È finita.
Sono più o meno ubriaca, di un buon Tocai rosso del Conte Piovene e sto divinamente. Ora.
Perché oggi pomeriggio verso le tre e mezza non stavo tanto bene. Ma è meglio cominciare dal principio.
Mattinata proficuamente trascorsa da Giorgio il parrucchiere pazzo, che mi ha domato la folta chioma acconciata all'uopo. Pranzo al volo, trucco e vestito, e via verso Venezia.
Arrivo sul luogo del delitto con mezz'ora di anticipo, con famiglia mia e di Apollo al seguito, condita da zia e cugini; a sorpresa, più o meno annunciata ma non garantita, un collega Wikipediano che scopro seduta stante essere niente po' po' di meno che docente nella mia facoltà (bacio accademico garantito).
Una campanella annuncia il mio turno, entro, consegno la tesi (lilla, in pendant con l'abito) e mi accomodo. Ero tranquillissima, l'emozione era dovuta unicamente al fatto di dover parlare di fronte a tante persone: il presidente di commissione è stato carinissimo e cortese, alcuni commissari non mi hanno cagata di striscio e il mio terrore, l'uomo che mi ha tolto il saluto per motivi solo a lui noti, ha cazzeggiato col cellulare per tutto il tempo, per concludere con stretta di mano e sorriso.
Il mio relatore era più preoccupato di fare bella figura lui, lo stronzo. Per fortuna ho avuto una bella soddisfazione dalla correlatrice esterna, una squisitezza impeccabile, che mi incoraggiava con lo sguardo e che pur potendo mettermi in difficoltà non l'ha fatto, e un'altra soddisfazione la devo al sosia di Babbo Natale (già citato in questo blog con nome e cognome ma non vorrei rischiare troppo) che dall'alto del suo sapere onnisciente mi sorrideva compiaciuto.
La mazzata è arrivata dalla correlatrice d'ufficio, che non si è presentata e codarda bastarda ha lasciato una missiva al presidente di commissione, criticando aspramente il mio lavoro per scelte che alla fine non sono dipese da me (1000 e passa note su 130 pagine di scritto sono effettivamente un'esagerazione, ma sua maestà Papillon non mi permetteva di scrivere una virgola senza la relativa citazione).
Con 4 miseri punti me ne sono uscita da quella facoltà di vecchi bacchettoni, senza rimpianti ma anche senza soddisfazioni - per ora.
Adesso resta l'amarezza per non essermi potuta difendere, perché non avrei potuto controbattere in alcun modo alle accuse mosse dalla stronza. Rabbia perché chi avrebbe dovuto difendermi sono sicura che non ha mosso un dito, forse perché era troppo impegnato a pensare come pararsi il culo. Avvilimento perché quel deficiente non mi ha mai capita né ha mai fatto il minimo sforzo per ascoltarmi e darmi retta, etichettandomi fin dall'inizio come una stupida quando stupida proprio non lo sono e per questo penalizzandomi lungo tutto il mio percorso.
Adesso mi lascerò cullare dall'ebbrezza del Tocai del Conte, dormirò il sonno del giusto e domani finalmente gioirò.
Buonanotte cari oracolanti: libiamo i lieti calici e lasciamoci alle spalle ciò che è stato. Domani è un altro giorno.
5 novembre 2010
Diario di tesi - il grande giorno/2
28 ottobre 2010
Diario di tesi - don't worry be happy (?)
Stamattina squilla il cellulare, numero di Venezia: inizio a sudare freddo. È la segreteria, prime parole "non si preoccupi".
Tesoro, se cominci così mi preoccupo eccome.
La signora voleva conferma di un esame, che le risultava come secondo modulo e aveva il dubbio che il primo non fosse stato registrato: spiego che così era previsto dal mefitico piano di studi e lei dice che va bene. Ma so che non finisce qui, sarebbe troppo bello per essere vero. Infatti un esame sostenuto a giugno non risulta ancora registrato, il docente è stato avvisato, pure in dipartimento sanno che se si presenta devono braccarlo e fargli compilare il registro.
- Certo che se lei potesse scrivergli...
Io??? Cioè, dico, tocca a me ricordare al prof che deve fare il suo lavoro? Pare di sì. Continuo a rimpiangere i vecchi registri cartacei: scripta manent.
19 ottobre 2010
18 ottobre 2010
Diario di tesi - dimmi quando quando quandoooo...
Manca una settimana alla sessione di tesi e il calendario non è ancora stato pubblicato. Ringrazio la segreteria per la sollecitudine e la comprensione dimostrate nei confronti di noi poveri laureandi: che cosa sarà mai una discussione di laurea in fondo? Una formalità, tanto il voto è già deciso. Peccato sia una formalità cui vorranno partecipare parenti e amici, che magari hanno anche una vita da organizzare - ormai mi sono rassegnata al fatto che noi studenti siamo ritenuti non avere una vita, durante gli anni universitari. Magari vogliamo metterci un rinfresco? (anzi, un riscaldo, visto il tempo che fa) Magari vogliamo metterci pure il papiro, che sarà spudoratamente riciclato come da mie precise istruzioni, ma un minimo per le fotocopie ci vuole. Magari ci starebbe pure una festa con gli amici, che stavolta si farà in pizzeria perché la casa delle feste è temporaneamente inagibile e sinceramente io sono fin troppo fusa per organizzare qualcosa di più di una pizza.
