, non è che per forza dobbiamo sfoggiare unghie da centimetro), che mi sarebbe durato troppo poco (scema, se mi dura poco vuol dire che torno qui prima per il ritocco, no?), che dovevo fidarmi di lei che fa quel lavoro da vent'anni e che era meglio fare il french* (che a me non piaceva così tanto, ma mi sono fidata di sua maestà l'Esperienza).
Un mese dopo, le unghie erano cresciute ed era quindi necessario fare il cosiddetto refill, ovvero aggiungere il gel sulla ricrescita: chiamo e prenoto l'appuntamento specificando che volevo il refill. Una volta là, mi presento e ripeto che avevo prenotato il refill: con l'occhio vado a cercare il listino prezzi per rassicurarmi di non aver letto male la volta precedente, e la voce refill è ancora al suo posto.
Mi fanno accomodare, ma questa volta tocca al figlio della titolare farmi la manicure. Inizia a fresare il gel: io penso che tolga il promo strato, in modo da fare l'aggiunta sulla ricrescita e poi ricoprire tutta l'unghia con uno strato uniforme - da restauratrice, di stuccature me ne intendo. Come è stato dimostrato in seguito, di manicure non ne capisco una cippa.
Guardando la mano in lavorazione, mi accorgo che di gel èrimasto poco o niente: con aria innocente chiedo cosa stia facendo. Lui mi risponde candidamente, con un'aria di superiorità, che gli altri ti fanno pagare per metterti una striscietta di gel, ma loro non ti prendono soldi per una cosa del genere.
Inghiotto un groppo che mi si era formato in gola: non ho l'albero dei soldi in giardino e per quel mese non potevo permettermi spese extra, per il capriccio di uno sconosciuto per di più. Purtroppo per me, e per fortuna loro, avevo pensieri per la testa che mi assorbivano tutte le energie: quindi me ne sono stata zitta, gli ho detto fa' ciò che vuoi, ho cacciato i soldi e me ne sono andata per non tornare più.
Fossi stata in un momento normale, prima gli avrei tirato giù il negozio, poi gli avrei fatto venire i capelli bianchi sfoggiando il suddetto linguaggio da scaricatrice di porto, poi l'avrei minacciato di finire il lavoro, di fare quello che volevo io, e di farmi pagare per quello che avevo chiesto, e se gli fosse andata bene così, ok, altrimenti non gli avrei dato un centesimo e avrei fatto in modo di sputtanarli, anche a costo chi chiamare Mi manda RaiTre.

E per fortuna che il cliente ha sempre ragione.


*Per i maschietti che mi leggono, dicesi french quel tipo di smalto/gel che sulla lunetta esterna è bianco, mentre sul resto dell'unghia è trasparente.

Piccoli avocado crescono - 2

Da quando a dicembre è spuntata la prima gemma, il piccolo Wally è cresciuto in maniera esponenziale: dopo nemmeno un mese l'ho messo in vaso



e dopo un altro mese sfoggiava già cinque belle fogliolone.



Adesso lo tengo in bagno, è la stanza più calda e in cui c'è più luce, dato che dopo l'esame sto recuperando tutte le uscite che mi ero negata e quindi la casa resta chiusa più del normale.



Ormai si sa che non sono tanto a posto con la testa e che do il nome alle cose, come con Bice la lavatrice: per Wally è stata un'esperienza quasi surreale.
All'inizio lo chiamavo Carletto, quando ancora era un ovetto nel bicchiere; quando ha iniziato a crescere e l'ho trasferito nel vaso, ho pensato di chiamarlo Mork, perché era uscito da un uovo.
Lui però non voleva saperne e nella mia testa bacata è apparso il nome giusto: Wally. E così è rimasto.

