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8 aprile 2016

Oltre al danno, la beffa

Cari Oracolanti, torno su questi lidi dopo quasi un anno dal mio ultimo post, con una bella notizia e uno sfogo. Ora mi sfogo, per la nius vi faccio aspettare :P

Dallo scorso marzo sono senza lavoro - non che possa vantare chissà quale curriculum recente, dato che avevo iniziato a luglio con un contratto a tempo determinato.
Visto che ora mi trovo a essere ufficialmente disoccupata e che le prospettive di trovare un nuovo impiego non sono rosee, ho deciso di avvalermi di un diritto che, nelle occasioni passate, non avevo mai richiesto: l'esenzione del ticket.

Stamattina mi metto al pc e cerco quale siano i requisiti e la procedura per la richiesta nella mia Ulss: serve un'autodichiarazione sullo stato di disoccupazione, che l'ufficio amministrativo confronta con il Centro per l'Impiego (ovviamente bisogna essere iscritti, cosa fondamentale per chiedere la disoccupazione).

Evviva, è facilissimo!

Come no.

Come requisito accessorio e fondamentale, viene richiesto un reddito familiare complessivo non superiore a 12mila euro (circa, compreso il figlio a carico), reddito percepito nell'anno precedente la richiesta.

Ora. Se questa non è una presa per il culo io sono la Regina Elisabetta.
Io sono disoccupata. Apollo è disoccupato pure lui da inizio anno. Apelle per ovvi motivi non può lavorare. Al momento siamo ancora in attesa della conferma della disoccupazione, il che vuol dire che non abbiamo entrate. Il che vuol dire che se ho necessità di farmi un esame del sangue, quei caxxo di 40 euro che devo pagare mi pesano parecchio.

E vorrei capire perché se l'anno scorso ho lavorato, adesso che sono nella cacca non ho diritto a niente. Sono senza soldi adesso.
Cosa devo fare? Augurarmi di restare senza lavoro, sia io che Apollo, per tutto l'anno e pure l'anno prossimo? Perché solo in questo caso avremmo diritto all'esenzione.

E poi si stupiscono che la gente emigra.

8 novembre 2012

Egoist!

Ieri sera leggevo su Faccialibro lo status di un'amica - che sarebbe più preciso definire conoscente: si lamentava della soppressione del treno che avrebbe dovuto portarla a casa per colpa di un incidente lungo la linea. Le voci parlavano di un generico investimento, ma chissà perché l'amica e i suoi amici che hanno commentato il fatto davano quasi per scontato che si trattasse di un suicidio.
Sono rimasta sconvolta dalla superficialità e dall'egoismo di queste persone di fronte a una tragedia, e dalle loro espressioni di disprezzo nei confronti di un poveretto colpevole di aver turbato le loro vite perfette e fatto perdere il loro preziosissimo tempo.

Ho trascorso diversi anni da pendolare e so cosa vuol dire avere a che fare tutti i giorni con treni iper-affollati, sporchi, frigoriferi in inverno e forni in estate (per non parlare del viceversa, che sa di presa per i fondelli), con coincidenze impossibili, puntualmente in ritardo, con biglietti e abbonamenti in perenne aumento senza che ci sia un corrispettivo miglioramento del servizio e l'unica consolazione di un misero sconto all'anno, proposto ovviamente a luglio o settembre, quando gli universitari maggiori utilizzatori del servizio non hanno la necessità di una trasferta quotidiana.
So bene cosa significhi cominciare la giornata sperando che il treno sia in orario per non arrivare in ritardo a lezione, e concluderla a tarda sera con l'unico desiderio di un bagno caldo e di un paio d'ore svaccati davanti alla tv.
So anche cosa voglia dire trovarsi davanti a un ritardo indefinito a causa di un incidente, dato che purtroppo mi è capitato due volte: e ogni volta dovevo tapparmi le orecchie per non sentire i commenti stizziti di chi si trovava intralciato e chiudermi la bocca per non sbranarli.

Perché mi chiedo la gente non mette da parte la piccolezza della propria vita di fronte a un dolore, a una tragedia così grandi come può esserlo la morte di un poveraccio, soprattutto se è stata una sua scelta.
È tanto facile scadere nei luoghi comuni del "niente è irrisolvibile", "basta chiedere aiuto", "ci sono tante soluzioni diverse dal suicidio", "è un atto di egoismo/codardia", per concludere con un "se proprio deve, che lo faccia a casa propria e non venga a rompere le scatole agli altri".
Queste persone per cui è tutto così facile si sono mai chieste cosa voglia dire trovarsi a vivere un dolore così grande per cui l'unica scappatoia possibile sia solo la morte? Cosa ne sanno del chiedere aiuto? Magari quella persona ci ha provato più volte e in cambio ha ricevuto solo incomprensioni o porte sbattute in faccia. Magari le soluzioni che ha tentato non sono state sufficienti. Probabilmente la sua è stata una scelta tristemente meditata di fronte a una prospettiva di dolore e miseria.
Che ne sanno loro del senso di solitudine che provano i suicidi? Della completa inaiutabilità che avvertono attorno a sé.
Che ne sanno loro di cosa voglia dire porre fine ai propri giorni, rinunciando alla speranza che ormai hanno perso, condannando i propri cari al rimorso ma non trovando in questo abbastanza forza da farli desistere?
Di solito chi sceglie di buttarsi sotto a un treno lo fa quando passano i convogli ad alta velocità: avete presente la furia dell'attimo in cui il treno passa? Lo spostamento d'aria, lo sferragliare delle ruote, la velocità così implacabile da non poter essere fermata.
E pensate a cosa voglia dire trovarsi a morire lontano da casa, magari al freddo, al buio, lasciando dietro di sé solo un macabro puzzle irriconoscibile.

Di fronte a un fatto del genere, l'unica parola degna di essere pronunciata è "silenzio". Tenetevi per voi le vostre lamentele, risparmiate le proteste per quel tempo che state perdendo, meditate sulla vostra piccolezza e godete della vita che ancora avete.

Il mondo non gira attorno a voi.

20 settembre 2012

Caccia all'uomo

Si avvicina la stagione della caccia e come ogni anno cominciano le proteste dei contrari, via lettere al quotidiano locale, condivisione di foto su faccialibro o manifestazioni varie.
Ora, premetto che non ho parenti o amici cacciatori e che l'unico motivo per cui sono favorevole alla caccia si è perso nella nebbia dei tempi, quando in prima elementare la maestra animalista ci ha proposto un micro-referendum sul sì/no alla caccia. Il risultato è stato 7 no e 2 ni - il mio e quello della compagna col papà cacciatore. Io avevo la motivazione al mio "ni" bella pronta, ma giustamente è suonata la campanella dell'intervallo, così mi è toccato rimandare il discorso. Altrettanto giustamente, con lo stomaco impegnato a digerire il panino con il prosciutto che avevo per merenda (non pensate a chissà che fatica, il panino mi stava in una mano!), non sono più riuscita a trovare le parole per spiegare il mio essere favorevole alla caccia al 50%. Purtroppo non è successo neanche a scoppio ritardato, così mi è toccato subire l'onta del "hai detto così solo perché l'altra è tua amica, gne-gne-gne".
Negli ultimi mesi, per motivi di lavoro, sono entrata in contatto con persone e/o gruppi di animalisti, tutti vegetariani e/o vegani: queste sono le uniche persone da cui accetto critiche e opposizioni alla caccia. Tutti gli altri dovrebbero starsene in dignitoso silenzio. Perché trovo ridicolo pronunciarsi contro una forma di morte, ma accettarne altre, molto più crudeli.
A questi contrari alla caccia che hanno il frigo pieno di carne chiedo se si siano mai informati delle condizioni in cui gli animali di cui si nutrono vengano allevati, o di come poi vengano uccisi. Fatevi un giretto in internet in cerca di notizie su allevamenti di polli, o sui macelli. Guardate a cosa sono costretti degli animali innocenti tanto quanto quelli che vivono liberi nei campi.
La bistecca di vitello te la mangi? Magari di gusto? E con che coraggio dici di no alla caccia?
Come pensi che lo uccidano il tuo vitellino? Con l'anestesia? Cantandogli una ninna nanna? Portandolo in un ambiente sereno e tranquillo?

