Cari Oracolanti, torno su questi lidi dopo quasi un anno dal mio ultimo post, con una bella notizia e uno sfogo. Ora mi sfogo, per la nius vi faccio aspettare :P
Dallo scorso marzo sono senza lavoro - non che possa vantare chissà quale curriculum recente, dato che avevo iniziato a luglio con un contratto a tempo determinato.
Visto che ora mi trovo a essere ufficialmente disoccupata e che le prospettive di trovare un nuovo impiego non sono rosee, ho deciso di avvalermi di un diritto che, nelle occasioni passate, non avevo mai richiesto: l'esenzione del ticket.
Stamattina mi metto al pc e cerco quale siano i requisiti e la procedura per la richiesta nella mia Ulss: serve un'autodichiarazione sullo stato di disoccupazione, che l'ufficio amministrativo confronta con il Centro per l'Impiego (ovviamente bisogna essere iscritti, cosa fondamentale per chiedere la disoccupazione).
Evviva, è facilissimo!
Come no.
Come requisito accessorio e fondamentale, viene richiesto un reddito familiare complessivo non superiore a 12mila euro (circa, compreso il figlio a carico), reddito percepito nell'anno precedente la richiesta.
Ora. Se questa non è una presa per il culo io sono la Regina Elisabetta.
Io sono disoccupata. Apollo è disoccupato pure lui da inizio anno. Apelle per ovvi motivi non può lavorare. Al momento siamo ancora in attesa della conferma della disoccupazione, il che vuol dire che non abbiamo entrate. Il che vuol dire che se ho necessità di farmi un esame del sangue, quei caxxo di 40 euro che devo pagare mi pesano parecchio.
E vorrei capire perché se l'anno scorso ho lavorato, adesso che sono nella cacca non ho diritto a niente. Sono senza soldi adesso.
Cosa devo fare? Augurarmi di restare senza lavoro, sia io che Apollo, per tutto l'anno e pure l'anno prossimo? Perché solo in questo caso avremmo diritto all'esenzione.
E poi si stupiscono che la gente emigra.
8 aprile 2016
Oltre al danno, la beffa
16 maggio 2012
Eclissi quasi totale
Non sono stata rapita dagli alieni, la mia segretaria non mi ha avvelenata con la cicuta e Apollo, purtroppo, non mi ha rapita per un giro intorno al mondo.
Ho trovato lavoro. Come nelle occasioni precedenti, anche 'sto giro è tanto lavoro e (fin'ora) zero soldi. Si aggiunga che devo ancora vedere uno straccio di contratto...e io sgobbo.
Inizialmente ero contenta: si parlava di pubblicizzare un sito tramite blog e social network, tutto per promuovere un evento. Poi mi sono trovata a metter le mani sul sito: prima wordpress.com con redirect a un dominio personalizzato, poi sito statico indipendente, poi di nuovo wordpress su spazio proprio. E la grafica, e i contenuti, e le estensioni, e questo e quello.
Mi divertivo davvero, è il mio mondo ed è un'ottima occasione per prendere mano con quello che sapevo solo in teoria.
Ora il css non ha più segreti, parlo in html e mastico php come noccioline.
Ho scritto "mi divertivo" perché da un po' non mi diverto più. Mancano completamente di organizzazione e metodo, non faccio in tempo a finire un lavoro che devo scombinare tutto perché nel frattempo c'è altro da inserire.
Il pc era la mia passione, non riuscivo a starne senza: ora pagherei pur di starci lontana. Se posso ritagliarmi 5 minuti per me, anziché scrivere qui o per la Stamberga scappo a rifugiarmi in un libro - che male non fa, ma tant'è.
Oggi incredibilmente sto respirando, ma non mi illudo che duri.
A presto, spero.
2 gennaio 2012
Buona fine miglior principio?
Venerdì 30, pausa pranzo, interno ufficio, accoccolata sulla mia sedia con in mano cotone e uncinetto per svagarmi un po'.
Arriva il capo, da qui Nano Malefico, e si siede al pc di fianco al mio. Commenta l'uncinetto e tambara un po' sul pc.
Io proseguo a uncinettare.
Nano Malefico visibilmente imbarazzato molla il tambaramento e mi informa che dal mese di gennaio il mio stage non proseguirà e mi imbastisce una manfrina sulle attività che vorrebbero svolgere e sugli ambiti in cui vorrebbero investire, aggiungendo tra parentesi che io oltre alle foto so fare anche grafica (e mi butti via? Bra'o tordo!), e conclude (?) con una panoramica sui concorrenti che hanno chiuso per fallimento.
E io con un sorriso di circostanza stampato in faccia e un unico pensiero che mi ronzava in testa: ma proprio in pausa pranzo dovevi dirmelo e fottermi i miei ultimi venti minuti di uncinetto?
Ho trascorso il resto del pomeriggio in allegria isterica, mancava poco ai salti di gioia. Perché tanto lo sapevo già, testimone il mio ex-collega cui avevo predetto la data della mia fine.
I Maya mi fanno una pippa.
Buon anno a tutti.
