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8 aprile 2016

Oltre al danno, la beffa

Cari Oracolanti, torno su questi lidi dopo quasi un anno dal mio ultimo post, con una bella notizia e uno sfogo. Ora mi sfogo, per la nius vi faccio aspettare :P

Dallo scorso marzo sono senza lavoro - non che possa vantare chissà quale curriculum recente, dato che avevo iniziato a luglio con un contratto a tempo determinato.
Visto che ora mi trovo a essere ufficialmente disoccupata e che le prospettive di trovare un nuovo impiego non sono rosee, ho deciso di avvalermi di un diritto che, nelle occasioni passate, non avevo mai richiesto: l'esenzione del ticket.

Stamattina mi metto al pc e cerco quale siano i requisiti e la procedura per la richiesta nella mia Ulss: serve un'autodichiarazione sullo stato di disoccupazione, che l'ufficio amministrativo confronta con il Centro per l'Impiego (ovviamente bisogna essere iscritti, cosa fondamentale per chiedere la disoccupazione).

Evviva, è facilissimo!

Come no.

Come requisito accessorio e fondamentale, viene richiesto un reddito familiare complessivo non superiore a 12mila euro (circa, compreso il figlio a carico), reddito percepito nell'anno precedente la richiesta.

Ora. Se questa non è una presa per il culo io sono la Regina Elisabetta.
Io sono disoccupata. Apollo è disoccupato pure lui da inizio anno. Apelle per ovvi motivi non può lavorare. Al momento siamo ancora in attesa della conferma della disoccupazione, il che vuol dire che non abbiamo entrate. Il che vuol dire che se ho necessità di farmi un esame del sangue, quei caxxo di 40 euro che devo pagare mi pesano parecchio.

E vorrei capire perché se l'anno scorso ho lavorato, adesso che sono nella cacca non ho diritto a niente. Sono senza soldi adesso.
Cosa devo fare? Augurarmi di restare senza lavoro, sia io che Apollo, per tutto l'anno e pure l'anno prossimo? Perché solo in questo caso avremmo diritto all'esenzione.

E poi si stupiscono che la gente emigra.

6 maggio 2015

Ritorno al passato

A 10 anni dalla (prima) laurea e dopo 4 e mezzo dalla seconda, sono tornata in

terracqua veneziana. Era da un po' che mi frullava per la testa, come se sentissi il bisogno di fare i conti con quella parte di me che ho lasciato indietro, a costo di provocare un terremoto emotivo nel rimettere piede nel luogo in cui, forse per la prima e unica volta nella mia vita, sono stata veramente Io.
Svevo già provato a programmare l'incursione un paio di settimane fa, ma il prof con cui volevo parlare non poteva. Stavolta invece non ho avvisato nessuno (ça va sans dire, il prof di cui sopra nemmeno c'era).
Porto il pupo dalla nonna, recupero la micromacchina dai miei in previsione di un parcheggio zeppo, e mi dirigo alla stazione. Già i biglietti sono diversi da quelli di 5 anni fa, stampati con le macchinette del lotto, e da qui in poi è stata tutta una sorpresa.
Oddyo, il freddo artico del treno me lo ricordavo bene.
Scambio di messaggi con la cugina veneziana (una volta ero io, sigh), ci troviamo per un caffè? Vieni a San Luca. E dove cavolo è San Luca? Io che conoscevo Venezia a menadito, doppio sigh.
Arrivo a Santa Lucia, ma mi par di essere finita alla Nave de Vero, tutta un negozio fighetto dietro l'altro. Addio biglietteria col mosaico (ehi, dov'è finito il mosaico??), addio bar all'ingresso. Ora trovi un pianoforte, ne sentivamo proprio il bisogno.
Una volta sul ponte degli Scazzi c'erano abbulanti che vendevano i gattini a molla, o quelle cose modellabili colorate; ora ci sono i pakistani che ti fanno lo sgambetto col manico telescopico per i selfie. Ma andatevene tutti a farvi un tuffo nel canale!
Tonolo c'è, per fortuna, anche se non ho avuto il coraggio di rischiare la delusione di un bignè non all'altezza dei miei ricordi. C'è anche il barcarolo che vende la frutta, sempre allo stesso posto, dietro San Barnaba.
Sono passata al mio vecchio collegio, tutte le suore sono cambiate, è andata via anche Caterina che lavorava in amministrazione.
L'Accademia vecchia è stata un trauma: vedere il soffitto della mia aula di pittura con faretti moderni al posto degli sgangherati neon, per non parlare di quello che era il passaggio dal cortile di ingresso a quello Palladiano, tra le macchinette del caffè e le toilette, che ora è chiuso da una vetrata sciccosissima.
E Gino Panino? Dove sono finiti i tavolini di alluminio da 4 soldi? Perché c'è il gelato artigianale? E cosa sarebbe questa storia della divisa in bianco e nero? E i tavolini di marmo noooo!!
Poi arrivo agli Incurabili, dalle calli verso l'entrata posteriore, e vengo accolta da quel profumo inconfondibile di trementina, olio di lino e solvente.
Entro dall'ingresso principale e non solo trovo il vecchio portinaio, ma pure si ricordava di me ed è stato felicissimo di vedermi! Mi son commossa.
Gli studenti sono sempre uguali, e anche i corridoi sono il solito labirinto di tele e cavalletti.
Entro nell'aula di pittura, sento da lontano la voce del Capo, ma intuisco che è occupato. Una ragazza sta facendo fare un giro a degli amici, credo, e dice "di qua non possiamo entrare, c'è quello cattivo". Certe cose non cambiano mai.
Salgo in cerca del prof di anatomia, che dopo un bel po' di attesa scopro non essere in sede, amen.
Torno in aula di pittura, il Capo si è spostato e mi arrischio a metter dentro la testa. Mi saluta e mi fa pure accomodare, nonostante fosse a colloquio con tre studenti. Mi propone di riscrivere lo statuto, mi stava per scappare la battutaccia ma mi sono trattenuta...poi mi definisce "brava a disegnare, più restia a dipingere". Caspita, dirle prima 'ste cose no, eh? Tipo 12-14 anni fa?
Che strano, ritrovarmi timida e spaurita come alle revisioni del primo anno. Io che alla fine gli tenevo pure testa nelle discussioni.
È stato un incontro imbarazzato e breve, troppo breve. Mi sono un po' pentita di non essere rimasta, di non aver aspettato un secondo incontro.
Me ne sono andata con una gran malinconia, dopo aver salutato le modelle di pittura che pure si ricordavano ancora di me.
Lo schiaffo di emozioni che mi aspettavo non è arrivato. È stata una gita strana, ero io eppure non ero io. E sì, non ci si bagna due volte nello stesso fiume e blablabla.
A parlare col Capo mi son sentita un po' banale, sposata, faccio la mamma...quando in Acca ero combattiva e piena di sogni. Ci ho messo l'anima in tutto, non solo nello studio, ma anche come rappresentante degli studenti. Sono stati anni importanti, la prima Consulta, l'autonomia, la specialistica e il triennio. Ho partecipato a riunioni, collaborato a scrivere lo statuto, contribuito alle basi di quella che è oggi l'Accademia. Se la chiamo la "mia" scuola, è perché l'ho proprio fatta.
Dopo la laurea, non ho trovato altro per cui sentissi di poter combattere altrettanto, in cui mettermi anima e corpo, per cui provare la stessa passione.  L'ho voluta con tutte le mie forze. Con grande difficoltà sono riuscita ad emergere del mio blob personale e diventare me stessa. Per poi perdermi di nuovo appena varcato il portone.
Speravo di ritrovarmi, o di trovare almeno un pezzettino di quella che ero. Brillante, determinata, stimata.
Non è che non sono contenta di dove sono adesso, anzi, non rinuncerei per niente al mondo ad Apollo e Apelle. Ma mi manca qualcosa. Mi manco io.
Mi manca quella che avrebbe detto al Capo "questi studenti sono come eravamo noi, spaventati da lei perché non si sa mai se diciamo una parola di troppo o una in meno, se usiamo il termine corretto, se la nostra idea funziona o se la manderà su tutte le furie. E dopo aver passato anni col terrore di un confronto, ti ritrovi a sentirti rivolgere una verità che avresti pagato oro per conoscere allora. E capisci che è solo una facciata, e che la paura ci toglie la possibilità di crescere. A meno che non la vinciamo, come ho fatto io. Anche questa è una prova, e se ho iniziato pensando di dirle che sta sbagliando, ora che sono arrivata qua capisco che sta facendo bene. Per questo lei è il Capo". E avrei accettato quella sigaretta, puntualmente offerta e puntualmente rifiutata, solo per vedere che faccia avrebbe fatto.