Lungi da me fare proselitismi pro o contro qualcosa, ma mi piacerebbe che qualche volta la gente usasse la testa.
E sinceramente, piuttosto che un pollo, allevato in gabbie super-affollate, senza mai vedere la luce del giorno, nutrito con mangimi creati appositamente per farlo crescere più in fretta e senza malattie e infine ucciso senza pietà, preferisco mangiare un fagiano, nato e vissuto libero e all'aria aperta, morto sul colpo per una fucilata.

2 agosto 2012

T.F.A. - ovvero: Ti Freghiamo Ancora

Lunedì sono partita per l'avventura del test di ammissione al T.F.A.: per chi non lo sapesse, trattasi dell'ennesima buffonata invenzione del Ministero della Pubblica Distruzione per tamponare la drammatica situazione degli insegnanti precari. Dopo una selezione che prevede tre prove, con conteggio di punti derivati da media universitaria, voto di laurea, anni di insegnamento, si potrà far parte di quei 10 o poco più fortunati che dovranno sborsare 2500 neuri per un anno di corso, con tirocinio incluso. E poi finalmente siamo di ruolo! See, col cavolo, ma intanto è una speranza in più.

Dunque lunedì prendo il treno delle sei, per arrivare puntuale all'appello delle otto, dopo una notte passata a fare le capriole nel letto, con Apollo che mi faceva l'eco - forse la pizza ci è rimasta sullo stomaco.
Avessi saputo che per le formalità burocratiche erano previste due ore, me la sarei presa con comodo, come in tanti hanno fatto.
Anzi, avessi saputo che
- arrivo alle otto
- inizio alle dieci
- consegna non prima delle 12.30
mi sarei attrezzata meglio.

Non ho idea di quanti disperati fossimo, sparpagliati tra le varie aule, ma almeno 300 sì. Per 10 posti 10.
Il test è stato il classico terno al lotto - in questi giorni se ne sono sentite di cotte e di crude, in particolare per filosofia, con domande sbagliate o prese dall'enciclopedia più specialistica in materia, nelle note e piè di pagina.
"Becero nozionismo", l'ho sentito definire - e mai parole sono state più azzeccate. Perché come fai a ricordarti la collocazione museale di ogni opera d'arte che studi? Capisco le più importanti, ma tutte tutte è impossibile oltre che inutile.

Durante la prova, fortunatamente si poteva uscire - sorvegliati speciali con tutor al seguito. Anziché andare alla toilette come tutti, me ne sono rimasta per un po' al sole, visto che in aula si congelava e che la mia schiena protestava di brutto. Le sedie universitarie sono l'apice della scomodità, ottime per non addormentarti durante le lezioni, ma non l'ideale per una signora in stato interessante.

Non è mancato il classico rompiballe, che ogni 3x2 doveva alzare la mano e importunare tutti con le sue domande insulse. L'avrei buttato nel canale.

Il giorno seguente, online c'erano già le risposte esatte: da un rapido conto, sono al limite tra l'essere passata e la bocciatura.
Speravo che il verdetto fosse meno in bilico, magari con l'ago pendente verso il "no". Non ho la forza di rimettermi a studiare per la prova scritta, che sarà tra meno di un mese, di sabato, nel giorno del matrimonio del mio fratellino americano.
E poi se anche questa andasse bene, ci sarebbe l'orale. E poi il conto dei punti. E se anche alla fine passassi per puro culo miracolo, ci sarebbe l'obbligo di frequenza.
Ma me lo dite come posso frequentare con un neonato al seguito?

15 giugno 2012

Save 194

Da alcuni giorni imperversa su Twitter l'hashtag #save194: l'origine della protesta è la messa in discussione della legge che permette alle donne di abortire, legge che secondo alcuni andrebbe contro altre due leggi che tutelano la vita. E si ritorna così alla infinita disquisizione se l'embrione abbia  o meno il diritto di fregiarsi del titolo di "essere umano" o no, e se quindi l'aborto sia omicidio o no.

E qui si sbaglia. Perché non è in gioco solo la vita di tanti, troppi embrioni, ma quella delle loro madri.
Vogliamo tornare al tempo delle mammane e dei ferri da calza nell'utero? Che se le cose andavano bene, la donna restava sterile, se andavano male ci restava secca.
Non basta vietare una cosa per eliminarla dalla faccia della terra.
La droga è vietata.
La guida in stato di ebbrezza è vietata.
Eppure c'è chi continua a drogarsi e a bere alcolici prima di mettersi alla guida.

Qui è in gioco la nostra libertà. Nostra di donne e uomini. Perché carini si concepisce in due, ma tanti maschietti fanno presto a dimenticarselo. E tutto ricade sulle spalle della donna.
Tutto, non solo l'aborto eh: se sei uomo non ti vedi negare un posto di lavoro perché un giorno potresti diventare padre. Se sei uomo non ti vedrai mai costretto a dover scegliere se lavorare o mettere al mondo un figlio. Se sei uomo non dovrai mai trovarti nel dilemma "carriera o figli?".
Se sei uomo non ti rendi conto di cosa voglia veramente dire avere una vita dentro di te e decidere di porle fine. Se sei uomo non ti porterai questo dolore a vita.
Sarà una scelta, ma nessuno ha mai detto che sia facile. In troppi sono convinti che le donne affrontino l'aborto come un anticoncezionale. Mai è stata sparata cazzata più grande.

Sì, l'aborto è una vigliaccata contro una vita che ancora non è degna di tale nome, che non può difendersi, che non ha voce in capitolo. Ma dandole questa voce la si toglie alla madre. Questa è forse una giustizia più giusta dell'aborto?
Ok, al concepimento si era presenti in due e ci si augura entrambi consenzienti e coscienti. Quindi se si arriva ad avere una vita in grembo un "prima" c'è stato, un momento in cui dire "magari no, magari stiamo attenti, magari...". E però qualcosa succede, la vita comincia ma viene deciso di porvi fine: i motivi sono tanti e meritano tutti rispetto.

Credo che se davvero vogliamo fare qualcosa a favore della vita non sia quello di impedire un aborto.
Cancellare la 194 è come nascondere la polvere sotto il tappeto - qualcuno diceva "sepolcri imbiancati", tanto belli da fuori ma con i cadaveri in putrefazione dentro.
Bisogna intervenire seriamente affinché le donne non si trovino a dover scegliere - non impedire loro di farlo.
Il che vuol dire:
- più corsi di educazione sessuale nelle scuole, ma che siano seri, e farli fin dalle medie
- sostegno alle donne che non hanno un lavoro e che non possono permettersi di mantenere un figlio (i bambini costano caro)
- sostegno alle famiglie di precari
- sgravare i datori di lavoro, soprattutto delle piccole imprese, riguardo ai periodi di maternità delle dipendenti - sostituire una donna incinta costa due volte
- favorire il part-time e il telelavoro (caspita, siamo nel 2012, se non sfruttiamo internet adesso quando lo facciamo?)
- aumentare la presenza e l'aiuto in quelle famiglie con figli disabili: in troppi si trovano soli, come se non fosse già difficile crescere un figlio malato
- piantarla con la cultura della perfezione, piantarla di nascondere i disabili e di fare finta di non vederli. Perché se spaventa il dolore della malattia, spaventa altrettanto il pensiero degli altri: mio figlio sarà accettato o discriminato? Sarà felice o umiliato?