PS: il Nano Malefico se n'è andato senza nemmeno salutare. Codardo e maleducato. Visto il padre, della maleducazione non mi stupisco più di tanto.
18 novembre 2011
Metà e metà
Apollo mi rende partecipe di una diatriba nata sulle pagine di faccialibro, anzi, sulla pagina personale e pubblica di questo signore qui. Che scrive:
a quei 4 stronzi che si lamentano per uno stage gratis non pagato con dei guru della comunicazione, sarebbe meglio che non avessero speso 25 mila euro in 3 anni a studiare fuffa in scuole private, visto che non sanno ancora la differenza tra un Helvetica ed un Arial.Ecco, io sono una di quei quattro stronzi che si lamenterebbe di uno stage non pagato, fosse anche dal guru dei guru della comunicazione. Perché è una vergogna giustificare uno sfruttamento con la scusa del "guru".
I "quattro stronzi" non sono quei poveracci che investono tempo e denaro in corsi/master credendo alle promesse del lavoro assicurato. Mi dispiace per questi (tanti) non-stronzi che buttano via soldi per il cavolo, ma li capisco anche, perché la tentazione di abboccare al master l'ho avuta pure io. Dici, ci sono professori di fama, che hanno contatti, che fanno curriculum, che mi possono introdurre nell'ambiente. Dici, è un titolo super-superiore, qualcosa varrà. Dici, come farà un datore di lavoro a non considerarmi dopo che avrò preso questo ennesimo pezzo di carta? Così ci provi, investi e speri di avere qualcosa in cambio.
Stronzi sono quelli che chiedono migliaia di euro per un corso che ne vale sì e no un decimo.
Stronzi sono quelli che piazzano il Nome in mezzo a tanti nomi, a mo' di specchietto per le allodole.
Stronzi sono quelli che promettono un lavoro assicurato, con tanti giri di parole che ti convincono della garanzia che avrai un impiego, ma che se provi a ritorcergli contro questo miraggio ti renderai conto che nero su bianco non c'è nulla. È tutto tra le righe.
Stronzi sono quelli che dietro compensi da favola hanno il coraggio di non presentarsi a lezione, o di non insegnare quanto dovrebbero.
Stronzi sono quelli che approfittano degli stage per avere manodopera gratuita, offrendo solo una vaga possibilità di un lavoro al termine del tirocinio, sfruttando le speranze dei giovani e ripagandoli con un bel calcio nel sedere. E così via, altro giro altro stage.
Stronzi sono quelli che accusano i giovani di essere snob e di avere la puzza sotto il naso, di non voler fare sacrifici, di non accettare la gavetta.
Stronzi sono quelli che affermano che gli stranieri sono migliori degli italiani perché accettano di lavorare gratis e non fanno storie: ma cari signori, non vi è mai passato per l'anticamera del cervello il dubbio che se è così forse è perché gli italiani hanno capito come gira il mondo e che voi vi trovate la faccia come il culo?
Stronzi sono quelli che guadagnano da questa situazione schifosa sulla pelle di chi non può difendersi. Stronzi sono quelli che ci costringono ad accettare tutto, perché se non accetto io il "lavoro" c'è qualcun altro che lo prenderà senza far storie. Ecchissenefrega se le condizioni proposte sono vergognose, c'è la crisi e blablabla.
Se le cose andassero per il verso giusto, i tirocini obbligatori durante l'università formerebbero competenze diverse dal fare fotocopie.
Se le cose andassero per il verso giusto, i miei titoli di studio verrebbero considerati come meritano.
Se le cose andassero per il verso giusto, un tirocinio post-laurea aprirebbe le porte al mondo del lavoro, formando una professionalità riconosciuta.
Se le cose andassero per il verso giusto, uno stage sarebbe un reale investimento, sia del giovane che del datore di lavoro.
Se le cose andassero per il verso giusto, i lavoratori/dipendenti sarebbero considerati una risorsa, non una perdita.
Ma siccome le cose non vanno per il verso giusto, non accetto di sentirmi dire da nessuno, neanche dal guru dei guru della comunicazione, che sono una stronza. Soprattutto se dopo un po' minaccia di cancellare il post perché in troppi gli si scagliano contro: questo si chiama avere la coda di paglia. E soprattutto se dopo si trincera dietro il no-profit: o lo dici subito, o così non vale.
E io mi sono rotta...
...nè troppo in alto...
...né troppo in basso...
...metà e metà.
7 ottobre 2011
Più figli meno crisi?
Sull'Avvenire di ieri compare un articolo relativo alla proposta presentata dal cardinal Bagnasco "Il cambiamento demografico": sua Eminenza ritiene che una società senza figli sia destinata a impoverirsi culturalmente e sia diretta verso un suicidio demografico; aggiunge anche che il problema della scarsa natalità è un fatto culturale e non solo economico.
Eminenza eccellentissima, con tutto rispetto: è tanto facile parlare da scapolo, senza alcuna preoccupazione di carattere economico e senza avanzare proposte costruttive per cambiare la situazione, se non "incoraggiare nuovi modelli di solidarietà interfamiliare e
intergenerazionale, facendo in modo che i genitori non si sentano
abbandonati proprio dalla società che contribuiscono a tenere in vita". Grazie tante, Eminenza, con rispetto parlando.