Sono tornata a casa dopo un giro e quattro chiacchiere con la cugina veneziana. Nel portafoglio 10,40 euro di meno, un biglietto di andata e ritorno in un posto che mi sembra lontano anni luce ma che ad andarci scopro essere dietro l'angolo. Forse anche io sono lì, dietro l'angolo, tra gli oleandri e il profumo di trementina, ma ancora non lo so.

19 ottobre 2014

Cose tristi

Sono ancora viva, ma se scrivo dopo tanto tempo è perché qualcuno non lo è più. Scrivo qui, piuttosto che su facebook, come hanno fatto in tanti, perché era un lettore abituale dell'Antro nonché pungente commentatore.
Cotton se n'è andato la notte di giovedì scorso, da solo, come se già andarsene per sempre non sia abbastanza doloroso. Aveva poco più di 40 anni.
Io l'ho conosciuto sulle pagine di Wikipedia, in occasione di un lavoro stressante e massiccio di correzione e riscrittura di voci di opere d'arte, tutte con il titolo errato e in evidentissima violazione di copyright. Di quella volta ricordo la sua pacatezza, che talvolta andava a smorzare la mia incavolatura.
Ho avuto modo di conoscerlo dal vivo, in occasione di Festambiente a Vicenza, quando Wikimedia aveva uno stand, e in quelle due giornate trascorse alla facoltà di Economia a Venezia, per parlare del progetto.
I ricordi della real life sono offuscati, restano a galla la sua risata gioviale e le sue sigarette mefitiche.
Ho ricevuto la notizia venerdì,  da Demart, in un modo così assurdo che non sono riuscita a rendermi conto della cosa fino a oggi, quasi, nonostante le telefonate di altri amici wikipediani a conferma che quella chat surreale diceva il vero. Surreale perché il messenger di FB per cellu ha uno strano modo di mostrare i messaggi e l'ultimo che mi aveva lasciato Demart, qualche settimana fa, era "sto ancora ridendo". E di seguito "hai saputo?". No, cosa? "Cotton è morto". Ecco, grazie cari sviluppatori dell'app, per aver contribuito involontariamente a un dialogo degno di Ionesco.
Solo oggi, leggendo i messaggi al Bar wikipediano e nella talk di Cotton, comincio a rendermi conto che è vero. E sono triste e arrabbiata, come credo lo siamo tutti.
Nell'ultimo periodo wikipediano non mi trovavo più d'accordo con lui come una volta, tendevo anzi a evitare le discussioni con lui,  per non parlare di qualche commento qui nell'Antro che mi aveva fatto girare le scatole. Ma restava comunque la stima per una persona impegnata e appassionata, che ha dedicato tempo e fatiche a un progetto che ancora porta la sua impronta e, mi auguro, sempre la porterà.
Sono ancora combattuta all'idea di andare a funerale, domani. Un po' perché avrei qualche remora a lasciare Apelle per il secondo pomeriggio di seguito ai nonni, ma soprattutto perché vorrei ricordare Cotton vivo, ricordare le risate e non le lacrime. Vorrei ritrovare i miei amici, che non vedo da tanto tempo, per un motivo più allegro, perché trovarsi ai funerali lo fanno i vecchi. E con loro vorrei ridere e parlare di cose belle. Sarebbe bello fossero così, i funerali, un po'come in America, con gli amici e i parenti del defunto che parlano e si consolano e magari scherzano e ricordano le cose belle. La messa, i canti,  i riti...li trovo così tristi e vuoti.
Non andrò,  domani, ma per Cotton lavorerò un po ' a Wikipedia, come quando lo facevamo in squadra, da patroller e admin.
Arrivederci, Cotton, e grazie di tutto il pesce.

22 aprile 2014

Telegramma

Sono viva - stop - Apelle cresce bene - stop - Il corso di Web Designer & Developer sta volgendo al termine e promette grandi soddisfazioni - stop - Sito nuovo in costruzione - stop - Salumi&Baci a tutti gli oracolanti - stop stop.