È necessaria una svolta culturale, seria e profonda: ci vorrà tempo, molto di più di quello necessario a cancellare una legge. Ma cancellare la 194 non risolverà il problema.

16 gennaio 2012

Ma anche no

Scopro via faccialibro dell'imminente pubblicazione di un romanzo, pubblicizzato da un articolo del Mattino di Napoli di sabato scorso (se non erro, nella foto manca la data): al centro di suddetto articolo campeggia una foto degli attori di Tuailait, il che mi provoca un promo conato di disgusto. Che per dare notorietà a un romanzo nostrano si debba ricorrere a un fenomeno mondiale come quello dei vampiri adolescenti è una vergogna. Masochista quale sono, vado a leggere l'articolo e non credo ai miei occhi.

  1. La protagonista emigra (a causa di un amore finito. A diciotto anni. No comment.) da Napoli in Germania. Dal caldo e dal sole al freddo e alla pioggia. Da Phoenix a Forks, insomma.
  2. Decide di andare a stare dalla madre separata, di recente risposata (con un uomo che alla protagonista sta sulle scatole: allora vuoi proprio farti male?). In Tuailait Bella lasciava la madre fresca di nozze per andare a stare col padre non tanto simpatico.
  3. Incontra dei vampiri.
  4. I vampiri non si cibano di sangue umano. E stando all'articolo l'autrice voleva scrivere un "romanzo vampiresco perfetto".
  5. Il titolo è in inglese (Damned). Siamo in Italia, l'autrice è italiana, perché diavolo usare l'inglese? Perché fa figo? Che tristezza.
  6. Una dei personaggi si chiama Engel (sic).
  7. L'autrice ha iniziato a scrivere il romanzo al liceo, a 15 anni. Non nego che i talenti precoci esistano, ma 15 anni sono troppo pochi per Scrivere.
  8. Le case editrici cui invia il romanzo sono tutte interessate (relata refero) ma una decide di darlo alle stampe. E non è piccola e sconosciuta.
Nella seconda metà del Settecento è cominciata la moda del romanzo gotico, che è durata ben più di un secolo: tantissimi vi si sono cimentati e a noi restano gioielli come Frankenstein, i racconti di Poe e Dracula.
Oggi sono tornati di moda i vampiri, ma le librerie si riempiono di carta straccia, romanzetti senza sostanza, tutti uguali tra loro.
"Purché leggano", questo conta? Genitori, se casa vostra fosse zeppa di prelibatezze, permettereste che i vostri figli si nutrissero di spazzatura?
Certo, come fai a vietare a tuo figlio di leggere? Per i giovani non c'è niente di meglio di un divieto per rendere qualcosa ancora più interessante. E se proprio i genitori non leggono, da chi un ragazzo potrà imparare il senso critico? Dalla scuola? Dove ti propinano i Promessi sposi solo perché è un classico, senza minimamente formare il gusto del bello?
L'usa e getta è entrato anche nella cultura.

Alla giovane Claudia Palumbo auguro ogni bene: che non venga usata solo perché fa trendy, che non venga strumentalizzata come tropo spesso accade, che non precipiti tanto in fretta come è stata lanciata in orbita. Continua a scrivere, ma fallo per davvero. E procurati un buon editor, non il correttore automatico di uord.

2 gennaio 2012

Buona fine miglior principio?

Venerdì 30, pausa pranzo, interno ufficio, accoccolata sulla mia sedia con in mano cotone e uncinetto per svagarmi un po'.
Arriva il capo, da qui Nano Malefico, e si siede al pc di fianco al mio. Commenta l'uncinetto e tambara un po' sul pc.
Io proseguo a uncinettare.
Nano Malefico visibilmente imbarazzato molla il tambaramento e mi informa che dal mese di gennaio il mio stage non proseguirà e mi imbastisce una manfrina sulle attività che vorrebbero svolgere e sugli ambiti in cui vorrebbero investire, aggiungendo tra parentesi che io oltre alle foto so fare anche grafica (e mi butti via? Bra'o tordo!), e conclude (?) con una panoramica sui concorrenti che hanno chiuso per fallimento.
E io con un sorriso di circostanza stampato in faccia e un unico pensiero che mi ronzava in testa: ma proprio in pausa pranzo dovevi dirmelo e fottermi i miei ultimi venti minuti di uncinetto?

Ho trascorso il resto del pomeriggio in allegria isterica, mancava poco ai salti di gioia. Perché tanto lo sapevo già, testimone il mio ex-collega cui avevo predetto la data della mia fine.
I Maya mi fanno una pippa.

Buon anno a tutti.

PS: il Nano Malefico se n'è andato senza nemmeno salutare. Codardo e maleducato. Visto il padre, della maleducazione non mi stupisco più di tanto.

18 novembre 2011

Metà e metà

Apollo mi rende partecipe di una diatriba nata sulle pagine di faccialibro, anzi, sulla pagina personale e pubblica di questo signore qui. Che scrive:

a quei 4 stronzi che si lamentano per uno stage gratis non pagato con dei guru della comunicazione, sarebbe meglio che non avessero speso 25 mila euro in 3 anni a studiare fuffa in scuole private, visto che non sanno ancora la differenza tra un Helvetica ed un Arial.
Ecco, io sono una di quei quattro stronzi che si lamenterebbe di uno stage non pagato, fosse anche dal guru dei guru della comunicazione. Perché è una vergogna giustificare uno sfruttamento con la scusa del "guru".

I "quattro stronzi" non sono quei poveracci che investono tempo e denaro in corsi/master credendo alle promesse del lavoro assicurato. Mi dispiace per questi (tanti) non-stronzi che buttano via soldi per il cavolo, ma li capisco anche, perché la tentazione di abboccare al master l'ho avuta pure io. Dici, ci sono professori di fama, che hanno contatti, che fanno curriculum, che mi possono introdurre nell'ambiente. Dici, è un titolo super-superiore, qualcosa varrà. Dici, come farà un datore di lavoro a non considerarmi dopo che avrò preso questo ennesimo pezzo di carta? Così ci provi, investi e speri di avere qualcosa in cambio.

Stronzi sono quelli che chiedono migliaia di euro per un corso che ne vale sì e no un decimo.
Stronzi sono quelli che piazzano il Nome in mezzo a tanti nomi, a mo' di specchietto per le allodole.
Stronzi sono quelli che promettono un lavoro assicurato, con tanti giri di parole che ti convincono della garanzia che avrai un impiego, ma che se provi a ritorcergli contro questo miraggio ti renderai conto che nero su bianco non c'è nulla. È tutto tra le righe.
Stronzi sono quelli che dietro compensi da favola hanno il coraggio di non presentarsi a lezione, o di non insegnare quanto dovrebbero.
Stronzi sono quelli che approfittano degli stage per avere manodopera gratuita, offrendo solo una vaga possibilità di un lavoro al termine del tirocinio, sfruttando le speranze dei giovani e ripagandoli con un bel calcio nel sedere. E così via, altro giro altro stage.
Stronzi sono quelli che accusano i giovani di essere snob e di avere la puzza sotto il naso, di non voler fare sacrifici, di non accettare la gavetta.
Stronzi sono quelli che affermano che gli stranieri sono migliori degli italiani perché accettano di lavorare gratis e non fanno storie: ma cari signori, non vi è mai passato per l'anticamera del cervello il dubbio che se è così forse è perché gli italiani hanno capito come gira il mondo e che voi vi trovate la faccia come il culo?