Quella volta mi hanno detto che avevo "testa" e che avrei dovuto studiare: sono cresciuta con la parabola dei talenti raccontata a mo' di lavaggio del cervello, quindi ho cercato di investire in questo talento. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno mantenuta negli anni di studio, anche se talvolta penso che non sia stata proprio una fortuna, e poi spiegherò perché.
Tra un lavoro, un corso e l'Accademia, mi sono laureata a 27 anni: per un anno ho cercato lavoro inerente ai miei studi, invano. Ho quindi preso la decisione di trovare un part-time qualsiasi e proseguire gli studi di specialistica. Le cose non sono andate esattamente come speravo e per motivi indipendenti dalla mia volontà: sta di fatto che ho terminato gli studi a 32 anni. Ormai è passato un anno e ho lavorato, sottopagata, per brevi periodi. Per fortuna ho un marito che qualcosa porta a casa, ma ci basta appena: ci sono sempre i genitori a disposizione ma con che coraggio gli si chiede aiuto, a 33 anni suonati?
Non sono certo una che fa la preziosa, ho risposto ad annunci per lavori che non c'entravano assolutamente con i miei studi, ma si fa: nonostante le mie competenze, nonostante il mio curriculum di tutto rispetto, non ho ricevuto mai risposta.
Così eccomi qui, a lottare con le crisi di maternità e con un orologio biologico che urla il suo tic-tac. Rimpiango di aver ceduto alla tentazione di rinunciare a un lavoro (in libreria!) perché mio padre si è offerto di mantenermi fino alla laurea: ora avrei qualcosa da parte, magari avrei continuato a lavorare, chi lo sa. E invece in mano non ho niente. Le prospettive non sono serene: chi al giorno d'oggi fa un contratto a tempo indeterminato a una donna? Con il rischio che si metta a sfornare figli?
Un figlio non lo puoi fare a progetto, né a tempo determinato: lo fai e te lo devi tenere a vita. Costa metterlo al mondo, costa mantenerlo, costa farlo crescere e studiare.
Non abbiamo grandi pretese, Eminenza: non vestiamo abiti firmati, non andiamo al ristorante, se va bene mangiamo una pizza al mese con gli amici; niente viaggi, se non quella settimana di vacanza una volta l'anno, spendendo il meno possibile, o qualche finesettimana a casa dei suoceri in montagna. 10 euro al mese di telefono non mi sembrano tanti, 20 euro di internet, meno è difficile. La spesa al discount, qualche extra si fa ma niente eccessi. C'è l'affitto da pagare, e le spese, e la benzina che aumenta sempre di più, ma non sempre è possibile lasciare a casa la macchina.
Io sono scoraggiata, Eminenza, e credo di non essere l'unica: viviamo in una società in cui la maternità è una malattia e non è il punto di vista dei potenziali genitori, questo. Lo so anch'io che è necessario un cambiamento, ma non serve a nulla fare bei discorsi, Eminenza. Le parole non aiutano: dette da lei, con tutto rispetto, suonano anche ridicole.
31 agosto 2011
A.A.A...rgh!
Sono ventitré giorni che non scrivo, in pochi altri periodi ho trascurato così tanto il blog e di conseguenza me stessa. Perché non è che scrivo solo per voi. Vi voglio tanto bene e lo sapete, ma quando ho iniziato ero io da sola e mi divertivo tanto quanto adesso: ergo, scrivo per me. Se poi c'è qualcuno di così pazzo da apprezzarmi, non posso che gioirne.
Comincio seriamente a chiedermi come facciano altri colleghi blogger, a lavorare otto ore al giorno e a trovare ilo tempo di scrivere. Perché io non ci riesco. Fossi in uno studio per conto mio forse sì, cinque minuti qua e là di pausa si trovano sempre: ma lavorando in open space con il monitor al pubblico ludibrio non è proprio possibile scrivere dei cavoli propri.
Che stress di posto che ho pescato: in sei, tutti nella stessa stanza, con il capo che lavora sulla chaise longue, non uno che si alzi per una pausa. C'è la cucina, è vero, e possiamo farci il caffè, ma lì dentro non toccherei una tazza neanche con i guanti triplo spessore.
Un collega osa alzarsi e fare una capatina dalle mie parti ogni tanto, in coincidenza delle trasferte del capo nell'altra stanza, il che non mi fa pensare bene. Caspita, non solo è provato che una pausa rende più produttivi, ma è anche previsto per legge. E invece no, duri davanti al pc fino alla morte.
Ogni tanto mi sento al limite dell'implosione e se non implodo ho il terrore che potrei esplodere.
Poi i pensieri iniziano a confondersi, non trovo le parole e quello che scrivo non ha senso. Allora è meglio se vi auguro la buona notte: a presto risentirci, spero.