19 febbraio 2014

A volte ritornano

Ogni tanto torno ad aggiornare queste pagine - l'ultima volta è stato pure un mezzo scherzo (mi è anche andata male, speravo di ricevere davvero la lana, ma niente). Già normalmente il tempo a mia disposizione è minimo, ma ultimamente si è dimezzato e, come se non bastasse, Apelle ha mire di diventare il più giovane hacker della storia.
Da un mese ho iniziato un corso di web design, finanziato dalla provincia (quindi mi pagano pure per farlo), che mi piace tantissimo ma che mi impegna tutti i pomeriggi - praticamente vado via dopo pranzo e arrivo per ora di cena. Di conseguenza quando sono a casa non faccio altro che caricare lavatrici e asciugatrici, e cucinare, giocando con Apelle nel frattempo. La sera è uguale a divano+tv, per la serie "spegniamo il cervello per un po'".
Ogni tanto riesco a leggere e, molto raramente, mi metto al pc. Ringrazio il cielo (e mamma e suocera :-P ) che non devo stirare, ci mancherebbe solo quello. Non mi sto lamentando, anzi sono molto contenta di questa scelta. Per fortuna ho trovato appoggio in famiglia, perché senza le nonne non potrei frequentare le lezioni. Mi dispiace solo non avere tempo di fare esercizio a casa, fosse anche solo navigare alla ricerca di siti interessanti. Il colmo è che a scuola non abbiamo la connessione -.-'' quindi non posso nemmeno approfittare delle pause (e il mio contratto telefonico non permette di usare lo smarsfon come modem per un pc).

Prima o poi arriverò a farmi un sito tutto mio, non mancherò di mettere un link. Conoscendomi, temo sarà nel post successivo a questo.
Au revoir!

18 novembre 2013

Mai dire Maibosci

Interrompo la mia latitanza per rendervi partecipi di una sorpresa che ho da poco ricevuto: seguo un blog da diverso tempo, anche se non mi ricordo né come l'ho trovato né perché, in fondo, continuo a seguirlo. La titolare è simpatica, ma forse mi colpiscono maggiormente le sue sfighe, che affronta con un discreto savoire-faire e che per un banale ma comunque efficace "mal comune mezzo gaudio" riesce sempre a farmi sorridere.

Ora, questa persona davvero ammodo nei giorni scorsi si è trovata imparpigliata nella realizzazione di un berrettino, di quelli che vanno tanto di moda e che la sottoscritta già faceva da eoni: il mio occhio clinico e la mia innata gentilezza mi hanno portata a suggerirle come migliorare il suo lavoro e lei, per ringraziarmi, ha spontaneamente scelto di destinare alla sottoscritta un kit omaggio per realizzare i suddetti cappellini.

Non potevo non esimermi dal ringraziarla pubblicamente: trovate tutta la storia qui, mi raccomando leggete fino in fondo.

A presto (spero)

14 agosto 2013

W la mamma!

Lo porti in grembo per nove mesi. Combatti contro le nausee mattutine (e pomeridiane e serali). Trascorri gli ultimi quattro mesi alla ricerca di posizioni comode per dormire, cercando di placare un mal di schiena che neanche lo yoga scaccia.
Partorisci, maledicendo la Bibbia, l'evoluzione, tuo marito, l'ostetrica e tutto il mondo.
Arrivano le ragadi, gli ingorghi, gli zampilli di latte in stile fontane del Bellagio.
Consumi le pantofole e scavi un solco in corridoio a forza di fare avanti e indietro per calmare le colichette.
Diventi nottambula e per combattere il sonno cerchi di escogitare metodi per farlo dormire.
Cerchi di ricordare le canzoncine che cantavi all'asilo per calmarlo, inventi ninne nanne con i cori da stadio, racconti storie prendendo spunto dalla tua vita.
Ti trasformi in latteria ambulante, culla, palestrina, passeggino.
Lo intrattieni con qualsiasi cosa ti capiti per le mani, da una bottiglia di shampoo alle chiavi della macchina (e non ti lamenti se il telecomando coperto di bava non apre più le porte).
Te lo porti ovunque, dalla cucina al bagno.
Rinunci al parrucchiere e preferisci un taglio a zero manutenzione.
Ti svegli all'alba e vai a dormire con le galline.
Mangi se lui ha mangiato, dormi se lui dorme.
I film li vedi a puntate e il cinema è un lontano ricordo.
Diventi esperta di facce buffe per farlo ridere. Lo consoli quando piange. Sopporti i suoi morsi perché sta mettendo i denti.
Non dormi una notte intera da quando è nato.
Non hai più tempo per te (qualche volta ti chiedi se esista ancora un "te").
Rivoluzioni la tua casa e la tua vita.
E la sua prima parola di senso compiuto qual è?

PAPÀ.

10 luglio 2013

10 cose che odio dell'estate

Pendo spunto da Nuvolette e Katiu, sono secoli che non mi attacco a un meme :-)

  1. Il caldo afoso: l'umidità che ti si appiccica giorno e notte e che senti anche senza muovere un muscolo, non la sopporto proprio. Rimpiango ancora i 46°C della Valle della Morte, secchi ma secchi che non si formava la condensa nemmeno sui bicchieri di bibita ghiacciata.
  2. Le zanzare: altra banalità, ma ho il sangue dolce e finisco per essere presa di mira dalle maledette. Di cospargermi di Autan e simili non ci penso nemmeno, ho già il mio daffare con l'appiccicaticcio dell'afa, ci manca solo quello. Quest'anno poi le odio anche di più, perché mi divorano il pupo.
  3. I cibi caldi: adoro insalata di riso e pasta fredda, ma bisogna cucinarle, quindi aspetto che le prepari la mamma o la suocera :-P Con il caldo mi passa la voglia di stare ai fornelli e pure di mangiare: mi tengo in forze con frullati à-gogo.
  4. Il lampione di fronte casa: all'angolo del parcheggio del mio condominio sta un lampione che, non si sa perché, è più luminoso di quelli lungo la strada - forse per il bar lì vicino? Fatto sta che me lo trovo sparato in casa, con particolare fastidio per la camera da letto, visto che mi illumina a giorno il cuscino, rendendo impossibile prendere sonno. Se voglio dormire, devo abbassare la tapparella e dire addio all'aria fresca della sera, l'unica che entra in casa a dare sollievo.
  5. Le finestre aperte: nel senso che se vuoi rinfrescare la casa devi aprire le finestre, ma così non puoi uscire di casa - sarebbe come servire i tuoi preziosi su un piatto d'argento al primo ladruncolo che passa. E se vuoi uscire devi chiudere tutto, trovando la casa come un forno al tuo ritorno. E per colpa del lampione di cui sopra non puoi dormire con la finestra aperta.
  6. I peli superflui: li odio sempre, ma in particolar modo con la bella stagione, che non concede il lusso di sgarrare. Niente ceretta per colpa dei miei capillari delicatissimi, quindi vai di lamette. Ogni due giorni. 
  7. Il mare: fa caldo anche là e il vento che ogni tanto soffia non arreca alcun sollievo. Non mi piace fare il bagno e odio la sabbia. Per i capillari delicati di cui sopra non posso nemmeno prendere il sole sulle gambe. L'ultima vacanza al mare che ho fatto, nel 2008 (!) l'ho trascorsa praticamente sotto l'ombrellone, a leggere. Posso farlo anche a casa mia, gratis.
  8. La piscina: anche peggio del mare, fa più caldo perché non c'è vento, è strapiena di gente, non mi piace fare il bagno, devo stare all'ombra e mi tocca pure spendere soldi.
  9. L'aria condizionata a palla: a casa mia ogni tanto la accendo, ma giusto quel poco che basta per respirare. Non tollero gli eccessi, come in treno o in certi negozi, alla faccia del risparmio energetico. E del torcicollo.
  10. Le vacanze: non è tanto il fatto di andarci, quanto il dover scegliere dove. Decidi tra mare o montagna (negli ultimi anni ho vinto io, quindi mi sa che la prossima volta tocca il mare), poi cerca una zona, e, incubo degli incubi, spulcia i siti di case in affitto o B&B per trovare un alloggio libero e a poco prezzo. Apollo si diverte un sacco, se fosse per me invece prenoterei il primo posto economico che trovo.
La odio proprio l'estate, vero?