Ok, chiamate la neuro: 0444 - 5xx xxx :-P

23 febbraio 2010

Farro, gamberi e pomodorini al pesto

La cucina è il mio regno e ho il difetto di diventare insofferente se ho qualcuno che mi ronza intorno mentre sono ai fornelli: non ho nemmeno la pazienza di fare la maestra, anche se mi sforzo, perché temo di aver preso da mamy l'atteggiamento "io lo faccio meglio". Apollo ogni tanto prova a prendere l'iniziativa, con grande impegno condito da qualche pasticcio, ma con risultati niente male, soprattutto per quanto riguarda le bruschette.
L'ultima sua iniziativa è stata ispirata da una delle solite rubriche culinarie dei tiggì: questa volta lui dava gli ordini e io eseguivo, quasi alla cieca perché non avevo idea di quale sarebbe stato il passo successivo. (Non chiedetemi perché non mi sia fatta spiegare prima cosa avremmo dovuto fare, perché non lo so)
Il risultato è stato una vera delizia, ripetuta già altre due volte :-)

Ingredienti

  • Farro perlato, di quello secco, che non necessiti di ammollo, circa 70-80 grammi a persona
  • Gamberi, possibilmente già sgusciati, a occhio 1 etto, 1 etto e mezzo a testa
  • Pomodorini, 4-5 a persona
  • Pesto: un cucchiaino abbondante basta per due porzioni
  • Cipolla qb.
  • Vino bianco, mezzo bicchiere, facoltativo
  • Olio
Far cuocere il farro: io preferisco la pentola a pressione, che impiega metà tempo. Nel frattempo far soffriggere la cipolla nell'olio, unire i gamberi e il vino e portare a cottura: noi abbiamo preso i gamberi già scottati, è più facile e veloce, ma quelli freschi sono sicura sono ancora più buoni.
Tagliare i pomodorini a quarti e lasciarli da parte.
Scolare il farro e unirlo ai gamberi: condire con il pesto e infine aggiungere i pomodorini, facendoli cuocere appena, altrimenti diventano molli e fanno acqua.
Buon appetito!


Ps: notate la sciccheria della pentola viola, graditissimo regalo di compleanno della cugina :-)

18 febbraio 2010

Nius

Per il momento sono in prova, ma sono davvero orgogliosa di far parte del Ghetto dei Lettori: qui trovate la mia prima recensione (sudata sette camicie non solo dalla sottoscritta perché blogger ha deciso di fare i capricci, e ovviamente non potevo che cominciare con un romanzo già recensito :-P )

17 febbraio 2010

Fuori di test - 10 anni fa

Copio da Katiu, mi piace un sacco :-)

1 - Quanti anni avevi?
22 (Katiu, siamo coetanee!)

2 - Cosa facevi?
Ero al primo anno di Accademia, indirizzo Decorazione, in crisi nera perché avevo una docente stronza che non gliene fregava niente di insegnare, e al secondo anno della scuola serale di restauro, dove almeno mi divertivo un sacco.

3 - Quanto eri alto?
Come adesso.

4 - Quanto pesavi?
Visti i recenti cambiamenti, direi un sette chili di più - argh.

5 - Come erano i tuoi capelli?
He-he, a giugno 1999 li avevo tagliati a zero, vedete un po' voi :-P

6 - Come stavi di salute?
Gran Bastarda in azione, di brutto, ma brutto brutto.

7 - Prima volta di ..
Era il Millennio, che fosse iniziato o stesse per finire, quando mai mi ricapita? Per il resto sono stati tutti bis, dal tatuaggio, ai fori nelle orecchie (credo di essere arrivata a quota 9 totali quell'anno), alla depressione (recidiva, 'sta stronza), alla crisi mistica (ormai non le conto più).

8 - Cosa ascoltavi?
Passo.

9 - Cosa leggevi?
Anne Rice in particolare, più in generale qualsiasi romanzo che fosse in economica e avesse almeno 400 pagine.

10 - Cosa amavi?
La pittura, la pittura, la pittura.

11 - Cosa indossavi?
Il mio magico cappotto nero, il mio magico maglione nero, i miei magici jeans neri, la mia magica e magnifica sciarpa arancionegiallorosa (che mamy ha debitamente infeltrito: tre metri di sciarpa che stavano in piedi da soli).