22 marzo 2011
La mia vita da precaria/2
Novembre, porto in giro il mio cv. In due posti mi fanno un colloquio al volo e in uno di questi mi propongono seduta stante una prova. Lavoro un intero finesettimana e i tre giorni successivi, andando anche di persona allo studio. Sono tutti contenti e vengo richiamata per un altro lavoro: qui si comincia a parlare di una generica retribuzione e di un contratto a progetto, ma devo avere pazienza che il cliente dia notizie. Mi sta bene, mi rimbocco le maniche e mi dò da fare.
Gennaio, sono allo studio a tempo pieno. Mi vengono affidati altri lavoretti e resto in attesa della conferma del cliente. Il tempo passa.
A fine mese il capo mi prende in parte e mi dice che sono tutti contenti di me, che gli piace come lavoro e che vuole potenziare le mie già buone capacità, insegnandomi anche a usare programmi nuovi: il problema è che stanno sistemando la società e che quindi hanno la liquidità congelata. Posso portare pazienza per un altro mese? Accetto perché credo in quello che sto facendo e nelle persone con cui mi sono trovata a lavorare.
Passa il mese e chiedo lumi: la società è ancora in alto mare e quindi per il momento non ci sono né soldi né la possibilità di farmi un contratto. È meglio se mi mettono in stand-by perché farmi lavorare gratis non è bello (e lo dici a me?).
Qui iniziano a rotearmi i cabasisi, come direbbe Camilleri.
Martedì scorso il capo mi dice che le cose si tanno smuovendo e mi chiede di andare in studio: il giorno dopo mi presento e apprendo che c'è un lavoro nuovo da seguire e che entro lunedì (ieri) avrei avuto maggiori certezze. Ottimo, comincio a tirare un sospiro di sollievo e mi pregusto contrattino e assegno. Non l'avessi mai fatto.
Venerdì sera ricevo una mail del capo in cui mi dice che le mie certezze sono slittate ai primi di aprile. Non batto ciglio, nonostante la tentazione di rispondergli "allora per il lavoro che mi hai chiesto di fare ne riparliamo ad aprile". Ieri mi presento come d'accordo in studio e sgancio la bomba.
Faccio presente che è da novembre che ricevo solo che promesse, che ho dato disponibilità e fiducia ben oltre il lecito e che sono stanca di sentirmi rimandare a tempo indeterminato.
Il capo comincia con la manfrina delle rogne legali e lo fermo, già so e non è questo il punto. Allora tira fuori che le sue due collaboratrici non vedono un soldo da novembre e che non si sono mai azzardate a farne parola. Di nuovo lo fermo, sottolineando che le due sante lavorano con lui da n-tempo mentre io sono arrivata da poco e che non lo conosco. Loro sanno se si possono fidare, io no e in quanto a fiducia gliene ho data fin troppa.
"Vedo che non sei serena", dice.
Vedo che sei un genio, gli risponderei.
Purtroppo non ho l'albero dei soldi, in giardino. La benzina continua a salire e per andare a lavorare ne faccio fuori un bel po', tutta di tasca mia. Fin'ora ho dato tantissimo e ho ricevuto in cambio solo promesse mai mantenute. E mi dici che non sono serena???
Bello mio, se vuoi meritare la fiducia altrui devi fare ben di più che bei discorsi: ipotecati la casa, vendi la macchina, dammi in pegno il tuo Mac che sicuramente lo uso anche meglio di te. E scordati di pensare che io sia tua amica. Sono una collaboratrice, una professionista e come tale devi trattarmi. E si suppone che anche tu sia un professionista e come tale devi comportarti.
Il tuo atteggiamento non è sinonimo di "puoi fidarti di me" ma di "ti sto prendendo per i fondelli". E poi vuoi insegnare a me la comunicazione. Tzè.
18 febbraio 2011
I venditori di patate/2
Son due giorni che ho le scatole che girano a velocità supersonica, necessito di uno sfogo: me la prenderò con le agenzie di lavoro interinale e mi sa che tanto male non faccio.
Qualche anno fa, alla ricerca di un impiego, mi rivolgo a diverse di codeste agenzie: una di esse mi contatta e mi propone un colloquio con uno studio di pubblicità di Vicenza.
Chiedo di quale si tratti e scopro che è il Quarto Segreto di Fatima.
Chiedo allora quale sia la mansione ricercata: idem con patate.
Ok, la politica delle agenzie di lavoro vuole il riserbo sulla sede del colloquio? Posso capirlo: ma non capisco il perché del silenzio riguardo al lavoro in questione.
Non è finita, questo è niente.
Appuntamento all'ora X, finalmente conosco la ragazza dell'agenzia con cui avevo parlato solo al telefono. Mi conduce allo studio e non mi lascia spiccicare parola: parla di me come se fossi la sua migliore amica e condisce il mio curriculum con un paio di strafalcioni niente male, facendomi passare per millantatrice (conoscenza eccellente dell'inglese) e mezza ignorante (uso di Photopaint, quando invece avevo precisato Photoshop). A questo punto intervengo, dico la mia e quella mi guarda come se avessi appena bestemmiato: ragazza, sono maggiorenne e vaccinata, a un colloquio di lavoro so parlare da sola e abbiamo visto che è meglio così.