4 giugno 2013

I venditori di patate/3

Tempo fa lamentavo dell'ignoranza di certi commessi, anzi di una in particolare, che non sapeva le caratteristiche del prodotto che mi stava proponendo: a lei la perdono, come anche a tutti i suoi colleghi della grande distribuzione, spesso lavoratori a tempo determinato e altrettanto spesso motivati solo dal guadagno, non tanto dalla mercanzia che si trovano a vendere.
Oggi mi lamento di altri venditori di patate, ben più vergognosi visto che sono titolari storici di storici negozi.
Situazione: devo preparare le bomboniere per il battesimo di Apelle e decido di fare delle candele azzurre in vasetti di omogeneizzato (gentilmente offerti dall'amica madre di due gemelli in pieno svezzamento). Ho la cera, ma il colorante non è sufficiente: inizia qui l'odissea alla ricerca del blu per candele.

- Ha colorante per candele?
- No, ho solo la cera (bianca, ndr).

- Abbiamo le candele colorate!

- Sì, ho il colorante ma il blu è finito e non lo ordino più.

- Sì, c'è ma deve andare all'altro negozio.
(Vado)
- Ecco qua, il blu genziana: c'è scritto che è per sapone ma per le candele va benissimo. Lo diluisca nella cera liquida e decida lei l'intensità.

Torno a casa tutta contenta e provo subito la colorazione. Sciolgo la cera, conto due gocce di colorante e aspetto la magia. Tzé, come no! Il colorante si divide in tante micro-gocce ma di colorare la cera non ne vuol sapere.
Sono nera, peccato il negozio sia già chiuso sennò mi avrebbero sentita per bene.

Questa mattina mamy passa per caso di fronte a uno dei più vecchi negozi di colori della città, entra, trova il colore - in polvere - e mi chiede quanto me ne serve. "Per colorare due chili di cera", rispondo. Sento che rivolge la risposta al negoziante e quello glissa "Dipende da che tonalità vuole".
Credo di aver capito con chi ho a che fare, dico a mamy di prenderne quattro sacchetti da 10 grammi e se ne serve ancora si torna.
Mentre Apelle fa il suo sonno di bellezza, mi dedico alle mie candele: metto nel pentolino 250 grammi di cera, la sciolgo e aggiungo un (1) grammo di polvere: risultato, cera blu che più blu non si può.
Visto che si tratta di un battesimo, il blu notte non mi pare il colore più adatto, così provo ad aggiungere ancora cera. Dai e dai, cambiando pure contenitore perché ormai nel pentolino non ci sto più, arrivo a mettere un chilo e mezzo di cera. Che diventa...blu ciano.
Rinuncio all'idea di candele azzurre e tengo buono il cyan, maledicendo in cuor mio il disgraziato che vende pigmento purissimo e altamente colorante senza sapere cosa sta facendo. E si suppone che questo sia il suo mestiere da almeno 40 anni.

8 novembre 2012

Egoist!

Ieri sera leggevo su Faccialibro lo status di un'amica - che sarebbe più preciso definire conoscente: si lamentava della soppressione del treno che avrebbe dovuto portarla a casa per colpa di un incidente lungo la linea. Le voci parlavano di un generico investimento, ma chissà perché l'amica e i suoi amici che hanno commentato il fatto davano quasi per scontato che si trattasse di un suicidio.
Sono rimasta sconvolta dalla superficialità e dall'egoismo di queste persone di fronte a una tragedia, e dalle loro espressioni di disprezzo nei confronti di un poveretto colpevole di aver turbato le loro vite perfette e fatto perdere il loro preziosissimo tempo.

Ho trascorso diversi anni da pendolare e so cosa vuol dire avere a che fare tutti i giorni con treni iper-affollati, sporchi, frigoriferi in inverno e forni in estate (per non parlare del viceversa, che sa di presa per i fondelli), con coincidenze impossibili, puntualmente in ritardo, con biglietti e abbonamenti in perenne aumento senza che ci sia un corrispettivo miglioramento del servizio e l'unica consolazione di un misero sconto all'anno, proposto ovviamente a luglio o settembre, quando gli universitari maggiori utilizzatori del servizio non hanno la necessità di una trasferta quotidiana.
So bene cosa significhi cominciare la giornata sperando che il treno sia in orario per non arrivare in ritardo a lezione, e concluderla a tarda sera con l'unico desiderio di un bagno caldo e di un paio d'ore svaccati davanti alla tv.
So anche cosa voglia dire trovarsi davanti a un ritardo indefinito a causa di un incidente, dato che purtroppo mi è capitato due volte: e ogni volta dovevo tapparmi le orecchie per non sentire i commenti stizziti di chi si trovava intralciato e chiudermi la bocca per non sbranarli.

Perché mi chiedo la gente non mette da parte la piccolezza della propria vita di fronte a un dolore, a una tragedia così grandi come può esserlo la morte di un poveraccio, soprattutto se è stata una sua scelta.
È tanto facile scadere nei luoghi comuni del "niente è irrisolvibile", "basta chiedere aiuto", "ci sono tante soluzioni diverse dal suicidio", "è un atto di egoismo/codardia", per concludere con un "se proprio deve, che lo faccia a casa propria e non venga a rompere le scatole agli altri".
Queste persone per cui è tutto così facile si sono mai chieste cosa voglia dire trovarsi a vivere un dolore così grande per cui l'unica scappatoia possibile sia solo la morte? Cosa ne sanno del chiedere aiuto? Magari quella persona ci ha provato più volte e in cambio ha ricevuto solo incomprensioni o porte sbattute in faccia. Magari le soluzioni che ha tentato non sono state sufficienti. Probabilmente la sua è stata una scelta tristemente meditata di fronte a una prospettiva di dolore e miseria.
Che ne sanno loro del senso di solitudine che provano i suicidi? Della completa inaiutabilità che avvertono attorno a sé.
Che ne sanno loro di cosa voglia dire porre fine ai propri giorni, rinunciando alla speranza che ormai hanno perso, condannando i propri cari al rimorso ma non trovando in questo abbastanza forza da farli desistere?
Di solito chi sceglie di buttarsi sotto a un treno lo fa quando passano i convogli ad alta velocità: avete presente la furia dell'attimo in cui il treno passa? Lo spostamento d'aria, lo sferragliare delle ruote, la velocità così implacabile da non poter essere fermata.
E pensate a cosa voglia dire trovarsi a morire lontano da casa, magari al freddo, al buio, lasciando dietro di sé solo un macabro puzzle irriconoscibile.

