Il titolo del post non è altro che la traduzione del nome degli ex-Oasis, orfani di Natalino: sabato me li sono visti dal vivo, con Apollo, Pasqui e la sua dolce metà Cotogno.
Il viaggio in macchina è stato un incubo. Premetto che da un paio di settimane, nel tardo pomeriggio-sera, mi sale un fastidiosissimo senso di nausea (non sono incinta, tranquilli): le cause sono tutt'ora ignote, io spero che passi da solo, e in fretta.
Altra premessa: Cotogno, una decina di anni fa, ha cambiato auto. Niente di strano, se non fosse che contemporaneamente ha cominciato a guidare a singhiozzo: accelera un po', poi molla il piede, poi ripesta, poi rimolla, ...e via di seguito. Una goduria. "Cotogno, ma c'è qualcosa che non va, che vai a singhiozzo?" "È colpa del pedale dell'acceleratore, che mi dà fastidio." Sarà anche stato quello, fatto sta che il vizio gli è rimasto.
Sabato sera ha guidato lui. Credevo sarei morta, o esplosa, che è lo stesso.
Arriviamo sani e salvi alla meta, sfoderiamo i nostri biglietti e andiamo a prendere posto nell'arena. Il Pala-scarpe-che-respirano non è molto grande, ma per nostra fortuna gli spettatori non erano numerosi: siamo riusciti a piazzarci a una giusta distanza dal palco, ottima per vedere decentemente il concerto, ma nemmeno troppo vicina da restare schiacciati nella ressa.
Dopo che il gruppo spalla ha lasciato il palco, gli addetti hanno cominciato a sistemare gli strumenti per le star. Un tizio grande e grosso ha fatto il check sound più assurdo che abbia mai visto: si avvicinava al microfono, "sì, sì (o see see? boh), wo! wo!", e andava via. Poi tornava, di nuovo i due versi, e via. Ad un certo punto ha sfoderato quello che aveva tutta l'aria di essere un metro: trac, misura l'altezza dell'asta, regola il microfono, e se ne va.
Ora. Va bene tutto, ma pure il microfono regolato al millimetro mi pare un po' esagerato. Soprattutto per uno che canta nella posa del fagiano.
Dicesi posa del fagiano lo stare a gambe diritte, piedi uniti, schiena leggermente piegata in avanti e verso destra (o sinistra, a seconda): il vero fagiano guarda diritto davanti a sé, ma il signorino Liam deve cantare, quindi testa piegata in contro angolo rispetto alla schiena e un po' all'indietro - che serva a tendere meglio le corde vocali?
Io credevo che su un palco, sotto le luci, facesse un caldo impossibile, e va bene che è arrivato il freddo all'improvviso, ma mi chiedo come abbia fatto il chitarrista a suonare per tutto il tempo con l'impermeabile (e gli occhiali da sole, per gradire). Il signorino Liam pure lui non scherzava, giacca mimetica, sciarpa e nella mano destra un'altra sciarpina: all'inizio del concerto ce l'ha sventolata davanti, come a volerla lanciare, poi invece se l'è arrotolata sulla mano. E noi illusi che ce l'avrebbe tirata, magari a fine concerto: niente, se l'è portata via.
Lo spettacolo è durato la bellezza di settanta minuti, e va bene che hanno suonato senza interruzioni, e va bene che hanno un solo disco, e va bene che non possono fare le canzoni degli Oasis sennò Natalino si incavola, ma una cover? Un inedito? Scherziamo!
Non mi esprimo sui contenuti musicali, non è il mio ambito e ormai mi sono rassegnata a non entusiasmarmi per i concerti: toh, posso dire di aver visto dal vivo quel che resta degli Oasis.
Per la cronaca, il signorino Liam è impresentabile: se dici che è brutto come l'orco, l'orco si offende.
10 ottobre 2011
Occhio piccolo e luccicante
27 luglio 2010
Norah Jones @ Venezia
Tempo fa, Apollo mi aveva promesso una cena al ristorante, raro sfizio che ci concediamo: da un po' insistevo sul "quando", visto che era passato un bel po' dalla promessa. Una sera, con lo sguardo mogio, mi porge una busta, scusandosi se non mi avrebbe portata al ristorante: all'interno della busta, due biglietti per il concerto di Norah Jones a San Marco! Al diavolo la cena!!! :D
La serata di sabato è iniziata nel modo più propizio: il giro dell'oca fatto per arrivare al parcheggio è cascato a fagiuolo, dato che siamo entrati all'ora esatta in cui scattava la sosta gratuita. Ci siamo un po' scocciati per il mezzo chilometro abbondante fino alla fermata dell'autobus, mi ero informata e mi era stato detto che si trovava davanti al parcheggio. A Mestre hanno uno strano concetto di "davanti".