Stronzi sono quelli che guadagnano da questa situazione schifosa sulla pelle di chi non può difendersi. Stronzi sono quelli che ci costringono ad accettare tutto, perché se non accetto io il "lavoro" c'è qualcun altro che lo prenderà senza far storie. Ecchissenefrega se le condizioni proposte sono vergognose, c'è la crisi e blablabla.

Se le cose andassero per il verso giusto, i tirocini obbligatori durante l'università formerebbero competenze diverse dal fare fotocopie.
Se le cose andassero per il verso giusto, i miei titoli di studio verrebbero considerati come meritano.

Se le cose andassero per il verso giusto, un tirocinio post-laurea aprirebbe le porte al mondo del lavoro, formando una professionalità riconosciuta.
Se le cose andassero per il verso giusto, uno stage sarebbe un reale investimento, sia del giovane che del datore di lavoro.
Se le cose andassero per il verso giusto, i lavoratori/dipendenti sarebbero considerati una risorsa, non una perdita.

Ma siccome le cose non vanno per il verso giusto, non accetto di sentirmi dire da nessuno, neanche dal guru dei guru della comunicazione, che sono una stronza. Soprattutto se dopo un po' minaccia di cancellare il post perché in troppi gli si scagliano contro: questo si chiama avere la coda di paglia. E soprattutto se dopo si trincera dietro il no-profit: o lo dici subito, o così non vale.

E io mi sono rotta...
...nè troppo in alto...
...né troppo in basso...
...metà e metà.

8 marzo 2011

Donne (dududù)

Sono cresciuta in una famiglia profondamente cattolica: credente non so quanto, ma cattolica fino al bigotto. Tra i miei disegni di bambina di dieci anni o giù di lì, ricordo una montagna di crocifissi e un brivido mi corre lungo la schiena: va bene essere pii, ma questo è esagerato e a dieci anni non è colpa mia.
La mia amichetta del cuore una volta mi ha sconvolta con una domanda da un milione di dollari: se un gruppo di uomini armati prendesse in ostaggio la tua famiglia, minacciandoli di morte a meno che tu non ti converta alla loro religione, che cosa fai? Ci ho pure pensato seriamente, con relativi sensi di colpa perché di tutto cuore avrei preferito salvare i miei e il terrore di incorrere nelle ire di papy perché avevo preferito lui a Dyo.
Le persone (morte) che mi è stato insegnato a rispettare erano per lo più morti di morte violenta: Stefano, ucciso a sassate; Paolo, decapitato; Pietro, crocifisso a testa in giù; Lorenzo, bruciato sulla graticola; Cristoforo, che ne ha sopportate di tutti i colori perché non voleva saperne di schiattare; Lucia, cui hanno strappato gli occhi (e le tette? era a lei che le hanno tagliate?); Sebastiano, che se ne va a spasso a mo' di puntaspilli. A san Valentino non si andava a fare scorta di cioccolatini, ma a baciare le reliquie del santo.
E poi arrivò Lei, uno dei più grandi enigmi della mia vita di giovane credente: Santa Maria Goretti.
Da piccoli si era al mare a Sottomarina, io appena promossa agli esami di quinta elementare, l'OF verso la terza. Al sabato si va a messa, chiesa piccola, tanta gente, ci tocca stare fuori: nel giardinetto c'è una statua, dedicata a SMG. L'OF riconosce che è una bambina e chiede a mamy perché sia santa. Mamy diventa di tutti i colori cercando di spiegare a mio fratello che è stata uccisa per non subire violenza carnale, evitando le parole "uccisa", "violenza", "sesso", "fare l'amore"(?) e con giri di parole degni di Pindaro alla fine riesce nell'intento.
Ora, tutto il mio rispetto a SMG, povera stella, morta in quel modo: ma lei è Santa perché era una bambina che si è opposta alla violenza. Che poi, per come stavano le cose, SMG non era proprio in condizioni di opporre resistenza: uno scricciolo di un metro e un fiore, malata, denutrita, distrutta dal lavoro che le toccava fare. E tutte le altre bambine e donne che le violenze le subiscono e se le portano dentro fino alla morte, immediata o meno che sia? Loro niente? Perché non si sono opposte? O perché magari avevano i jeans e quindi per forza di cose erano consenzienti.
Non so, mi vien da dire che le donne siano trattate o da Sante o da puttane, senza vie di mezzo. E per come stanno andando le cose, soprattutto qui da noi, forse non ho tutti i torti.

Auguri.

17 dicembre 2010

Tema: che cosa farò da grande/2

Quando sarò grande voglio fare l'imprenditora. Voglio aprire una ditta, un azienda piccolina, un'ufficio, per fare tanti soldi facendo lavorare gli altri e io invece no.
Avrò il mio ufficio riscaldato in inverno e condizionato in estate, farò un mese e mezzo di ferie in estate e la settimana bianca doppia a Natale. Grazie al mio lavoro, potrò avere in prestito le macchine direttamente dalle concessionarie, così non pagherò bollo e assicurazione e meccanico, solo la benzina. Avrò l'armadio pieno di vestiti firmati e mi compererò tutti i gagget informatici all'ultimo grido per essere sempre avanti. I miei bambini saranno seguiti da una tata che starà con loro dalla mattina alla sera e che gli aiuterà con i compiti per casa, li porterà in palestra e andrà a parlare con i professori, perché io sarò impegnatissima col mio lavoro di imprenditora. I miei bambini andranno nelle scuole più esclusive dove parleranno due lingue; in estate andranno alla scuola estiva americana mentre io e mio marito staremo in spiaggia a Maiemi a goderci il sole.
Avrò pochi dipendenti, il giusto per far andare avanti la baracca senza perdere soldi in stipendi inutili. Gli pagherò il minimo, perché devono inparare che il pane costa. Farò solo contratti a progetto così non dovrò pagargli i contributi, in fondo se vogliono andare in pensione è una scelta loro, perché devo rimetterci io? Lavorare per me è un privilegio, perché sono una gran imprenditora e il mio nome è importante, averlo nel curriculu è un compenso sufficente. Non capisco e non sopporto chi tira sullo stipendio: insomma, è ovvio che i trent'enni vivono ancora con mamma e papà se non si accontentano di quello che gli viene offerto. Certo, vogliono la macchina, i vestiti firmati, le vacanze, tutti i privilegi. Bè, vanno guadagniati sapete! Siccome io faccio un favore assumendo le persone, loro mi mostreranno riconoscienza portandomi in aereoporto e venendomi a prendere quando andrò in vacanza. Non ho soldi da buttare via in parcheggi e tassì. E poi devono guadagniarsi lo stipendio, con tutto quello che li pago!
Ecco, i dipendenti, a dire la verità non li sopporto: vogliono essere pagati "quello che si meritano", vogliono le ferie pure pagate, la mutua, vogliono lavorare in un ufficio con l'aria condizionata quando per secoli se n'è fatto di meno. Pretendono addirittura di avere 20° d'inverno, ma non lo sanno quanto costa il riscaldamento??? 18° va benissimo, poi devono stare seduti tutto il giorno, se proprio hanno freddo che si portino una coperta. Dovrebbero ringraziarmi che non gli faccio lavorare nel finesettimana, con il lavoro che faccio e il servizio che dò, la mia impresa non dovrebbe mai chiudere. Per questo è giusto che lavorino anche la vigiglia di Natale e il 31 dicembre, c'è chi lavora anche di domenica e tutti i festivi, non possono lamentarsi. Sapete, io ne farei volentieri a meno dei dipendenti, sono solo una perdita di soldi. Però devo averli, così vanno le cose. Là, i pollitici dovrebbero essere più attenti a noi imprenditori e agevolarci: per esempio eliminando le ferie pagate. Insomma, perché devo pagare qualcuno che non lavora, eh? È per questo che le aziende vanno a rotoli, qui in 'talia.
Ma io non mollo, so che è difficile fare l'imprenditora a queste condizioni ma bisognia che qualcuno faccia il lavoro sporco. E per questo avrò diritto a godermi le mie vacanze, i miei vestiti firmati e le macchine di lusso imprestate.