Restiamo d'accordo che mi avrebbero fatto sapere: passa una settimana, silenzio. Fatalità ricevo un'altra proposta di lavoro, di tutt'altro tipo ma comunque inerente ai miei studi, però mi attirava di più lo studio di grafica pubblicitaria. Contatto quindi la mia migliore amica dell'agenzia di lavoro e le chiedo nius: eh, sai, ho provato a chiamare più volte il titolare ma è fuori per lavoro, non so quando torna.
Va bene, mangio la foglia e saluto. Appena riattaccato compongo il numero di telefono dello studio e chiedo del titolare: un attimo, glielo passo.
Che c'ho Gioconda scritto in faccia???
Per la cronaca, non sembravo adatta al ruolo cercato quindi tanti saluti.
Due settimane fa, altro giro altra corsa: colloquio con un'altra agenzia interinale.
Avevo inviato il curriculum tramite uno dei motori di ricerca di lavoro, ma mi porto dietro la mia copia che è decisamente più presentabile - e trattandosi di un lavoro come grafico è un bel biglietto da visita.
Non faccio in tempo ad accomodarmi che la tipa mi consegna dei fogli da compilare, là nell'angolo come i bambini in castigo.
Mi siedo e comincio a scrivere: praticamente era l'ennesima copia del mio curriculum - ma non te l'ho appena dato?
Venti minuti dopo ho compilato l'ultima riga e mi riaccomodo davanti alla signorina, che inzia a leggere il mio elaborato - se mi hai chiamata è perché hai letto il mio curriculum, no? No.
- Hai lavorato come freelance per un'agenzia di comunicazione, per quanto tempo?
- Era una collaborazione saltuaria, siamo ancora in contatto.
- Sì, ma per quanto tempo?
- C'è scritto, dal 2008.
- Quanto prendevi?
- Dipende, era una collaborazione "a chiamata", non c'era uno stipendio fisso.
- Sì, ma quanto prendevi al mese?
- Non avevo uno stipendio fisso.
- D'accordo. Quanto prendevi?
Idem per gli altri due lavori, entrambi freelance.
Delle mie competenze nel settore della grafica non una parola.
- Aspetta, scusami, mi sono dimenticata di inserire Dreamweaver tra i programmi che so usare.
- Certo, lo conosco! Sì sì...com'è che si scrive?
Se queste sono le persone che devono aiutarmi a trovare lavoro, sto fresca.
(Infatti neanche da questa ho più ricevuto notizie)
17 febbraio 2011
La mia vita da precaria
Faccio la copy per un'agenzia pubblicitaria che mi paga a complimenti, ma con questi non mangio.
Faccio la grafica per gli amici blogger del Ghetto dei Lettori e certo a loro non chiedo un soldo.
Faccio l'editor per una scrittrice alle prime armi, mia sponte e ovviamente senza compenso.
Ho un altro paio di proposte di collaborazione, anche queste gratis et amore dei.
Ho inviato non so quanti curriculum, risposto a numerose ricerche e ho ricevuto solo risposte negative, *se* le ho ricevute.
Oggi sono triste e vedo tutto nero.
Domani è un altro giorno.
23 gennaio 2011
Leitest nius
Blog-compleanno a parte, ultimamente sono stata poco presente ma sono giustificata: ho cominciato a lavorare, ed era ora! Oddyo, lavorare è una parola grossa visto che per ora non ho uno straccio di contratto né ho visto un centesimo, eccetto due pranzi offerti dal capo al giappo, ma cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno.
A novembre ho cominciato a portare in giro i miei curriculum e una sera ho suonato il campanello di un'agenzia di comunicazione che avevo adocchiato tra le tante, piccole e meno piccole, di Vicenza: una signora gentile mi fa accomodare e chiama il titolare, che su due piedi imbastisce una sorta di colloquio a botta e risposta serrato. Il giorno dopo ero già lì per il primo lavoro di prova come copywriter :D
Dal dopo-vacanze natalizie sono andata allo studio a tempo pieno e mi sono divertita tantissimo anche grazie ai due grafici con cui ho lavorato letteralmente gomito a gomito. Cerco di imparare più che posso, non solo del "mio" mestiere ma anche di quello degli altri - difatti la mia passione per i programmi di grafica è ancora bella tosta e si è pure rivelata utile in un paio di occasioni, nei giorni scorsi. Sarei un'ottima one-woman-show :-P se non altro per le cose elementari come le impaginazioni. Decisamente la mia creatività si esprime al meglio con la scrittura, alla faccia della mia maestra!
Ora devo capire bene come regolarmi dal punto di vista dei soldini, perché sicuramente è troppo presto per pensare a una partita IVA ma vorrei saperne di più su tutto. La bella vita da studente è finita, è ora di portare a casa la pagnotta!
Starò a vedere come butta nel prossimo mese, continuando a cercare e cercare e cercare, e scrivere e leggere di pubblicità e comunicazione.