12 - Cosa votavi?
Se non erro avevo già preso il vizio della scheda nulla.

13 - In cosa credevi?
In Dio, con picchi di misticismo e tentazioni da convento.

14 - Cosa sognavi?
Un amore, degli amici, una famiglia, la pittura.

15 - Come ti vedi tra 10 anni?
Oddio, se continuo su questa strada, non sarà possibile nessuna previsione: e comunque come mi vedo fa parte dei miei sogni, quindi non lo dico altrimenti non si avvera.

La festa dei cretini - quest'anno sono cretina anch'io

Come sanno i miei più affezionati lettori (1 e 2), odio San Valentino: sarà che da un po' me ne sono rimasta lontana dai fornelli, sarà che causa esame non mi sono fatta la mia solita torta di compleanno, sarà che un certo video mia ha un po' commossa e messa dell'umore adatto, domenica sono tornata a pasticciare. Il risultato è stata una bellissima e goduriosissima torta di San Valentino, che Apollo ha gradito assai.

 

Ingredienti ed esecuzione.
Ho preparato una torta genovese, tipica base per le torte farcite simile al pan di spagna: si mettono i tuorli di 4 uova in una ciotola con 100g di zucchero e si montano a bagnomaria con le fruste, meglio se elettriche, fino ad ottenere un composto spumoso e chiaro. Si toglie la ciotola dal bagnomaria e si continua a mescolare fino al raffreddamento. A questo punto si aggiungono 100g di farina e 25g di burro fuso, mescolando molto delicatamente per non far smontare le uova. Infine si montano a neve fermissima gli albumi e si incorporano al composto. In forno a 180° per 25 minuti circa.

Una volta che la torta è raffreddata, si può tagliare a metà: ho bagnato entrambe le metà con l'alchermes, il liquore rosso della zuppa inglese, diluito con un po' d'acqua per smorzarne il sapore, che può essere troppo deciso.
Ho quindi preparato il ripieno, con una crema di latte (100ml), uova (1 tuorlo), zucchero (3 cucchiai) e maizena o fecola di patate (1 cucchiaio e mezzo), fatta cuocere a fuoco lentissimo per evitare che "impazzisca", ovvero che si formino i grumi. Una volta raggiunta la consistenza di un budino denso, l'ho tolta dal fuoco e ho continuato a mescolare fino a intiepidirla, per stenderla sulla torta.

Ora è il turno della glassa, preparata con l'albume avanzato dalla crema e 180g di zucchero a velo, montati a neve fermissima a bagnomaria, con un aggiunta di alchermes per colorarla di rosa.
Ho coperto la metà spalmata di crema con l'altra mezza torta e quindi ho steso delicatamente la glassa: un bijoux.

Non sono mancati gli intoppi: il mefitico frullatore ha iniziato a dare segni di cedimento e sia i tuorli che la glassa non sono venuti alla perfezione. Il giorno dopo sono andata a comperarmi uno sbattitore nuovo, tié.
Il primo tentativo di farcitura si è rivelato un disastro, perché la crema è impazzita nonostante le precauzioni: un composto giallognolo pieno di grumi, mezzo liquido e mezzo denso, rivoltante.
Per qualche strano motivo, la crema che per un'ora se n'è rimasta bella soda, al momento della spalmatio di glassa ha deciso di liquefarsi, causando un pasticcio giallo-rosa: la torta farcita dei miei sogni, due strati di morbida pasta imbevuti di alchermes, separati da uno strato di soda crema pasticcera, il tutto coronato da una croccante ma friabile glassa rosa, si è trasformata in un panino farcito di uno strano liquido giallognolo e ricoperto di zucchero mezzo cristallizzato.

Nonostante tutto, però, la torta era buonissima: ha avuto vita breve, lunedì sera era già finita - e meno male che c'era lezione di ballo, sennò altro che jeans nuovi!