E io mi ritrovo nel limbo dell'attesa, con nessuna voglia di ripassare le mie sudate carte, con tante grazie anche alla cistite - a volte ritornano, e il cerchio si chiude.
11 ottobre 2010
Diario di tesi - errata corrige
Lo sapevo che non avrei dovuto scrivere "definitiva" nel post precedente, perché la stampa *definitiva* non lo è stata. Ieri pomeriggio mi sono messa a sfogliare il mio malloppo così per sicurezza, sai mai che abbia fatto come Michelangelo e le sue Cappelle...
Per fortuna questa volta ho ascoltato la vocina del mio buonsenso, perché una pagina sì e l'altra pure c'era un errore. Cazzate, neh, ma il prof è pignolo ed è meglio non attirarsi l'ira del relatore a X giorni dalla discussione.
Ieri ho consumato l'evidenziatore (viola) per segnare gli errori, e stamattina mi sono dedicata alle correzioni: ne ho approfittato per salvare anche la versione per la direttrice del museo, con ringraziamento apposito, e quella per me, con ringraziamenti balenghi assolutamente immancabili nella mia copia.
Se dyo vuole, tra un'ora sarò di nuovo in copisteria - ma stavolta cambio, me ne hanno consigliata una che parrebbe avere un po' più di fantasia in fatto di colori ;-)
8 ottobre 2010
Diario di tesi - la stampa definitiva
Le due copie per la segreteria sono pronte: a quella per la commissione e per la sottoscritta ci penserò la settimana prossima, anche perché devo trovare la copisteria giusta, quella di oggi pomeriggio mancava di fantasia -.-
Due revisioni fa, chiedo al relatore come rilegare la tesi: mi consiglia di stare sull'economico, vanno benissimo gli anelli, tipo dispensa. Al che gli rispondo che almeno quella per la commissione la volevo presentabile e che volevo sapere se ci fosse un colore predefinito. Lui mi dice di evitare il verde. E il marmorizzato, non lo può tollerare, per il resto posso scegliere il colore che più mi aggrada. Ridendo controbatto che è meglio che io mi astenga dal mio colore preferito, non sarebbe il caso. Lui risponde:
- Oh, non si preoccupi, se la vuole fare viola faccia pure, non sa quante tesi viola e rosa ho!
O_o
...peccato che la suddetta copisteria non si discosti dai soliti blu-rosso-nero (ovviamente hanno anche il verde e il marmorizzato, ma nemmeno li considero).
Ora spengo tutto e mi butto a letto: per le prossime 48 ore non esisterò per nessuno.
5 ottobre 2010
Diario di tesi - la prima stampa completa
Fa impressione. E tanta.
Ho scritto tutto.
Incrociate le dita per me, e chissà che il prof vada in tilt e sia clemente :D
4 ottobre 2010
Diario di tesi - Malanni, manoscritti e microfilm
Che sono stressata non serve ribadirlo ma per fortuna sono agli sgoccioli: dalla consegna della tesi in poi sarà una passeggiata. Già pregusto quell'intera giornata che trascorrerò sotto il piumone a leggere, o anche solo a dormire, per ricaricare le batterie che sto esaurendo - mi sembra di avere una spia rossa in fronte che urla pietà. Sono ridotta in condizioni così pietose che mi è bastato un colpo di freddo preso chissà dove, tra sabato e domenica della scorsa settimana, per prendermi un'infreddatura con i controca**i. Prima fu il raseghìn, quella specie di carta vetrata che ti raspa la gola ogni volta che deglutisci; poi furono i problemi idraulici ai dotti nasali; infine una tosse che mi fa sembrare una tubercolotica terminale. Mamy mi ha imbottita di medicine che per fortuna sembrano fare il loro dovere.
Come ampiamente descritto nel post precedente, domani pomeriggio è in programma LA SCADENZA: come se non bastasse colui-che-mi-crede-Wonderwoman, ci si mettono pure le biblioteche a remarmi contro. Avrei dovuto consultare almeno quattro libri, tutti presenti nella stessa biblioteca veneziana, che ovviamente di lunedì è chiusa. Mi sono accontentata di integrare i miei scritti con i due volumi che ho trovato a Vicenza, e visto che ancora non ho finito di scrivere, dovrà accontentarsi anche il prof.