Di fronte a un fatto del genere, l'unica parola degna di essere pronunciata è "silenzio". Tenetevi per voi le vostre lamentele, risparmiate le proteste per quel tempo che state perdendo, meditate sulla vostra piccolezza e godete della vita che ancora avete.

Il mondo non gira attorno a voi.

16 ottobre 2012

Mamma mia! - 4: coccodè

È un mese che me ne sto sulla mia poltrona di Nostra Signora dei Mobili Svedesi, a riposo, circondata da tutto ciò che può servirmi: libri, settimane 'nimmistiche, lana e ferri e uncinetti, riviste di maglia per neonati, computer.
Il mio sedere sta prendendo la forma della poltrona, come se non avessi già abbastanza fisime sul mio fisico bestiale.
Ovviamente questa vita da eremita non porta chissà quali emozioni né eventi epici degni di essere raccontati. Chenoiachebarba.

Oh, ci sarebbe il corso preparto, ma la prima lezione cui ho partecipato è stata un tale disastro che preferisco sorvolare. Spero che le prossime riabilitino l'opinione che ho dell'ostetrica.
Ci sarebbe anche il dettaglio di quel cocomero gigante che mi ritrovo al posto della panza e che rende impossibile chiudere le felpe, figuriamoci indossare i maglioni - ma l'inverno sta arrivando (cit.) e io, pur con le scaldane da gravidanza, soffro il freddo, e l'immobilità non aiuta. Devo correre ai ripari: spero di aver tenuto da parte qualcuno dei miei maglioni oversize che mi piacevano tanto, una volta.

Se sparisco ancora, pensatemi qui, nel mio salotto, a covare il mio pulcino.
(Ancora due mesi, posso farcela!) (Argh)

28 settembre 2012

Tic tac

Non so se sia per indole o per educazione, fatto sta che mi ritrovo spesso nell'incapacità di far valere i miei diritti con persone che conosco. Con gli sconosciuti non ho problemi, forse perché so che potrei non rivederli più - mentre con chi frequento più o meno spesso fatico a chiedere, nel timore di essere di disturbo.
Sicuramente i miei mi hanno inculcato la sopportazione e la tolleranza, che fino a un certo punto vanno bene, ma oltre non sono di alcuna utilità, anzi. Perché devo rimetterci io, se un altro è incurante dei miei spazi?
Così capita che per il terzo inverno io mi ritrovi a maledire l'inquilina del piano di sopra, signora peraltro educata e disponibile - entro certi limiti. Parlo di inverno perché nella stagione calda, con le finestre aperte, l'acustica è decisamente diversa: chiudendo i vetri, i rumori esterni di sottofondo che coprono quelli provenienti dal condominio vengono esclusi, permettendo di sentire telefoni che squillano, ascensori che tintinnano, dialoghi a voce sostenuta. Routine da condominio, nulla da eccepire.
Se non fosse per quel dettaglio della condomina del piano di sopra.
Che ha il vizio di mettere i tacchi.
Dalle 7.45 alle 8.00 del mattino.

Ora, chi vive in condominio sa che ci sono degli orari da rispettare per non arrecare disturbo ai vicini, di solito il silenzio è imposto tra le 13 e le 15 e tra le 23 e le 8, suppergiù.
Io sono quella che si sente in colpa se la lavatrice finisce il ciclo alle 23.15, trascorrendo quei 15 minuti in ansia col terrore che qualcuno mi suoni il campanello, o, peggio, si rivolga direttamente all'amministratore condominiale. Nonostante la mia lavatrice sia silenziosissima e non abbia nessuno che abita né di fianco, né di sotto.
E sono purtroppo quella che in due anni e mezzo non ha mai avuto il coraggio di chiedere alla sciura di sopra di evitare i tacchi, la mattina presto - che è pure inspiegabilmente l'unico momento in cui li usa.
All'inizio dicevo "non glielo faccio presente perché sono nuova, non voglio farmi notare per essere la rompiscatole di turno", poi "è passato un po' di tempo, gliel'avrei dovuto dire prima, mentre adesso sembra quasi una ripicca". 
Nei periodi in cui lavoravo, la cosa passava inosservata perché ero già in giro per casa tra colazione e vestizione. Ora invece posso stare a letto un po' di più - anzi, direi che devo, vista la mia situazione - e quel tic tac me lo godo tutto. Dormissi bene, poco mi importerebbe di anticipare la sveglia - ma ho la schiena che mi fa impazzire (sono un catorcio!) quindi spesso e volentieri me ne resto a letto a recuperare quel po' di sonno perso nel rotolarmi alla ricerca di una posizione indolore per schiena e panza.
Così ogni mattina tic tac tic tac. Per dieci insulsi minuti, proprio quelli in cui il sonno o torna o se ne va definitivamente.
Continuasse per tutta la mattina capirei, ma puntualmente alle otto la pianta.
Tic tac tic tac tic tac.
La tentazione di prendere una scopa e martellare il soffitto è sempre più forte - ma non sta bene!, mi pare di sentire la voce di mia madre.
Così forse farò quello che già mi era passato per l'anticamera del cervello: lasciare davanti alla porta della signora un pacchetto anonimo, contenente un paio di pantofole. Di spugna.