Zio Giorgione e la zuppa di bottoni

Da piccola, uno dei miei libri preferiti era quello che raccontava la storia della zuppa di bottoni: Paperina va a trovare l'avarissimo zio Paperone, che vive in una fattoria prodiga di verdure, tutte nascoste per non essere spartite con nessuno. Lo zio vorrebbe mandare via a calci la nipote, ma lei lo convince di essere in grado di fare una zuppa con un solo bottone: lo mette in un paiolo enorme pieno d'acqua, accende il fuoco e rimesta. Intanto parla tra sé e sé, come sovrappensiero: quela volta ci ho messo una carota, che bontà! E lo zio corre a riesumare un paio di carote. Certo che una cipolla darebbe quel nonsoché - e lo zio recupera anche quella. E di accenno in accenno, vien fuori una zuppa di verdure che basta a saziare l'intero villaggio.

Oggi sono stata a vedere la mostra su Giorgione, a Castelfranco Veneto: il mio interesse principale era vedere dal vero il fregio della cosiddetta Casa di Giorgione, che ospita l'espozione, dato che parte dell'affresco riproduce tutti gli strumenti dei pittori dell'epoca e per me ha un grande fascino.
Del buon Giorgione, noto come Zorzi, si sa ben poco: che è esistito pare accertato dalla corrispondenza di Isabella d'Este, nota collezionista d'arte del tempo, con il suo emissario a Venezia, e da altre testimonianze. Che fosse pittore lo si sa grazie alle stesse fonti, dato che della sua produzione praticamente nulla è certo al 100%: tanto che il suo catalogo subisce delle variazioni non indifferenti, a seconda dei critici e delle mode. I suoi capolavori si contano sulle dita di due mani, a cominciare dalla stranota Tempesta: seguono la Pala di Castelfranco, I tre filosofi, Le tre età, La vecchia, La Laura, Mosé e i carboni ardenti, Il giudizio di Salomone, Saturno in esilio, nonché qualche ritratto di incerta attribuzione. Anche il citato fregio delle arti lascia qualche dubbio, ma per lo più è considerato autografo.
L'allestimento è molto piacevole: al pianterreno si segue un percorso che introduce al periodo storico in cui ha lavorato l'artista, con un'interessante ricostruzione del fregio, che mette in vetrina gli oggetti dipinti al piano superiore. Al primo piano, una stanza introduce all'ambiente veneziano, con incisioni e disegni di varie epoche riguardanti i lavori perduti dell'artista, in particolare gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi: emozionante è stato vedere, purtroppo sotto teca, le prime edizioni delle Vite vasariane e di altre opere che hanno inaugurato la moderna critica d'arte.
Finalmente si arriva al sodo, nella sala del fregio, purtroppo mezzo nascosto dall'allestimento: qui trovano posto sei delle nove opere citate qui sopra, correlate da incisioni di Dürer e altri del suo calibro, che è sempre un piacere vedere, ma che sembrano più un riempitivo. Tutto il resto del piano, e il piano superiore, espongono opere di incerta attribuzione, che oscillano tra Tiziano, Sebastiano del Piombo, Vincenzo Catena; c'è anche un Perugino e una Leda della scuola di Leonardo, tanto per gradire.
Speravo di poter vedere dal vero La vecchia, che si trova al Venezia come La Tempesta, ma che non è stata prestata - vabbè, già vista alle Gallerie n-volte, ma sarebbe stata un gran bel pezzo; ma soprattutto contavo su La Laura e I tre filosofi, custoditi a Vienna, che avrebbero fatto la loro meravogliosa figura. Chissà per quali oscuri intrighi da curatori di museo questi dipinti sono rimasti al loro posto: la mostra perde così parecchi punti, dato che sono tra le opere a mio parere più significative del buon Zorzi.
Ecco perché mi è ventua in mente la storia di Zio PaperoneGiorgione e la zuppa di bottoni: come allestire una mostra che promette mari e monti con un niente.

Se fosse per me, bandirei le audiogiude: tutti intruppati con 'sto telefono davanti al quadro, ascoltando una spiegazione lenta e dettagliata, senza accorgersi che si sta monopolizzando l'opera. Riuscirò mai a entrare in un museo deserto?