Sul Ponte della Libertà, un'immagine da togliere il fiato: il tramonto alle nostre spalle, il cielo che sfumava dal turchese al rosa, il campanile di San Marco che svettava sui tetti e sopra, enorme, bianca e quasi evanescente, la luna appena sorta.
Arriviamo a Piazza San Marco e ci accomodiamo in poltrona: comodo, per carità, perché almeno avevamo il posto numerato e non abbiamo dovuto fare le corse, ma un po' assurdo per un concerto che, nonostante fosse nell'ambito di Veneto Jazz, proprio jazz non era.
Alle 21.25 esce una signora per i consueti saluti: conclude i convenevoli avvisando che il concerto sarebbe iniziato "tra dieci minuti". Alle 21.35 spaccate Norah Jones esce sul palco.
Per lo più ha suonato brani tratti dall'ultimo album, che non conoscevo ma che ho gradito molto; poi si è buttata sui vecchi successi e, se non fossimo stati intrappolati a metà fila, avrei trascinato Apollo in un lento sulle note di "Come Away with Me".
Sembravano trascorsi pochi minuti, quando Norah ci ha augurato la buonanotte: guardiamo l'orologio ed erano le 22.55. Ok che siamo in pieno centro di Venezia, ma neanche un'ora e mezza di concerto è un insulto! Per fortuna ci hanno concesso tre bis, e al diavolo i posti a sedere! Tutti in piedi sotto al palco, con somma gioia della cantante, che più di una volta si era lamentata che fossimo lontani: e lo dici a noi, cara!
Alta un metro e un panino, ha una grande carica ma soprattutto una voce fenomenale. Splendidi gli arrangiamenti diversi da quelli noti negli album in studio, coinvolgente anche col pubblico, con cui ha scherzato, anche per colpa di una bizzarra interferenza che trasmetteva dalle casse spia una stazione radio italiana.
Serata fantastica, peccato che sia durata veramente poco, e che non sia stata solo un'impressione per il divertimento e la magia di un concerto speciale.
7 luglio 2010
Pearl Jam @ HJF
Musicalmente parlando sono un disastro: al liceo avevo un unico amore, Michael Jackson, e tutto il resto era fuffa.
C'era MTV, ri-trasmessa in Italia dall'allora tele+3, in inglese e con i VJ storici, a partire da Enrico Silvestrin, che sfoggiava la sua folta e lunga chioma bionda *_*
Nell'attesa di un video di Michael, un po' di cultura musicale me l'ero anche fatta: snobbavo i Nirvana, che ho riscoperto in un secondo momento, mi divertivo con i Def Leppard, anche questi rispolverati di recente (nonostante Tuz tentasse il lavaggio del mio povero cervello fritto aggiungendo alle lettere DEF, su tutte le rubriche dei diari, "Leppard"). C'era Brian Adams, poi i Bon Jovi (e la prima crisi ormonale davanti al video di Keep the Faith, mammamia!), pure i Take That: i Queen li ho conosciuti solo perché a mamy piaceva Freddie Mercury, gli AC-DC erano "rumore", i Metallica valevano solo per Nothing else matters.
Più tardi sono arrivati i Savage Garden, di cui posso vantare di aver acquistato ben due copie del primo album omonimo: la prima in cassetta, perché costava meno del cd e non volevo buttare soldi per le sole 3 canzoni che mi piacevano; la seconda in cd perché avevo ascoltato talmente tanto tutta la cassetta che non si sentiva più nulla.
Poi è giunta l'era degli mp3 ed è stato il crollo: se prima, di tanto in tanto, osavo acquistare un cd di qualche artista che non fosse Jacko, poi non mi sono più concessa il rischio di spendere un pacco di soldi per un cd di cui mi piaceva un'unica canzone. Le mie playlist sono un collage di artisti vari e anche datati, solitamente brani noti per essere stati trasmessi in radio, con rare incursioni di qualche brano ascoltato tramite Apollo.