Una cosa positiva, al di là dell'esperienza che ho comunque accumulato, è che per forza di cose mi sono trovata costretta a lavorare in un ambiente rumoroso di chiacchiere e musica, quando invece ero abituata al silenzio totale anche per leggere i feed dei blog che seguo (feed drasticamente tagliati perché, cavolaccio, son tanto contenta di lavorare ma non ho più tempo per il cazzeggio XD e non mi lamento di sicuro!): sono al pc da una mezz'ora buona, leggo e scrivo, e in sottofondo ho la mia musica B-) ...e Oscar la marmotta che fischia, vabbè.
Dal dovere piacevole al piacere vero: oggi Apollo e io abbiamo fatto la prima lezione di sci da fondo. Sì, ok, siamo giusto un po' fuori stagione perché la gente normale comincia a novembre-dicembre, ma noi non siamo normali si sa.
Da diversi anni avevo il desiderio di imparare, ma non ho mai trovato nessuno cui accodarmi per le lezioni né qualcuno che mi insegnasse: gli amici fondisti ci sono e già non vedo l'ora di unirmi a loro. Apollo è più tipo da discesa e anzi pareva che il fondo non gli piacesse per niente: finché al ponte della Befana non siamo capitati a fare una ciaspolata (Demart, leggi qui :-P ) lungo una pista da fondo. E io per tutto il tempo ho stressato il povero Apollo con i mei "ohhh" e "ah...che bello sarebbe" e "dai, organizziamo l'uscita a quattro così tu e Checco andate a sciare e Giorgia e io ce ne andiamo per fondo e lei mi insegna!" e via così. Poi la sera abbiamo trovato un nostro amico che tutto entusiasta ci ha detto che aveva cominciato a prendere lezioni di fondo con la sua ragazza e che era bellissimo e che sull'Altopiano ci sono le piste più belle e sono lunghissime ed è comodo perché ci arrivi in un attimo ecc ecc. Apollo è partito in quarta e il giorno dopo eravamo già a negozi in cerca dell'abbigliamento tennico. Io tranquilla cercavo qualcosa di versatile, utilizzabile anche in altre circostanze, come passeggiate sulla neve, bob o ciaspole, mentre Apollo avrebbe acquistato anche gli sci. Alla fine ho vinto io, com'è giusto che sia, e ho portato a casa un paio di pantaloni in softshell neri e una giacca antivento di un colore a caso, che ho trovato dopo aver girato tre negozi. Come dice mamy, "do schei in più ma che sia dalo!" (due soldi in più ma che sia giallo)
Credo di aver fatto impazzire il maestro, oggi, perché sono stata un disastro assoluto: coordinazione braccia-gambe pari a zero, equilibrio non ne parliamo. Però mi sono divertita e non vedo l'ora di tornare la prossima settimana. Sento già i muscoli che protestano, non oso pensare in che condizioni sarò domani mattina -.-' Per fortuna il mio lavoro non richiede grandi sforzi fisici: certe volte mi sento davvero una pappamolla, devo darmi da fare e metter su un po' di muscoli. Quest'anno sto trascurando il country, ma da giovedì si riprende in pompa magna! Ya-hoo!
29 novembre 2010
RSVP
Credo che non ci sia nessuno a questo mondo che non sia passato attraverso il tormento della ricerca di un impiego. Eccetto l'O.F., s'intende, che il giorno dopo la laurea aveva già il lavoro pronto - quando un relatore fa il suo dovere!
Da un paio di settimane sono alle prese con l'invio del mio CV: chiamo il destinatario, saluto, mi presento e chiedo cortesemente a chi indirizzarlo. Nella maggior parte dei casi mi viene indicato un indirizzo generico, del tipo info@blabla.com, che seppur io speri sempre in un contatto più diretto va comunque bene.
Ho perso il conto di quante e-mail ho inviato, ma sono tante e altrettante ancora ne invierò. Posso invece contare sulle dita di una mano le risposte ricevute.
Immagino che anche uno spazzacamino riceva montagne di richieste di lavoro in questo periodo di crisi e che se si dovesse rispondere a ciascuno con tanto di dedica bisognerebbe assumere una persona appositamente. Ma viviamo nell'Età del Silicio, in cui tutto è automatizzato, dal caffè alle patatine fritte. È così difficile creare un messaggio preimpostato da inviare a quei disgraziati che offrono la propria esperienza, desiderosi soltanto di rimboccarsi le maniche e darsi da fare?
1. Crei una casella di posta apposita: curriculum@blabla.it
2. Imposti il gestore delle e-mail in modo tale che ad ogni mail ricevuta risponda con il seguente messaggio: Buongiorno, abbiamo ricevuto il Suo CV e La ringraziamo per l'attenzione che ci rivolge. In questo momento non prevediamo un nuovo inserimento in agenzia, ma terremo in evidenza il Suo curriculum per qualsiasi futura esigenza.Cordiali saluti.
3. Fine.
Ecco, ora spiegatemi dove sta la difficoltà.
Non perdi tempo perché fa tutto il computer e fai felice il suddetto povero disgraziato che si sente preso in considerazione - da una macchina, certo, ma è pur sempre meglio del silenzio.