14 febbraio 2010

Il giorno del giudizio - 3: il resoconto

Non c'è male peggiore di un appello d'esame orale alle tre di pomeriggio: di solito gli iscritti non sono mai i soliti quattro gatti, ed è ovvio che il tempo non è sufficiente a far fuori tutti i presenti - soprattutto se il prof è uno di quelli che ti tiene dentro un'ora. Ho visto docenti arrivare con tutta la loro santa calma e, trovandosi dinnanzi uno stuolo di studenti in attesa, esclamare: Ma siete così tanti?!? Come se non avesse in mano la lista d'appello. Ho visto docenti fissare appelli alle cinque del pomeriggio, per tre corsi distinti, tutti insieme appassionatamente: almeno cento persone, di cui 95 mandate a casa seduta stante per ritornare il giorno seguente. E la maggioranza di questi 95 prodi, 24 ore dopo, ancora in attesa perché il docente è in ritardo e soprattutto non rispetta la lista, tirar giù tutti i santi del paradiso, e i peccatori del purgatorio.
Fin dai primi esami in Acca ho sempre preferito essere la prima: non tollero l'ansia dell'attesa. Per questo allo scoccare della mezzanotte del giorno previsto per l'apertura delle iscrizioni ero qui, davanti al mio amato pc, ansiosa di iscrivermi all'Esame: ho poi scoperto che gli altri compagni di sventura se la sono presa molto più comoda, ma è sempre meglio non rischiare.
Odio gli appelli pomeridiani anche perché c'è tutta una mattina da far passare, con l'ansia che monta e i ripassini dell'ultimo secondo, sempre sulle montagne russe del sotutto/nonsoniente. Mercoledì è stato un inferno, saltellavo per casa come un'ossessa, sbirciando ogni due secondi appunti, libri, immagini. Per fortuna Apollo mi ha accomapgnata in auto, non avrei retto il viaggio infernale autolinea sostitutiva + treno che sarei stata costretta a intraprendere. Ovviamente, dopo tre giorni di sole splendido, non poteva che piovere, il che ha reso ancora più arduo il tragitto fino all'università, tra ombrello e zaino carico di libri all'inverosimile - perché  non si sa mai.
Apollo mi ha sopportata nei miei schizzi di informazioni sussurrate frettolosamente, nelle urla represse per un dettaglio che non ricordavo,  nell'amorevole stritolargli un braccio per l'ansia.
Sorvolerò sul solito ritardo dei docenti, e sulle loro amorevoli chiacchiere dei propri stramaledetti cavoli: con solo mezz'ora di ritardo, sono riuscita a sedermi sulla sedia più scomoda del mondo.
Davanti a me, l'anticristo* sfoglia con noncuranza un Art Dossier per la prova d'ingresso: il riconoscimento. Se sai il titolo dell'opera che ti viene mostrata, bene, sennò arrivederci alla prossima volta. Tremavo, no, peggio, ero paralizzata dal terrore. E poi un sorriso ha iniziato ad allargarmisi sulle labbra quando Egli si è soffermato su un dipinto particolare, quello che là, in attesa, speravo mi fosse chiesto: Le nozze di Cana di Veronese.
Da qui è iniziata una chiacchierata in tutto relax, con qualche momento di mia personale défaillance, e soprattutto tanto stupore nel ritrovarmi composta e compassata: peccato che Egli debba sempre mettesi in mostra, con domande che partono da un punto fermo, ma non sai dove ti porteranno, e soprattutto se la meta cui tu stai pensando è la stessa cui vuole giungere Colui Che Sa.
Da un inizio con posa calcolatamente rilassata e ben disposta - mi era capitato di leggere che tenere le mani posate in grembo, delicatamente intrecciate, a palmo in su, è segno di tranquillità- e un ghigno che voleva simulare un sorriso benevolo, alla fine ero comodamente appoggiata alla cattedra, gomiti ben piantati, mani che sottolineavano con nonchalanche i concetti principali, neanche stessi chiacchierando con un amico al bar. E davvero il mio rimpianto è che con certe persone non si possa parlare con la stessa scioltezza che si ha con i propri pari, non dico solo per il ruolo ufficiale, ma per la loro posizione di Dei del Sapere, irraggiungibili e intangibili.
Per colpa di alcuni vuoti che la marea di informazioni incamerate non è riuscita a colmare in tempo utile, la mia performance non è stata perfetta: ma siccome mi aspettavo una Caporetto, il 29 è valso come una Lode.
Peccato solo per il tempo infame, che ci ha impedito di annaffiare debitamente il successo con un buon vinello e le immancabili frìtoe: di ritorno la tappa in pasticceria è stata d'obbligo.
E per una notte ho dormito come un angioletto.