20 settembre 2012

Caccia all'uomo

Si avvicina la stagione della caccia e come ogni anno cominciano le proteste dei contrari, via lettere al quotidiano locale, condivisione di foto su faccialibro o manifestazioni varie.
Ora, premetto che non ho parenti o amici cacciatori e che l'unico motivo per cui sono favorevole alla caccia si è perso nella nebbia dei tempi, quando in prima elementare la maestra animalista ci ha proposto un micro-referendum sul sì/no alla caccia. Il risultato è stato 7 no e 2 ni - il mio e quello della compagna col papà cacciatore. Io avevo la motivazione al mio "ni" bella pronta, ma giustamente è suonata la campanella dell'intervallo, così mi è toccato rimandare il discorso. Altrettanto giustamente, con lo stomaco impegnato a digerire il panino con il prosciutto che avevo per merenda (non pensate a chissà che fatica, il panino mi stava in una mano!), non sono più riuscita a trovare le parole per spiegare il mio essere favorevole alla caccia al 50%. Purtroppo non è successo neanche a scoppio ritardato, così mi è toccato subire l'onta del "hai detto così solo perché l'altra è tua amica, gne-gne-gne".
Negli ultimi mesi, per motivi di lavoro, sono entrata in contatto con persone e/o gruppi di animalisti, tutti vegetariani e/o vegani: queste sono le uniche persone da cui accetto critiche e opposizioni alla caccia. Tutti gli altri dovrebbero starsene in dignitoso silenzio. Perché trovo ridicolo pronunciarsi contro una forma di morte, ma accettarne altre, molto più crudeli.
A questi contrari alla caccia che hanno il frigo pieno di carne chiedo se si siano mai informati delle condizioni in cui gli animali di cui si nutrono vengano allevati, o di come poi vengano uccisi. Fatevi un giretto in internet in cerca di notizie su allevamenti di polli, o sui macelli. Guardate a cosa sono costretti degli animali innocenti tanto quanto quelli che vivono liberi nei campi.
La bistecca di vitello te la mangi? Magari di gusto? E con che coraggio dici di no alla caccia?
Come pensi che lo uccidano il tuo vitellino? Con l'anestesia? Cantandogli una ninna nanna? Portandolo in un ambiente sereno e tranquillo?

Lungi da me fare proselitismi pro o contro qualcosa, ma mi piacerebbe che qualche volta la gente usasse la testa.
E sinceramente, piuttosto che un pollo, allevato in gabbie super-affollate, senza mai vedere la luce del giorno, nutrito con mangimi creati appositamente per farlo crescere più in fretta e senza malattie e infine ucciso senza pietà, preferisco mangiare un fagiano, nato e vissuto libero e all'aria aperta, morto sul colpo per una fucilata.

10 settembre 2012

Mamma mia! - 3: Wondermamma

E io (maschio) che credevo che la gravidanza portasse a sviluppare in men che non si dica poteri speciali, che so? Leggere fluidamente un libro dall'ultima alla prima riga; capovolgerlo di 180° e scoprire che così è più comprensibile: parlare pronunciando le parole al contrario e farle passare per un sottodialetto aramaico. Scoprirsi cantante quando si era negati. Nell'ipotesi più banale riuscire a spostare un posacenere di 2 kg con la forza del pensiero... (Anonimo, 8 settembre 2012)

Tra le prime cose che ho pensato dopo la felice scoperta, c'è stata la considerazione che in fondo ero "solo" incinta e che la mia vita non sarebbe cambiata. Con uno sbuffo accoglievo le raccomandazioni di mamy: "non fare sforzi!", "non fare lavori pesanti!", "non sollevare pesi!" e soprattutto "non sognarti di pulire i vetri!!!".
Poi si aggiunge il nonno (futuro bis-nonno), al quale facevo la spesa più o meno una volta al mese:
- Nonno, è un po' che non mi mandi a fare la spesa...
- Tu non ci vai più.
- Perché no?
- Perché nelle tue condizioni è meglio di no.
- Ma io la spesa per me la faccio comunque!
- NO!
(Poco importa che l'ultima spesa gliel'avssi fatta già in dolce attesa)

Fosse per il nonno, non dovrei neanche guidare.

Poi ci si mette pure la ginecologa, che prova il sollevamento pesi della mia borsa col pc:
- Ma ti porti dietro tutto questo peso???
- Bè, sì, ma non pesa tanto...
- (Espressione scettica e sconsolata)

E dai uno, dai l'altro, un po' di lavaggio del cervello te lo fanno. Così cominci a convincerti che almeno un po' più di attenzione dovresti farla. A questo, si aggiunge anche la considerazione che sarai incinta solo per 9 mesi e che il dopo parto non sarà visto in modo altrettanto privilegiato (Bè, hai solo partorito, cosa vuoi che sia?), quindi pensi che tutto sommato non sarebbe male approfittarne.
Infine, ciliegina sulla torta, sbatti contro il muro dell'amara realtà: non sei più la stessa del "prima".
La schiena è la prima ad andare per i fatti suoi - e per me che è sempre stato un punto debole ora è l'inferno. Sia lodato lo yoga!
Poi ti accorgi che il fiato non ti basta più.
Poi scopri che i tuoi addominali, già rammolliti di loro, ora sono letteralmente scomparsi. Zero, nada, niet. Per compensare la mancanza, sei costretta a usare le braccia e questo sollevamento pesi extra dà i suoi buoni risultati, non c'è che dire.

Morale della favola: all'inizio della gravidanza proclami orgogliosa che andrai in maternità nel momento in cui ti si romperanno le acque, ma al sesto mese ti ritrovi a desiderare di essere messa a riposo assoluto. (A questo contribuisce il lavoro non ancora pagato, notoriamente grande stimolo al "voja de far ben sàlteme indosso, ché mi me sposto".)

È con un misto di piacere e disagio che ti ritrovi a godere di attenzioni mai sperimentate.
La signora che in autobus ti cede il posto (Davvero posso? Davvero? [dopo una passeggiata in montagna e il pupo che fa superman contro il diaframma baceresti mani e piedi alla signora gentile])
Il compaesano sconosciuto (Ma sei matta a bere mohito??? [era analcolico, nda])
I camerieri della festicciola di addio al nubilato dell'amica, che ti fanno sentire la festeggiata (Analcolico per te vero? Questo è cotto, lo puoi mangiare? Va bene così?, hai bisogno di altro?)
Gli amici (Siediti qui! Vado a prenderti da bere? Mangi qualcosa? Faccio io, tu non sforzarti!)
La mamma (Dammi la roba da stirare che ci penso io.)
Il fratello (Sei stanca? Ti vedo stanca. Vai a casa! Ma come, non sei ancora andata a casa? Apollo, portala a casa!) (Sì, è proprio l'OF, giuro)

Dicono che ogni gravidanza sia diversa dalle altre, quindi è possibile che il mio sia un caso raro di rammollimento gestazionale. Confido tuttavia che i superpoteri di cui fa menzione l'Anonimo commentatore si riveleranno dopo il parto, quando veramente ne avrò bisogno.

Ps: sono sempre stata stonata e lo sono ancora. Anche Apollo non è da meno. Temo che il nostro pupattolo dovrà fare a meno delle ninne nanne.