27 maggio 2010

Trip da candeggina

Siamo in tempi di magra, ma le apparenze contano sempre e andrebbero salvaguardate: sono la solita utopistica, lo so, eppure credo che sarebbe cosa buona e giusta se i proprietari di appartamenti in affitto chiamassero una ditta di pulizie industriali prima che i nuovi inquilini subentrino ai vecchi.
Quella che a prima vista sembrava una casa linda e ordinata (anche perché senza mobili, vabbè) al momento di prendere la ramazza si è rivelata un porcile.
Di solito le finestre si sporcano più all'esterno: per la prima volta, ieri, ho trovato dei vetri più puliti sul lato esterno rispetto a quello interno, che incredibilmente era coperto da una patina nera che non si trova neanche in una cucina del Mac dopo sei mesi di fritto non-stop, senza pulizie.
I pavimenti hanno richiesto tre passate di straccio insaponato, e sono sicura che se facessi un altro passaggio tirerei su ancora polvere.
In cucina spuntavano come funghi caramelle, gomme da masticare (non usate) e cioccolatini: tutto è finito nel sacco dell'immondizia, non si sa mai da quanto tempo languissero negletti nel dimenticatoio dell'ultimo ripiano.
L'oscar della monnezza, però, se lo è aggiudicato il bagno piccolo, quello con lavello, doccia e angolo lavanderia: va bene che le sue funzioni lo degradano rispetto alla toilette maggiore, ma un minimo di decenza ci vuole!
Il lavandino presentava incrostazioni di sapone e calcare che nemmeno il più potente olio di gomito è riuscito a debellare del tutto; l'armadietto dei medicinali è a rischio tetano, meglio tenersi il mal di testa che infilarci una mano alla ricerca del sollievo; la specchiera era ricoperta da un centimetro di polvere, e sì che ci si arriva agevolmente anche senza scala.
Ma la doccia, la doccia...
Potrebbe venire dichiarata Patrimonio dell'Umanità per le stalattiti calcaree che un'accurata indagine ha datato al dopoguerra. Napoleonico.
Potrebbe anche venire dichiarata Riserva Naturale per la presenza di muffe autoctone che ne colonizzano ogni superficie libera.
Entrarvi e chiudere la porta è un'impresa degna di Ercole: una lastra di vetro di 60 cm per 180 vorrebbe scorrere lungo un binario, ovviamente incrostato di calcare e muffa, ma per il peso immane se ne resta al suo posto, qualunque esso sia. Solo con una sinergia di spingi-e-tira coordinati tra pomello e lastra stessa si riesce a chiudere, o aprire, la porta.
Le fughe delle mattonelle si presentano di uno sciccosissimo nero. Nero muffa. Che la Cima da Conegliano che ha fatto il lavoro di sigillatura ha inglobato nel silicone. Quando si dice un lavoro ben fatto: non sia mai che per sbaglio la signora delle pulizie tolga un reperto così importante.
Preferirei sorvolare sulle condizioni del porta sapone: un aggeggio di plastica incredibilmente bianca, nonostante i secoli di ontume che vi erano depositati.
Dopo un'ora di olio di gomito e candeggina, la doccia è presentabile: il che vuol dire che ci si può lavare senza il timore di contrarre una malattia che si credeva debellata da n-tempo, ma che non supererebbe un'analisi dei RIS.
Dovrò munirmi di spazzolino di metallo e di silicone nuovo, per completare l'orrenda opera che gli inquilini che mi hanno preceduta non hanno portato a termine.
Sarà anche necessaria una maschera anti-gas: nonostante l'aspiratore posto giusto sopra la doccia, nonostante i ripetuti viaggi verso l'aria pura della finestra più vicina, mi sono intossicata con i fumi di candeggina.
Oggi ancora ne risento: e se ho sparato più cavolate del solito, non è (solo) colpa mia.

6 febbraio 2010

L'ottava piaga d'Egitto

Ovvero l'invasione delle cavallette. Bleah, che schifo!

Da settembre, sulla cornice esterna della finestra del mio bagnetto, è parcheggiata un'orrida creatura, che non ne vuole sapere di sloggiare: più volte l'ho scacciata, con immani contorsioni per far passare fuori dalla finestra un manico di scopa, tenendo suddetta finestra chiusa onde evitare di trovarmi la cavalletta dentro il bagno. Puntualmente ritornava, proprio lì, allo stesso posto: qualcuno suggeriva che ha fatto le uova. Siamo a cavallo... (notare l'ironia dell'assonanza cavallo-cavalletta, please)
Con le gelate del mese scorso speravo che il mostro si fosse ibernato e attendevo con ansia di vederne il cadavere sul davanzale: niet, l'insetto malefico non si è scomposto.
Oggi forse faceva un po' più caldo del solito e l'inquilina abusiva ha iniziato ad aggirarsi prima sul davanzale (ecco, brava, fai un bel salto), e poi addirittura sul vetro, con mio sommo disgusto.
Costei non se ne andrà, l'ho capito: saperla lì in agguato mi fa senso, provare ad ucciderla me fa pecà*.
Che dilemma amletico: Apollooooooo, tesorooooo, vieni un attimo qui! :-P
Ma sarà meglio usare l'insetticida per le mosche o quello per le vespe?
Ai posteri Alle cavallette l'ardua sentenza.



*mi dispiace

22 gennaio 2010

Gli anticipatori dei Bamboccioni

Prima che il papà dei bamboccioni si scagliasse contro di noi, nullafacenti scrocconi parassiti, c'era già chi poneva un limite alla giusta età di uno studente.
Per motivi universitari, ma anche per passione mia, frequento spesso e volentieri mostre, musei e chiese d'arte: esibendo il magico tesserino di Accademia/BeniCulturali, in posti tipo Uffizi, Gallerie dell'Accademia e musei statali, mi becco l'ingresso gratuito - e ringrazio.
Altrove mi devo accontentare della riduzione-studente, che si aggira intorno al 10-20% del biglietto intero - non sia mai che li mandiamo in fallimento! Certo, anche di questo sconto dobbiamo essere eternamente grati, dato che in diverse mostre la riduzione studenti non è nemmeno prevista.

Divagazione: io sono una studentessa, pago le tasse, non percepisco uno stipendio, ma lo studio è il mio lavoro. Quindi non capisco perché chi fa il servizio militare possa entrare gratis nei musei, pur non avendoci nulla a che fare (sì, servizio alla Patria, rispetto, valori...non lo nego) mentre chi ne ha la necessità per studio-come-lavoro non abbia lo stesso privilegio. Chiusa divagazione.