*ebbene, ho scoperto che non di Dyo si tratta, bensì del suo antagonista, grazie all'accurata descrizione presente in Giorgione, Art Dossier, a cura di  Augusto Gentili, pag 28: bel giovane dell'espressione (...) arrogante, a volte ipocritamente benevola o compiacente; spesso con lunghi capelli ricciuti o abboccolati (...).

11 febbraio 2010

Veni, vidi, vici

 


Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno sopportata e incoraggiata e pensata!
...neanche avessi vinto l'Oscar...ma superare un esame del genere è ricevere l'Oscar degli esami, oh!

9 febbraio 2010

Il giorno del giudizio - 2

Domani saprò se so o non so.
Domani sarà la chiave di volta di questi anni universitari di specialistica.
Domani è il giorno che aspetto da un bel po', e che allo stesso tempo temo ancora di più.

Domani porterò un thermos di camomilla.
Corretta Valium.

6 febbraio 2010

L'ottava piaga d'Egitto

Ovvero l'invasione delle cavallette. Bleah, che schifo!

Da settembre, sulla cornice esterna della finestra del mio bagnetto, è parcheggiata un'orrida creatura, che non ne vuole sapere di sloggiare: più volte l'ho scacciata, con immani contorsioni per far passare fuori dalla finestra un manico di scopa, tenendo suddetta finestra chiusa onde evitare di trovarmi la cavalletta dentro il bagno. Puntualmente ritornava, proprio lì, allo stesso posto: qualcuno suggeriva che ha fatto le uova. Siamo a cavallo... (notare l'ironia dell'assonanza cavallo-cavalletta, please)
Con le gelate del mese scorso speravo che il mostro si fosse ibernato e attendevo con ansia di vederne il cadavere sul davanzale: niet, l'insetto malefico non si è scomposto.
Oggi forse faceva un po' più caldo del solito e l'inquilina abusiva ha iniziato ad aggirarsi prima sul davanzale (ecco, brava, fai un bel salto), e poi addirittura sul vetro, con mio sommo disgusto.
Costei non se ne andrà, l'ho capito: saperla lì in agguato mi fa senso, provare ad ucciderla me fa pecà*.
Che dilemma amletico: Apollooooooo, tesorooooo, vieni un attimo qui! :-P
Ma sarà meglio usare l'insetticida per le mosche o quello per le vespe?
Ai posteri Alle cavallette l'ardua sentenza.