Le perle rare però esistono e io ne ho trovata una, la scorsa settimana: una signora gentile mi ha scritto, ringraziandomi blablabla, ...attualmente non cerchiamo... blablabla, cordiali saluti ecc.
Controllo l'indirizzo del mittente e già mi preparo a sgridare la disgraziata della mia segretaria per avermi fatto di nuovo lo scherzo dell'Erythroxylum, ma non è un'allucinazione: la signora lavora per uno studio di comunicazione a cui avevo consegnato il mio CV a mano.*
* Il che vuol dire: apri la busta, leggi il malloppo, controlla l'indirizzo di posta elettronica, scrivi un nuovo messaggio inserendo a mano il destinatario. Mi sono commossa.
23 ottobre 2009
Sorelle d'Italia
Ormai lo spot della nota marca di calze ha smesso di provocare polemiche: la prima volta che l'ho visto mi ha quasi commossa. Non l'ho trovato affatto osceno, una mancanza di rispetto verso il nostro inno nazionale: mi è sembrato vergognoso piuttosto che a rendere omaggio alle donne italiane in un modo delicato come questo sia stata un'industria, non lo Stato.
Poi ho letto un'intervista al capo di codesta industria: tante belle parole, è grato alle donne, il suo principale cliente nonché fonte di reddito. Ipocrisia? Forse. Ma ancor più ipocrita lo è sembrato a me, che per breve tempo ho lavorato per un negozio del marchio. E' tanto facile parlar bene delle clienti, ma nei riguardi delle proprie dipendenti com'è la faccenda?
Questa è la mia esperienza, e non credo affatto sia un caso isolato.
Per "contratto" la commessa deve indossare gonne di una lunghezza tale da poter mostrare le gambe, che indossano calze del negozio: calze che devono essere acquistate dalla commessa, che gode di uno sconto misero. Vuoi che indossi le tue calze per farne pubblicità? Me le regali.
E se un giorno osi presentarti in pantaloni, per distrazione o per un qualsiasi altro motivo, sono rogne.
L'imperativo della commessa è "vendere!": ognuna ha un codice che attribuisce a ciascuna lo scontrino eseguito. Più fai acquistare, più vieni tenuta in considerazione. Io ho avuto la sfiga di beccarmi solo persone che volevano un paio di calze e basta. Confesso che qualche volta, con sadismo, ho acquistato io stessa un unico prodotto, possibilmente il meno caro.
I negozi sono gestiti da una responsabile, che deve riferire a chi controlla una data zona o un certo numero di negozi: è tutta una telefonata con dati di vendite e confronti con la settimana, il mese, l'anno precedente, ma questo credo sia normale. La responsabile di zona talvolta veniva in negozio: sembrava di essere sorvegliate da un SS. L'atmosfera era più tesa, si doveva lavorare al 110%, parlare poco e cercare di essere il più convincenti possibile con i clienti per "fare bella figura". Quella del negozio dove lavoravo era odiosa: severa e bastarda, aveva da ridire se cercavo di fare amicizia con la collega. In un ambiente lavorativo è normale instaurare un buon rapporto con gli altri e se questo non distrae dalle proprie mansioni è anche un bene, perché così si lavora più volentieri e con serenità. Lì invece era visto come un difetto: la SS ha detto alla responsabile del negozio che io e un'altra ragazza dovevamo essere separate perché facevamo comunella. Da notare che in quel momento non c'erano clienti e stavamo piegando calzini.
Io ho sempre cercato di affrontare i lavori che ho svolto con serenità, dando del mio meglio ma trovando anche occasioni di divertimento: una battuta con i colleghi, due chiacchiere con i clienti, qualche scherzo amichevole quando era possibile. Mi è sempre stato detto, in tutta onestà, che il mio lavoro lo svolgevo bene: anch'io ho fatto qualche cappella, capita a tutti, ma sono sempre stata puntuale, rispettosa, ordinata.
L'unica esperienza negativa è stata quella con le calze: dopo appena due settimane di prova, la responsabile mi ha cortesemente mandata a casa - con mia somma gioia, ammetto (e non è il discorso della volpe e l'uva). Probabilmente ha contato la media dei miei scontrini, ma ho qualche dubbio che c'entrasse la collega stronza. Era esaltatissima dal fatto di lavorare in quel negozio, anche perché la titolare le aveva dato molta fiducia per le sue esperienze precedenti. Il suo difetto era che si sentiva la "vice", e, in assenza della titolare, teneva gli occhi aperti per riferirle ogni dettaglio che a suo parere era fuori posto. Ho assistito a una telefonata dove ha sputtanato una collega di un altro negozio, venuta ad aiutarci per un pomeriggio, per dei motivi che non stavano né in cielo né in terra. Una mattina abbiamo avuto un litigio tremendo, perché lei non aveva sentito (o voluto sentire?) una frase che avevo avuto l'accortezza di scandire, per non scatenare la sua ira - che puntualmente si è rovesciata sulla sottoscritta. Potete immaginare nei giorni seguenti come sia andata al lavoro...avrei preferito farmi un turno in miniera, piuttosto che trovarmi a lavorare con quella là.