Oltrepassata la soglia degli enta mi sono accorta di un dettaglio, che fa la differenza: gli sconti per studenti sono validi solo fino al 29° anno di età.
Abbiamo una data di scadenza?
-Da consumarsi laurearsi preferibilmente entro il ...-
Al compimento del 30° anno entriamo in possesso di una somma di denaro che ci rende indipendenti e quindi non più bisognosi di sconti?
-Se è così, ditemelo, perché io non ho visto un centesimo-
Il nostro status cambia da un giorno all'altro?
-Ieri all'università, oggi nel limbo con gli ignavi, ad inseguire il bianco vessillo del magico pezzo di carta, che tanto non servirà a nulla-
Ci è vietato interrompere gli studi per ca**i nostri e poi riprenderli quando ci pare?
-Per la serie o adesso o mai più-
Dobbiamo scontare una qualche forma di punizione perché siamo degli scansafatiche che a 30 anni ancora sono all'università?
-Sì, siamo dei bamboccioni figli di papà scansafatiche ignoranti puzzoni che non sanno farsi il letto che non danno esami che non li passano perché non studiano che trovano comodo stare a casa con la mamma che fa tutto e non vogliono essere indipendenti-

Posso dirlo? 'Fanculo.

17 gennaio 2010

Bamboccione a chi?

Il papà dei bamboccioni, che a quanto ha detto il tiggì1 domenica sera a 30 anni non sapeva farsi il letto, secondo me aveva pure seri problemi in matematica.
Punto primo: a 18 anni un ragazzo è ancora alle superiori. Uscire di casa significa o che paparino paga (con che soldi?) o trovarsi un lavoro: questa possibilità non è così remota, ci sono molti studenti che arrotondano lavorando la sera o nei week-end. Ma appunto arrotondano. Lo stesso dicasi per uno studente universitario.
Per un lavoro part-time di 24 ore a settimana, serale e festivi compresi, 5 anni fa prendevo poco più di 500 euro.
Facciamo un paio di conti:
- affitto: se va bene, dai 200 ai 350 euro - condividendo l'appartamento con altri studenti/lavoratori.
- spese luce acqua gas: quando stavo a Venezia se non erro si aggiravano sui 100 euro a bimestre, facciamo 60 euro al mese per tenerci larghi.
- vitto: 100 euro al mese, andando al discount, scontrini alla mano -e ho speso poco nel mese "campione".
- telefono: non venitemi a dire che è un optional perché non ci crede nessuno. Io me la cavo con 10 euro al mese, con la tariffa giusta.
- trasporti: la benzina costa 1,30 euro al litro; l'autobus, corsa urbana, 1,10 euro; il treno, per 60 km, regionale, 3,85 euro. Per gli spostamenti in auto conto circa 50 euro; idem per l'autobus, contando solo un'andata e ritorno al giorno, e l'abbonamento costa poco di meno; di treno, per 60 km, ci si aggira sui 56,10 euro.

Totale:  410/560 euro al mese. Cui si devono aggiungere anche i costi fissi annuali, come il bollo dell'auto e l'assicurazione: per il primo ho pagato 109 euro, per la seconda di preciso non lo so, facciamo 300 euro ma sono pochi, ho visto alcuni preventivi che si aggirano sui 500).

All'elenco mancano:
- vestiti, e sappiamo tutti quanto può costare un paio di jeans. Io li trovo a 20 euro e sono ottimi, nello stesso posto compero magliette, maglioni e pigiami. Se sono 200 euro l'anno son comunque pochi.
- scarpe: qui si deve spendere un po' di più, perché non ha senso prenderne un paio a poco prezzo se ti dura giusto un km. Altri 200 euro, e ancora son pochi.
- capelli: o proponiamo un revival neo-hippie, o i nostri 30 euro l'anno ce li mettiamo. I maschietti son fortunati, perché possono anche usare la macchinetta, noi femminucce siamo costrette ad andare dal parrucchiere, che per taglio e messa in piega minimo minimo chiede 30 euro, appunto. Certo che se una ragazza ha un taglio medio-corto, il costo lievita perché deve recarsi più spesso a regolarlo.
- svago: o vogliamo metterci tutti in clausura? Cinema scontato (3,5-5,5 euro), pizza + bibita (se hai culo trovi il posto che fa conto tondo 10 euro), una birra (3 euro): 20 euro al mese? Ma chi ci crede?
- stiamo parlando di studenti lavoratori: mancano i libri! Per ogni esame, se ti va bene, son 30 euro che partono (quello che sto preparando ora richiede praticamente un mutuo: 300 euro di libri, e non tutti sono reperibili in biblioteca, o ci sono ma non vanno a prestito)

Riassumiamo: studente lavoratore part-time, solo di generi di prima necessità si brucia quasi tutto lo stipendio. Ah, ovviamente è necessario essere non fumatori per rientrare nel budget.
Ipotesi: lo studente lavoratore è così bravo da rientrare nella mensilità anche con gli extra.
Resta un problema, ma piccolo piccolo: il lavoro. Se ti va bene, vieni assunto con contratti di 3-6 mesi: un mio amico ha lavorato per quasi un anno con contratto rinnovato ogni 30 giorni. Praticamente sei alla continua ricerca di un lavoro e soprattutto non hai nessuna garanzia che allo scadere del contratto subentri un altro impiego. Questo significa sicurezza zero: spendi (quasi) tutto lo stipendio in un mese, per il mese successivo devi fare affidamento su un nuovo stipendio, e se non arriva? Puoi digiunare, puoi andare a piedi come Forrest Gump, puoi non frequentare le lezioni, puoi non telefonare, puoi andare a lavarti a casa dei tuoi, vivere senza riscaldamento e senza luce, ma l'affitto come diavolo lo paghi?
Chiedere un prestito? Con che garanzia? Solo il diavolo accetta in cambio l'anima, le banche non credo arrivino a tanto.

Morale: comunque mamy  e papy una mano te la devono dare. L'indipendenza non è pensabile, nemmeno a 30 anni - a meno che tu non abbia iniziato a lavorare appena finito il liceo, quando tutti ti spingevano a proseguire gli studi. Saggia decisione, dico io: tra i miei amici, quelli che vivono da soli o con il/la compagno/a o hanno iniziato a lavorare a 18-20 anni, o hanno dietro genitori che li sponsorizzano, lavoro compreso.

Là fuori, Signor Bamboccione, ci sono migliaia di giovani che darebbero un braccio per poter andar fuori di casa, per poter avere uno straccio di lavoro: quindi ci faccia la cortesia, o fa' in modo che sia realmente possibile uscire di casa a 20 anni, o si limiti a parlare del tempo. Grazie.

11 dicembre 2009

La fabbrica di plastica - 2

Non c'è cosa peggiore che sforzarsi e impegnarsi per un obiettivo, che magari è una goccia nel mare, ma è già qualcosa, e trovare che c'è qualcuno che ti mette i pali tra le ruote. E non puoi farci niente.
Da un po' sto prendendo delle medicine, e devo prendere proprio queste:


Il barattolo a sinistra è quello standard: contiene 30 pastiglie, quella robina lì bianca davanti al righello. Il barattolino a destra è il campione ridotto per i medici, contiene 10 pastiglie.
Le 30 pastigliette coprono appena il fondo del vasetto grande: quello piccolo contiene tranquillamente le sue dieci più le trenta, e avanza ancora spazio.
Sarò tonta, ma non capisco il perché di tanto spreco: se la confezione è così grande perché è più evidente e il paziente non si dimentica la medicina, allora facciano un blister fosforescente!
O ancora meglio: il kit nontiscordardime, una scatoletta con apposito alloggiamento per una freccia tipo il dito della pubblicità della moka. Geniale, no?