*mi dispiace

5 febbraio 2010

La fiera delle vanità

In questa casa manca uno specchio a figura intera: non ne ho mai sentito la necessità perché più o meno riesco a vedermi a pezzi e non ho mise nuove da collaudare che richiedano una visione d'insieme.
Quest'anno il cambio di stagione è stato più complicato del solito, dato che non solo ho dovuto svuotare gli scatoloni, ma anche trasportarli in casetta nuova, stipando la macchinina del nonno all'inverosimile. Non paga della faticaccia, ho avuto anche la geniale idea di portare le due paia di jeans che languivano nell'armadio da ormai due anni, convinta che anche qui avrebbero continuato la loro stasi sull'attaccapanni - di cui, è inutile dirlo, avevano preso la forma da un pezzo.
Il motivo del loro inutilizzo è presto detto: è capitato che due anni e qualche mese fa io sia dimagrita, i jeans che portavo allora erano oltre che enormi pure sformati, così me ne sono presa due paia nuovi di palla. Un modello l'ho scelto pure di mezza taglia in meno, "tanto cedono" - in effetti, quelli vecchi erano ceduti di una taglia abbondante, nonostante fossero di marca, il che farebbe supporre l'utilizzo di materiali di qualità: si sono sformati meno quelli che ho preso a 20 euro, no comment.
Portati a far accorciare l'orlo, ho indossato il paio "grande" per una settimana: nel frattempo, ho ripreso i chili che avevo perso, con un bell'extra tanto per gradire. Il secondo paio ha ancora l'etichetta del negozio.
C'è gente che si attacca sul frigo o sulla dispensa figure di mucche o maiali per scoraggiare eventuali abbuffate di pane e cioccolata: io ho i miei jeans nell'armadio, a sempiterno monito che il cibo è una consolazione effimera, che lascia strascichi non desiderati, ben difficili da rimuovere.
Non sono a dieta: anni fa ci avevo provato seriamente, andando pure da un dietologo cretino che anziché dirmi "ragazza, lei è matta, cosa vuol dimagrire!", mi ha messo a regime ferreo (cretino per due motivi: primo, che non avevo bisogno di nessuna dieta, secondo perché non ci guadagnava nulla ad assecondarmi, essendo io figlia di una collega e quindi per cortesia non pagavo una lira). Risultato: anziché dimagrire sono andata prima in crisi, poi sono pure ingrassata. Con le diete ho chiuso.
E' successo però che da quando vivo per conto mio mangio di meno, perché a casa dei miei ero stressata e mi sfogavo sul cibo, perché ho un budget limitato e col cavolo che lo spendo in nut*ella, perché mi muovo di più avendo negozi e biblio a due passi (in salita), perché anche fare le pulizie fa bruciare calorie, e non sto in un monolocale.
Così di tanto in tanto ho iniziato a tirare fuori quei jeans intonsi dall'armadio e a provarli: la prima volta non mi passavano nemmeno per le gambe, la seconda non riuscivo ad abbottonarli, la terza dovevo tirare il fiato come Rossella O'Hara. Da un mese ho ricominciato a portare quelli più grandi e stasera sono riuscita a entrare in quelli di mezza taglia in meno (una 31 da jeans, per la cronaca). Non ci credevo, non ci credo nemmeno adesso che li ho ancora adddosso e li sento stringere un po': se vado avanti così, 'sta primavera mi toccherà rifarmi il guardaroba.

Davvero non ci credo: è per questo che vorrei tanto uno specchio a figura intera in questa casa che ancora non ce l'ha.
Vanità di vanità, tutto è vanità. E io ogni tanto amo pavoneggiarmi, oh!


Ps: le bilance mi stanno antipatiche, quindi da casa mia sono e saranno bandite, nei secoli dei secoli. Amen.

4 febbraio 2010

Un buon non-compleanno...per me!

Giornata di vacanza dai libri, per festeggiare il mio genetliaco, ma comunque di studio dal vero, in giro per le chiese di Venezia con un Apollo trotterellante al seguito del mio passo marziale.
Sole splendido, freddo ma non troppo, ho anche scoperto angoli di Venezia che non conoscevo: mi piace andare a naso, senza usare (troppo) la mappa, cosa che sono stata costratta a fare dato l'itinerario da tour-de-force che mi ero imposta.
Quest'anno niente torta, reclamata a gran voce dagli amici: le mie colleghe di uncinetto me ne hanno dedicate di carinissime, e questa è la mia preferita (chissà perché :-P )

 

Se devo trovare un lato positivo nell'ESAME è che per quest'anno non ho subito la mia classica malinconia da compleanno: averlo festeggiato per le calli, con pranzo a base di junk food, cena di pesce a domicilio innaffiata da un ottimo vino, film sotto la coperta, il tutto in compagnia del mio Apollo non è stato niente male.