Sta di fatto che in questi negozi non si respira una bella aria: dopo questa esperienza, sono attenta a particolari che a clienti normali possono sfuggire. Le domande "ti serve questo o quest'altro?", il falso entusiasmo nella vendita, le telefonate, le tabelle dei conti e gli schemi delle esposizioni: tutto è preordinato, e per questo falso. Credo sia così in tutti i negozi delle grandi catene: per questo mi piacciono le botteguccie indipendenti, gestite magari da signore di una certa età che ormai hanno preso gusto nel loro lavoro e che riescono a far tornare i clienti senza bisogno di sconti o offerte speciali.
22 settembre 2009
Avviso di servizio
In questi giorni la Pizia è impegnata con i lavori di casa: pulizia delle finestre (finalmente un po' più di luce), antitarlo al pavimento (finisco il lavoro iniziato a luglio), montaggio di tende (era ora) e del mobiletto del bagno (così Apollo può farsi la barba su uno specchio decente), pulizia delle ragnatele (schifo), silicone sulle docce (che all'idraulico gli si allaghi la casa), ordine nell'armadio (che è già piccolo di suo, meglio risparmiare più spazio possibile), ordine degli attrezzi e accessori da lavoro (che in questa casa sono sparsi ovunque, senza alcuna logica).
A presto!
30 marzo 2008
Infermità mentale/2
A settembre non ce l'avevano detto, e quando l'hanno fatto, dopo un paio di mesi, non sono stati abbastanza chiari. +incavolatissimo+ Un conto è andare allo stadio dall'una alle sei passate per 35 euro (un furto), un conto è dalle 14.45 alle 18 circa per 26 euro (e qui il gioco comincia a non valere la candela, in un rapporto tempo perso/denaro). Se aggiungiamo anche il totale disinteresse per quei 25 idioti che corrono dietro una palla, le parole "mai più" sono ogni sabato più concrete.
Diminuzione di stipendio a parte, la cosa poco chiara è stato il corso di formazione obbligatorio. Una chicca nel suo genere, oserei dire. Chi l'ha già fatto, si è sorbito 5 sere di seguito, dalle 19.30 alle 23.30, con ben 5 minuti di pausa a metà serata. +vomito+ Chi, come la sottoscritta, non l'ha ancora fatto - per svariati motivi, tra cui il non essere inclusa nelle liste - avrà un programma meno intensivo e più diluito nel tempo: due sere a settimana, per 3 settimane, con lo stesso orario improponibile 19.30-23.30. Il dono dell'ubiquità è momentaneamente non disponibile, e, anche ammettendo di poter frequentare, non credo lo farei. Alla fine del campionato mancano 3 partite (in casa): di andare in trasferta non se ne parla nemmeno, nonostante i 75 euro netti. E di ripetere l'esperienza, l'anno prossimo, idem.
Sarò pure pazza, ma non fino a questo punto...
26 gennaio 2008
Infermità mentale
Non c'è altra spiegazione logica a tutto ciò. Ancora oggi mi chiedo cosa mi è saltato in mente, quel giorno di agosto, quando ho deciso di presentarmi alle selezioni per gli steward del Vicenza Calcio.
IO, che non capisco una cippalippa del gioco, che non trovo gusto nemmeno nel seguire una partita della Nazionale, che capisco una volta su dieci perché l'arbitro ha fischiato, che nemmeno distinguo Di Carlo da Maini - e anche chi non ha seguito il Vicenza negli anni d'oro della A, quelli più recenti, sa benissimo che una differenza abissale c'è.
IO, che quando le amiche tifose mi portavano in curva sud, venivo minacciata di cose irripetibili, se avessi osato aprir bocca.
IO, che riuscivo ad addormentarmi nel bel mezzo di una partita di serie A, circondata dai tifosi più scatenati della Sud.
Per questo, infatti, nessuno mi prende sul serio quando dico che sono una steward allo stadio...eppure sì, ogni altro sabato sono là, al freddo e al gelo, vestita come un evidenziatore, a guardare un cancello - e a sbirciare cosa succede in campo, anche se non si potrebbe.
Ho deciso di restare, nonostante la riduzione dell'orario e quindi dello stipendio. A sentire il Capo, siamo quelli che prendono di più, a confronto di altri stadi: mi vien da ridere a pensare a chi prende di meno...sicuramente, chi lavora a certe condizioni dev'essere tifoso sfegatato, non vedo altra spiegazione.
Ma io? -ecco cosa mi chiedo. Chi me lo fa fare? Vile pecunia? Magari! Bè, quella ventina di euro che entra nelle mie tasche praticamente vuote fa comodo. Avessi un'altra entrata, credo mollerei all'istante! E invece resto.
Così, due volte al mese, mi ritrovo vestita come una cipolla, strato su strato- canottiera-seconda canottiera a mezza manica-maglia di lana-lupetto di lana-maglione di lana-calzamaglie-calzettoni in pile-piumino-guanti-tre giri di sciarpa-cappellino. E via, sognando per tutto il tempo la cioccolata calda, il divano e il caminetto acceso...