5 settembre 2012

Mamma mia! - 2: gli esami non finiscono mai

Stamattina è toccato l'"Ogtt con minicarico". No, non mi hanno fatta esplodere - anche se poco ci mancava.
Trattasi di un esame del sangue che serve a diagnosticare il diabete gestazionale. E pur essendo un esame richiesto per la gravidanza, è facoltativo quindi a carico della paziente (sempre meno paziente).
Ti fanno presentare in ospedale alle 7 in punto, a digiuno dalla mezzanotte. Non puoi nemmeno bere acqua - il perché sarà chiaro anche troppo presto.
Appena espletate le formalità burocratiche, si parte con il primo prelievo. Quindi ti fanno accomodare nella saletta dedicata, insieme ad altre 3 o 4 signore che devono sottoporsi al test alla tortura.
L'infermiera responsabile spiega l'iter delle successive due ore: prima ci tocca ingurgitare un bibitone di glucosio, poi dobbiamo aspettare una e due ore per i successivi due prelievi.
"Bevete con calma, ma non metteteci più di dieci minuti".
Eh? Dieci minuti per bere un bicchiere di sciroppo? Cosa mai saràurghbleah!!!
Zucchero liquido concentrato, ecco cos'è. Dolce, ma così dolce che fai fatica a inghiottirlo. Per aiutarti hai solo un bicchiere e mezzo di acqua, non di più sennò sballi la diluizione. Denso, che ti impasta la lingua e se ti si ferma in gola tossisci come un gatto che si è mangiato una palla di pelo. Vorresti buttarlo giù d'un fiato ma è impossibile.
Immaginate 5 donne col pancione, in piedi di fronte a un tavolino con dei bicchieri in fila, come a un happy hour che sa di disinfettante e antibiotico, a fare smorfie disgustate e a sostenersi moralmente a vicenda. Se almeno il barman fosse stato belloccio...invece ci è toccata l'infermiera che sprizza gioia da tutti i pori e che chiama tutti "cara/caro". Almeno era simpatica.
Terminata l'impresa titanica, ti fanno accomodare su delle poltrone con tanto di poggiapiedi, comode per carità anche se scricchiolanti.
"Mi raccomando, se avvertite disturbi, nausea, mal di testa, qualsiasi cosa, chiamatemi!"
Evito di mettere in dubbio il suo avvertimento, visto che già prima mi era andata male. Pensavo, siamo incinte, a digiuno, un po' di malessere ci sta anche.
Mi sbagliavo, di nuovo - e a farne le spese sono stata io. Nel giro di dieci minuti, mi pareva di essere in giostra: giragiragira la testa! E, oh! quante belle lucine...
Scusi infermiera non mi sento molto bene. Così dalla poltrona sono finita in barella, pregando e scongiurando che non fosse come quella volta che sono andata a donare il sangue e, svenuta subito dopo, ho rischiato di essere tenuta in osservazione forzata per tutto il giorno.
Il secondo prelievo l'ho subìto bella distesa, con il pupo che faceva le capriole - si vede che lo zucchero l'ha esagitato.
Dopo un'ora e mezza dall'assunzione dell'intruglio micidiale, la testa era tornata stabile sulle spalle, le pareti erano perpendicolari e il pavimento in bolla. Sono tornata a sedermi sulla poltronissima.
Per l'ultimo prelievo della mattina ho chiesto se andava bene lo stesso braccio dei precedenti, il sinistro - sennò ho il destro bello fresco, fa lo stesso - dico a Cara.
Noo, tranquilla lo facciamo qui.
Mi fido, e per la terza volta la cosa mi sbaglio: Cara non usa la stessa vena (poverina, è un po' tartassata) ma prende quella di fianco. Che uno pensa "interno gomito è sempre interno gomito", e invece no! Al centro c'è pelle, ai lati è muscolo. Non sono una delicata, ma mi ha fatto un male cane.
Sulle mie gambe ormai stabili me ne sono andata verso il centro per un paio di commissioni. Parcheggiata la macchina, incontro la mia amica Tuz, cui mi accodo per un caffè. Lo stomaco brontola, ma improvvisamente non ho voglia di brioche.
Chiedo un macchiato, Tuz fa per passarmi lo zucchero e io declino l'offerta.
Per la prima volta in vita mia ho bevuto un caffè amaro, con gusto e soddisfazione.
Siete tutti avvisati, chi osasse offrirmi un dolce nelle prossime 48 ore rischia il linciaggio.

29 agosto 2012

Mamma mia! - Le regole della gravidanza

Inauguro oggi una nuova rubrica, a seguito del Diario di tesi e dei Racconti dalla Luna (e ritorno): Mamma mia!

Regola numero 1: pianificare

Scordateti la poesia della sorpresa, mettete da parte il "ci proviamo e se arriva, arriva", dimenticate l'ammore selvaggio senza paracadute.
Quello che dovete fare, nel momento in cui per l'anticamera del cervello, vi passa l'idea di mettere al mondo un bebè, è andare dal medico e farvi fare un'impegnativa per le ecografie della gravidanza.
Poi vi attaccherete al telefono con calendario alla mano e prenoterete le suddette ecografie.
E infine, nei primi giorni fertili utili, voi e il marito prenderete ferie e vi dedicherete al concepimento selvaggio.

Solo così potrete sperare di ottenere le visite gratuite previste dal S.S.N.
Già sarete a rischio nell'effettuare il test di gravidanza al primo giorno di ritardo e nel caso di esito positivo correte dal medico e poi a prenotare.
Aspettate una settimana, poi vi fate convincere a fare pure gli esami del sangue, poi visto che ci siete andate per sicurezza dal ginecologo, e siete fregate.

Quello che vi aspetta è l'inferno della burocrazia ospedaliera, con impiegate che vi dicono che dovevate prenotare prima le visite e voi inutilmente spiegate che avete fatto il test il giorno prima.
Se vi va bene, vi dovrete adattare a un pellegrinaggio tra gli ospedali della provincia, e comunque scordatevi di poter fare le eco nella stessa struttura.
Se vi va male, dovrete rassegnarvi a pagare per le visite in strutture private.

NB: a Vicenza (non so se altrove sia così) i corsi pre-parto sono gestiti dall'ospedale e anche per questi serve l'impegnativa del medico e la prenotazione.
Da brave, pensate di prenotare il corso insieme alle ecografie, e invece anche qui sbagliate. Perché le date non saranno disponibili quando voi chiamate e nessuno vi saprà dire quando richiamare se non indicando un generico "più avanti".
Di "più avanti" in "più avanti" sono finita a prenotare il corso a luglio:
- Signora, ma è già tardi per lei! Abbiamo giusto due posti!
- ***censura***
- Mi dia il numero di impegnativa.
- Scusi, "impegnativa?"
- Sì, serve l'impegnativa del medico...
- Senta, io ho parlato con non so quanti suoi colleghi e nessuno mi ha mai accennato all'impegnativa! ***censura***

Benvenuti nel mondo del S.S.N. (Siamo Salvi? No!)