4 novembre 2009

Boys don't cry

Ho guardato il dvd con Apollo, domenica sera, e ci ho messo un po' a digerirlo: sapevo che trattava di una storia triste, ma così non me l'aspettavo.
Brandon è un giovane che dimostra meno anni di quelli che ha: gli piacciono le ragazze, con cui attacca facilmente bottone. Una sera conosce Candace e un paio di suoi amici: si fa convincere ad andare con loro a una festa e si ritrova nella sperduta Falls City, in Nebraska, nel bel mezzo del nulla della provincia americana. Dovrebbe tornare a casa per presentarsi in tribunale, non si capisce perché, ma conosce Lana ed è amore a prima vista per entrambi. Lana lavora al turno di notte in una fabbrica che confeziona spinaci in scatola: vive con la madre in una sorta di famiglia allargata, di cui fanno parte John, ex galeotto e ragazzo padre, il fratello Tom, la stessa Candace.
Sembra una storia di giovani come tante altre, se non fosse per il dettaglio che Brandon in realtà si trova a vivere in un corpo femminile. L'unica a non reagire alla scoperta è Lana: l'amore vince tutto. Peccato che i suoi amici non siano così maturi e anziché cercare di vederci più chiaro decidono di dare a Brandon una bella lezione.
Da questo punto il film si fa più crudo e doloroso, e non ci sarà un lieto fine.
Se una certa dose di maschilismo da parte di John è data per scontata, quello che fa più male è vedere che Brandon passi dalla parte del torto e del pervertito e che per questo "se la sia cercata".
Nonostante la durezza dell'argomento trattato, è un film che consiglio: da vedere con coscienza, non è uno di quelli per una serata allegra, ma fa certamente riflettere.

Frequentando cattive compagnie, mi scappa da divagare :-P
Qualche anno fa, frequentavo un corso di danza del ventre (ebbene sì, ho anch'io i miei scheletri nell'armadio).
Una sera arrivo in anticipo e come al solito entro in palestra in attesa della mia lezione: subito noto una signora, composta ed elegante, seduta in un angolo, che riesco a vedere meglio quando mi sistemo in fondo alla sala, per non dar fastidio alle ragazze che danzano. L'aspetto è curatissimo, dai capelli ai gioielli, all'abito: porta un paio di occhiali scuri, si vede che tende quasi a nascondersi. E capisco subito perché: i suoi tratti sono decisamente mascolini. Spontaneamente le sorrido, curiosa e un po' stupita dalla situazione, ma per nulla a disagio.
Alla fine della lezione la signora saluta educatamente e se ne va: la maestra, una delle più grandi stronze che abbia mai conosciuto (la storia è troppo lunga per essere raccontata, e non ho intenzione di darle così tanta importanza), raduna le ragazze rimaste e sghignazzando ci chiede se ci eravamo rese conto di *cosa* fosse la signora. Neanche fosse una bambina dell'asilo, non ho parole: ma il peggio deve ancora venire.
La settimana successiva arrivo nuovamente in anticipo e mi unisco alla lezione: c'è anche la signora che prova a ballare, un po' impacciata com'è normale, dato che si è inserita a corso inoltrato. C'è un posto libero vicino a lei e mi ci piazzo: sento una certa affinità con chi è timido, lo sono pure io e so quanto ci si possa sentire a disagio in certe situazioni - e lei ne aveva tutte le ragioni. A fine lezione è successo il fattaccio: facilmente fraintendibile, ma altrettanto facilmente spiegabile, peccato che la maestra stronza abbia preferito farne una sceneggiata da melodramma, accusando "questa per così dire signora" (cito) di essersi presentata con l'inganno e di nascondere turpi secondi fini. Non scendo nei dettagli, non lo trovo giusto: so solo che, pur provando un giusto fastidio per l'episodio, avrei preferito risolverlo in separata sede, in privato, come sarebbe stato corretto. Il risultato invece è che la signora si è vista sputtanare davanti a una ventina di sconosciute, con tanto di insulti alla sua sessualità - che se permettete sono cavoli suoi: mi sono vergognata da morire, ho avuto il magone per tutta la lezione. Per la cronaca, questo è stato uno dei motivi per cui di lì a due settimane mandavo a quel paese la maestra e il suo corso del cavolo.
Non ho più visto la signora: spero che abbia trovato persone più gentili di quella maledetta. Intanto ho il rimorso di non averla difesa: la situazione con la maestra era già tesa, tenevo così tanto al corso che ero disposta a ingoiare rospi pesanti, ma poi ho capito che non ne valeva la pena.

23 ottobre 2009

Sorelle d'Italia

Ormai lo spot della nota marca di calze ha smesso di provocare polemiche: la prima volta che l'ho visto mi ha quasi commossa. Non l'ho trovato affatto osceno, una mancanza di rispetto verso il nostro inno nazionale: mi è sembrato vergognoso piuttosto che a rendere omaggio alle donne italiane in un modo delicato come questo sia stata un'industria, non lo Stato.
Poi ho letto un'intervista al capo di codesta industria: tante belle parole, è grato alle donne, il suo principale cliente nonché fonte di reddito. Ipocrisia? Forse. Ma ancor più ipocrita lo è sembrato a me, che per breve tempo ho lavorato per un negozio del marchio. E' tanto facile parlar bene delle clienti, ma nei riguardi delle proprie dipendenti com'è la faccenda?
Questa è la mia esperienza, e non credo affatto sia un caso isolato.
Per "contratto" la commessa deve indossare gonne di una lunghezza tale da poter mostrare le gambe, che indossano calze del negozio: calze che devono essere acquistate dalla commessa, che gode di uno sconto misero. Vuoi che indossi le tue calze per farne pubblicità? Me le regali.
E se un giorno osi presentarti in pantaloni, per distrazione o per un qualsiasi altro motivo, sono rogne.
L'imperativo della commessa è "vendere!": ognuna ha un codice che attribuisce a ciascuna lo scontrino eseguito. Più fai acquistare, più vieni tenuta in considerazione. Io ho avuto la sfiga di beccarmi solo persone che volevano un paio di calze e basta. Confesso che qualche volta, con sadismo, ho acquistato io stessa un unico prodotto, possibilmente il meno caro.
I negozi sono gestiti da una responsabile, che deve riferire a chi controlla una data zona o un certo numero di negozi: è tutta una telefonata con dati di vendite e confronti con la settimana, il mese, l'anno precedente, ma questo credo sia normale. La responsabile di zona talvolta veniva in negozio: sembrava di essere sorvegliate da un SS. L'atmosfera era più tesa, si doveva lavorare al 110%, parlare poco e cercare di essere il più convincenti possibile con i clienti per "fare bella figura". Quella del negozio dove lavoravo era odiosa: severa e bastarda, aveva da ridire se cercavo di fare amicizia con la collega. In un ambiente lavorativo è normale instaurare un buon rapporto con gli altri e se questo non distrae dalle proprie mansioni è anche un bene, perché così si lavora più volentieri e con serenità. Lì invece era visto come un difetto: la SS ha detto alla responsabile del negozio che io e un'altra ragazza dovevamo essere separate perché facevamo comunella. Da notare che in quel momento non c'erano clienti e stavamo piegando calzini.
Io ho sempre cercato di affrontare i lavori che ho svolto con serenità, dando del mio meglio ma trovando anche occasioni di divertimento: una battuta con i colleghi, due chiacchiere con i clienti, qualche scherzo amichevole quando era possibile. Mi è sempre stato detto, in tutta onestà, che il mio lavoro lo svolgevo bene: anch'io ho fatto qualche cappella, capita a tutti, ma sono sempre stata puntuale, rispettosa, ordinata.
L'unica esperienza negativa è stata quella con le calze: dopo appena due settimane di prova, la responsabile mi ha cortesemente mandata a casa - con mia somma gioia, ammetto (e non è il discorso della volpe e l'uva). Probabilmente ha contato la media dei miei scontrini, ma ho qualche dubbio che c'entrasse la collega stronza. Era esaltatissima dal fatto di lavorare in quel negozio, anche perché la titolare le aveva dato molta fiducia per le sue esperienze precedenti. Il suo difetto era che si sentiva la "vice", e, in assenza della titolare, teneva gli occhi aperti per riferirle ogni dettaglio che a suo parere era fuori posto. Ho assistito a una telefonata dove ha sputtanato una collega di un altro negozio, venuta ad aiutarci per un pomeriggio, per dei motivi che non stavano né in cielo né in terra. Una mattina abbiamo avuto un litigio tremendo, perché lei non aveva sentito (o voluto sentire?) una frase che avevo avuto l'accortezza di scandire, per non scatenare la sua ira - che puntualmente si è rovesciata sulla sottoscritta. Potete immaginare nei giorni seguenti come sia andata al lavoro...avrei preferito farmi un turno in miniera, piuttosto che trovarmi a lavorare con quella là.
Sta di fatto che in questi negozi non si respira una bella aria: dopo questa esperienza, sono attenta a particolari che a clienti normali possono sfuggire. Le domande "ti serve questo o quest'altro?", il falso entusiasmo nella vendita, le telefonate, le tabelle dei conti e gli schemi delle esposizioni: tutto è preordinato, e per questo falso. Credo sia così in tutti i negozi delle grandi catene: per questo mi piacciono le botteguccie indipendenti, gestite magari da signore di una certa età che ormai hanno preso gusto nel loro lavoro e che riescono a far tornare i clienti senza bisogno di sconti o offerte speciali.