Non ho più il tempo e la pazienza di ascoltare come si deve un disco, magari leggendomi i testi o prestando abbastanza attenzione per capire le parole - il mio inglese non è poi così male. Preferisco l'ascolto di quelle canzoni ormai note e rassicuranti a quello di musica nuova e sconosciuta: questa mi mette puntualmente a disagio, come se volessi stringere tra le mani l'acqua di un ruscello. Ai concerti puntualmente mi annoio e conto i minuti che mancano alla fine, maledicendo i bis: l'ultimo che mi ha veramente emozionata è stato quello dei Modena City Ramblers, nel luglio del 1999, con un bis mezzo centimetro più in basso 5 anni dopo (pogare in prima fila con la schiena ustionata dal sole è una cosa che non si dimentica).
Apollo mi ha trascinata - consenziente - a svariate serate jazz, e ai concerti di Sergio Cammariere, Giovanni Allevi, Buena Vista Social Club, Smashing Punpkins, Dave Matthews' Band e sicuramente altri che non ricordo. Lui salta e canta tutto il tempo, io sto impalata come un baccalà trattenendo gli sbadigli.
Insomma, faccio schifo.
Ma la via della redenzione è sempre dietro l'angolo: qualche mese fa, sia lodato Faccialibro, ridendo e scherzando Apollo e io ci troviamo destinatari di due biglietti dell'HJF per il concerto dei Pearl Jam, per gentile concessione della zia Cate. Dopo aver contato i giorni, dopo aver pregato anche in turco perché il tempo fosse clemente e la serata non si concludesse come quella dei Green Day, posso dire che ce l'abbiamo fatta.
La pioggia ci ha colti mentre eravamo ancora in auto: in coda verso la destinazione, ci divertivamo a guardare le auto vicine cariche di altri compagni di festival. Prossimi al Parco San Giuliano, sentivamo già gli Skunk all'opera - e che nervi sapere che ce li stavamo perdendo!
Arrivati al parco, cerchiamo un varco nella folla per conquistare una posizione da cui fosse visibile il palco e uno schermo: altra nota di demerito, di solito ai concerti ci sono *mega*schermi, ai lati del palco. Ieri c'erano due *mini*schermi, pure in basso, per cui non si vedeva né il palco né lo schermo: e la regia? No, dico, le riprese dovrebbero servire per quegli sfigati che non riescono a vedere il palco, e loro che fanno? Inquadrano il pubblico. Mi pare giusto.
Dopo gli Skunk è stato il turno di Ben Harper, che non mi ha fatto né cado né freddo: verso la fine del suo concerto ha chiamato "un mio e un vostro amico", e ha duettato con Eddie Vedder sulle note di Underpressure. Delirio.
La mezz'ora abbondante di pausa è stata eterna, e le due ore di concerto anche troppo brevi: mi sono pentita di non essermi fatta una cultura dei Pearl Jam in preparazione dell'evento. Quanto avrei voluto conoscere almeno qualche ritornello e cantare a squarciagola con gli altri! Certo mi sono scatenata, ho ballato (io che ai concerti non muovo un muscolo), ho applaudito e urlato. Sono stata prossima all'omicidio della tizia dietro di me, che si esibiva in assoli stonati a squarciagola: se Eddie Vedder è sul palco e lei tra il pubblico, un motivo c'è, no?
"Vogliamo suonare, per due motivi: primo motivo, abbiamo tante canzoni. Secondo motivo, il mio italiano fa schifo."
"Per noi l’Italia era come la luna, una cosa da sognare, adesso ci siamo saliti sopra"
"E dov'è Ben Harper quando hai bisogno di lui?"
Con una bozza di rosso ricaricata tre volte, Eddie si è guadagnato la cittadinanza vicentina onoraria: "noi vicentini/ siamo dei gran bevitori/ beviamo in casa/ beviamo fuori/ e a tutti quanti/ noi daremo del vin/ e anche stasera/ torneremo insachetà!"
Anche Ben si merita una menzione d'onore: tranquillo nel suo angolo a suonare, si è ritrovato con la suddetta bozza di rosso in gola, alla "batti co' basta" (gioco che prevede che il malcapitato di turno si piazzi su una sedia e un amico gli versi in gola dell'alcol a canna: quando il primo non regge più, batte la mano al versatore, che dovrebbe interrompere l'operazione).
In questa cronaca manca la musica: non ho parole per descriverla, davvero. Coinvolgente, forte, da brividi. Indimenticabile.
Il gran finale è stato così grande che non poteva esserci alcun bis: Keep on Rockin' In The Free World, e tutto il resto è gloria.