17 agosto 2012

Ferie d'agosto

Signori, vi saluto.
La Pizia e delfica famiglia partono per le vacanze: per la prossima settimana sarò sui monti a prendere il sole con le marmotte.
Arrivederci (forse: potrei sempre decidere di darmi alla macchia, non si sa mai)!



PS: a casa lasciamo il nostro nuovo cucciolo, si chiama Cerbero e non ha nulla a che vedere con il caldo estivo.

7 agosto 2012

007 - spia e lascia spiare

Nell'ormai lontano 2006 Apollo cambiava il suo carro del sole, preferendo una vettura della nota fabbrica italiana automobili.
Al primo giro, mi accorgo di una fastidiosa spia arancione in plancia: non ho trovato un'immagine da incollare, ma in soldoni la spia raffigura un sedile, con sopra un seggiolino da bebè, con sopra un bebé, con vicino un airbag e sopra tutto una X.
- Apollo, tesoro, perché c'è quella spia accesa?
- In concessionaria mi hanno spiegato che indica che l'airbag lato passeggero è attivo, quindi non si può mettere un seggiolino sul sedile anteriore se non si disattiva l'airbag relativo.

Maledico il genio che si è inventato una spia accesa così a vuoto, prendendo atto delle parole del concessionario: ci adatteremo a guidare con un faro arancione sparato negli occhi.
Dopo i primi mesi di panico (ommioddyo, cos'è 'sta spia?), ci siamo adattati al disagio, minimo per la verità.

Eppure io continuavo a chiedermi il senso di una spia del genere: di solito le spie si accendono in situazioni anormali, se finisce l'olio, se si è in riserva, se si rompe una lampadina... Non si è mai vista una spia accesa perché "vai sicuro, hai il serbatoio pieno", che poi magari si spegne quando finisci la benza.
Forte delle mie riflessioni e del mio senso logico, domenica, approfittando dell'attesa in coda, chiedo ad Apollo di controllare il libretto delle istruzioni - tanto stavo guidando io.
- Dunque...spia airbag lato passeggero...se accesa indica che l'airbag è disattivato.

Eravamo in montagna, le caprette di Heidi faranno latte acido per un mese dopo aver sentito le mie imprecazioni da provetta scaricatrice di porto.
No, dico, siamo andati in giro 6 anni con l'airbag disattivato! Ho rischiato la vita per sei anni!!!
Tutto per colpa di un cretino che dà indicazioni sbagliate.
Avremmo dovuto controllare subito? Forse, ma di solito ti fidi delle persone che presumi esperte e competenti.
E mi chiedo, se anche quello ha sbagliato, è mai possibile che in sei anni, tra revisioni, tagliandi e piccole riparazioni, nessuno si sia mai premurato di farci notare che avevamo l'airbag disattivato, pur in assenza di seggiolino da bebè?

Ovviamente, ci accorgiamo della realtà delle cose quando stiamo meditando di cambiare automobile. Mi sembra giusto.

2 agosto 2012

T.F.A. - ovvero: Ti Freghiamo Ancora

Lunedì sono partita per l'avventura del test di ammissione al T.F.A.: per chi non lo sapesse, trattasi dell'ennesima buffonata invenzione del Ministero della Pubblica Distruzione per tamponare la drammatica situazione degli insegnanti precari. Dopo una selezione che prevede tre prove, con conteggio di punti derivati da media universitaria, voto di laurea, anni di insegnamento, si potrà far parte di quei 10 o poco più fortunati che dovranno sborsare 2500 neuri per un anno di corso, con tirocinio incluso. E poi finalmente siamo di ruolo! See, col cavolo, ma intanto è una speranza in più.

Dunque lunedì prendo il treno delle sei, per arrivare puntuale all'appello delle otto, dopo una notte passata a fare le capriole nel letto, con Apollo che mi faceva l'eco - forse la pizza ci è rimasta sullo stomaco.
Avessi saputo che per le formalità burocratiche erano previste due ore, me la sarei presa con comodo, come in tanti hanno fatto.
Anzi, avessi saputo che
- arrivo alle otto
- inizio alle dieci
- consegna non prima delle 12.30
mi sarei attrezzata meglio.

Non ho idea di quanti disperati fossimo, sparpagliati tra le varie aule, ma almeno 300 sì. Per 10 posti 10.
Il test è stato il classico terno al lotto - in questi giorni se ne sono sentite di cotte e di crude, in particolare per filosofia, con domande sbagliate o prese dall'enciclopedia più specialistica in materia, nelle note e piè di pagina.
"Becero nozionismo", l'ho sentito definire - e mai parole sono state più azzeccate. Perché come fai a ricordarti la collocazione museale di ogni opera d'arte che studi? Capisco le più importanti, ma tutte tutte è impossibile oltre che inutile.

Durante la prova, fortunatamente si poteva uscire - sorvegliati speciali con tutor al seguito. Anziché andare alla toilette come tutti, me ne sono rimasta per un po' al sole, visto che in aula si congelava e che la mia schiena protestava di brutto. Le sedie universitarie sono l'apice della scomodità, ottime per non addormentarti durante le lezioni, ma non l'ideale per una signora in stato interessante.

Non è mancato il classico rompiballe, che ogni 3x2 doveva alzare la mano e importunare tutti con le sue domande insulse. L'avrei buttato nel canale.

Il giorno seguente, online c'erano già le risposte esatte: da un rapido conto, sono al limite tra l'essere passata e la bocciatura.
Speravo che il verdetto fosse meno in bilico, magari con l'ago pendente verso il "no". Non ho la forza di rimettermi a studiare per la prova scritta, che sarà tra meno di un mese, di sabato, nel giorno del matrimonio del mio fratellino americano.
E poi se anche questa andasse bene, ci sarebbe l'orale. E poi il conto dei punti. E se anche alla fine passassi per puro culo miracolo, ci sarebbe l'obbligo di frequenza.
Ma me lo dite come posso frequentare con un neonato al seguito?

26 luglio 2012

1+1=3 - Perché la matematica non è un'opinione!

Tempo fa sognavo di pony e di lavoro e qualcuno dei miei Oracolanti si immaginava invece che il mio desiderio fosse quello di un bebé. Evidentemente sprizzavo voglia di maternità da tutti i pori, se in una metafora che intendeva tutt'altro è stato visto questo mio sogno.

Bene, signori miei, sappiate che i sogni si avverano, e questa testina ne è la conferma:


È un maschietto che ha già cominciato a farmi i dispetti, tutto sua madre!

Prometto che non inizierò a parlare (esclusivamente) di pupi, pappe e pannolini, ma ci sarà da ridere, questo è sicuro :-)