19 ottobre 2009

Al ladro!

Prima che mi ci trasferissi io, questa casa risultava inabitata per godere delle agevolazioni sulle tariffe di luce acqua gas. Visto che il mio trasferimento è definitivo, papy è andato a chiedere di modificare il contratto, da "non residente" a "residente", per essere in regola e quindi evitare rogne.
All'ufficio apposito, gli hanno detto che era necessario disdire il contratto a nome suo e intestarlo alla sottoscritta, visto che ho io la residenza: lo trovo un controsenso, dato che la casa è dei miei e le bollette le pagano loro comunque.
Stamattina mi presento all'ufficio di cui sopra, con la delega del papy, per cambiare l'intestazione delle bollette: avviso che chi paga è sempre la stessa persona.
Una volta effettuata la procedura, la signorina mi dice che verranno addebitati dei costi d'ufficio per il cambio di intestazione: tra luce, acqua, gas e rifiuti, sono più di 200 euro.
Ladrata n° 1: per un intervento che ha richiesto 10 minuti al massimo di lavoro al computer, vogliono 200 e passa euro. Lo trovo davvero assurdo: dovessero cambiare i contatori o altro, lo capirei, ma dato che resterà tutto com'è, non vedo perché pagare questa cifra spropositata.
Ladrata n° 2: situazione di partenza, bolletta intestata a papy, paga papy; situazione finale, paga sempre papy, quindi non si capisce perché sia necessario cambiare l'intestatario e soprattutto pagare per farlo. Mi dicono che è perché la residente sono io: per me è il solito Ufficio Complicazioni Affari Semplici.
Ladrata n° 3: sono convinta che a papy non avessero detto di questo balzello, altrimenti col cavolo che mi avrebbe mandata a fare il cambio!
Non è giusto, però: chi vuol essere in regola ci rimette comunque. Poi ti credo che passa la voglia di restare onesti!

13 ottobre 2009

Super Mario Bros.

Sfatiamo un mito, che gli idraulici siano tutti giovani e bellocci, e magari disponibili: io ne ho beccato uno vecchio, brutto e pure antipatico.
Se avete in programma dei lavori in casa, leggete bene e preparatevi, forse eviterete le mie disgrazie.
Lo scorso inverno, i termosifoni di casetta mia perdevano acqua dalle valvole: mio papà ha contattato l'idraulico, che, dopo un sopralluogo, ha deciso che le suddette valvole andassero cambiate. Per farlo, sarebbe stato necessario svuotare tutto l'impianto di riscaldamento e poi riempirlo di nuovo.
Sai che devi svuotare un bel po' di litri di acqua: cosa fai? Ti porti dietro un po' di recipienti, visto che sai benissimo che non puoi svuotare i radiatori in giardino, dato che contengono l'antigelo che tu ricordi di aver messo lo scorso inverno.
Sai che per ovvi motivi sporcherai e che un bel po' di quell'acqua mista a antigelo mista a morcia finirà sul pavimento: cosa fai? Porti delle pezze in abbondanza, o chiedi al proprietario di procurarle: la seconda opzione sarebbe la migliore, dato che sai che la casa è (era) disabitata.
Sai che per altrettanto ovvi motivi avrai un po' di residui da smaltire nelle immondizie: cosa fai? Chiedi un sacco ai padroni di casa, onde evitare di sporcare in giro.
Evidentemente il "mio" idraulico non è molto sveglio, perché:
- ha portato due secchi e accortosi che non avrebbero contenuto tutta l'acqua dei termosifoni si è appropriato di qualsiasi recipiente a portata di mano, pentolino del latte compreso. Fosse stata acqua pulita non avrei avuto niente in contrario: ora invece la mia mastella per il bucato è riempita di candeggina nella speranza di pulirla dall'alone marrone lasciato dalla morcia.
- per asciugare i disastri provocati dalle cascate del Niagara ha usato pure il tappeto per le scarpe - per fortuna qui non ci sono tappeti persiani, e nemmeno nostrani, altrimenti sarebbero stati spacciati. Certo, ringrazio che ha asciugato, ma mi pare il minimo.
- le immondizie sono finite nel coperchio di un imballaggio che avevo tenuto religiosamente, in attesa di collaudare ciò che detto imballaggio conteneva (sì, sono misteriosa, è in arrivo una sorpresa).
A tutto ciò si aggiunga che la bacinella che utilizzavo per lavare la lingerie e un secchiello che poteva tornare utile, ma soprattutto il tappetino sono spariti. In più, una porta staccata dai cardini per lavorare più agevolmente è rimasta appoggiata alla parete, nonostante Mr.Muscolo ci sia passato davanti più volte.
La prossima volta che ci saranno lavori da fare, vedrò di procurarmi un bel mitra: credo sarebbe un ottimo incentivo per un lavoro rapido e pulito.

PS: per chi non se lo ricordasse, i fratelli dei videogiochi Mario e Luigi sono idraulici.

9 ottobre 2009

Bambini, merenda!

Apprendo che il nostro PresConsMin l'altra sera si è rivolto alla signora Bindi con un "Lei è più bella che intelligente".
Siamo tornati all'asilo?
Manca solo che qualcuno se ne esca con il classico "non sono più tuo amico!" e siamo a posto.