A metà mattina, mi accorgo che ai miei appunti manca una particolare pagina degli Habiti antichi et moderni di Cesare Vecellio, testo del 1590 che non mi ero ancora azzardata a consultare sia per le innumerevoli citazioni pescate qua e là in bibliografia, ma soprattutto per il sacro timore di sfogliare un tomo del '500. Essendo tale pagina indispensabile, mi sono decisa a concedermi il lusso del manoscritto - ok, è un libro a stampa, ma così fa più figo :-P
Faccio la richiesta, torno in sala riservata e aspetto con ansia la bibliotecaria che mi avrebbe portato il mio tessoroo. Sento chiamare il mio nome, ma nelle mani della signora non c'è nulla. Sto per svenire, perché a Vicenza non c'è un'altra copia del testo e io non ho certo tempo di andare a zonzo a cercarlo. Per fortuna scopro che il libro è consultabile, ma su microfilm, e già inizio a sentire i primi sintomi di nausea.
Memore dell'esperienza precedente, ho cercato di concentrarmi sui margini del visore e pare che la tecnica abbia funzionato, nonostante sia stata costretta a far scorrere avanti e indietro il microfilm un paio di volte per cercare pagine che credevo di aver saltato e che invece erano effettivamente mancanti.
A casa per l'ora di pranzo, mi sono concessa un riposino e poi mi sono fiondata sul pc: ora mi sento completamente fusa, tanto che non ho ancora deciso se proseguire il lavoro dopo cena (cena? quale cena?) o riprendere domani. Sicuramente chiuderò qui questo post, perché sento che tra poco potrei iniziare a svarionare.
1 ottobre 2010
Diario di tesi - Wonderwoman!
Mercoledì revisione, cominciata in grande stile con il pranzo interrotto sul più bello. Me ne stavo appollaiata sui gradini che portano alla mansarda - che viene aperta solo se ci sono docenti presenti - rimembrando i bei tempi dell'Accademia e i pranzi del venerdì al "Pùnaro". Con le mie compagne di corso, solitarie presenze nella nuova sede non ancora frequentata, avevamo eletto a nostro luogo di chiacchiere e cibarie la scala che portava a un piano misterioso, con porta antifiamma perennemente sbarrata e quindi mai utilizzata. In sei comari sembravamo altrettante galline sul "punàro" (parola dialettale che indica la scala del pollaio); il professore di Architettura, altro disgraziato docente che teneva lezione di venerdì, sorrideva sempre al vederci appollaiate con i nostri panini in mano e un giorno ci diede l'incarico di inventare un nome per il nostro ritrovo. A Venezia ci sono i Bàcari, quindi per concordanza d'accento l'abbiamo chiamato, appunto, Pùnaro.
Dunque mercoledì mi trovavo appollaiata su un surrogato del caro Pùnaro, a mangiare una fetta di pizza e a spettegolare con le compagne di disgrazia, quando arriva il prof, evidentemente in anticipo, che ci richiama all'ordine sostenendo che così "non è decoroso". Ero troppo affamata e stanca e raffreddata per dirgli dove mettersi il suo decoro.
Al mio turno di colloquio ricevo le bozze corrette e consegno le nuove; mi ritrovo anche con compiti urgenti da svolgere, tipo scrivere l'introduzione per oggi (venerdì mattina, ndr) e, marginalmente, consultare un libro.
Ora di arrivare in stazione, prendere il treno e tornare a casa, si son fatte le sei e mezza; con in più il raffreddore ero cotta, quindi di mettermi al pc non ne avevo nessuna voglia.
Ieri mattina gironzolo per la rete in cerca di suggerimenti per come impostare l'introduzione alla tesi - avevo già capito che raccontare la storia del prof dell'Accademia incontrato in treno che mi suggerisce l'argomento di tesi non sarebbe stato decoroso. Per ora di pranzo me l'ero sbrigata, così ho dedicato il pomeriggio alla correzione del capitolo appena ritirato, che con le sue 38 pagine e 500 note non ho ancora portato a termine (kispios, fino a poco tempo fa avrei scritto "finito", sto prendendo i modi loquaci del relatore, omg!!!).
Oggi, prima di partire per il colloquio, controllo il materiale e lo stampo, poi mi dirigo in università. Consegno le due versioni dell'introduzione, una semplice, la seconda integrata con riferimenti bibliografici perché non si sa mai, e mi sento chiedere se sono stata a controllare il libro tal dei tali.
Ora: mercoledì pomeriggio la biblioteca era chiusa; giovedì ho lavorato all'introduzione; venerdì mattina non c'era tempo.
Oh, e oggi ha rincarato la dose: per martedì devo completare e correggere tutta la tesi, perché la vuole controllare dalla prima all'ultima pagina.
Chi sono io? BABBO NATALE, EH???
Perché ho il giratempo e le mie giornate durano 72 ore. Perché quella volta alla Cresima mi è stato donato non lo Spirito Santo ma direttamente il Dono dell'Ubiquità. Perché ho il teletrasporto. Perché le biblioteche per me aprono anche di notte e non ho bisogno di dormire, mi basta farmi un po' di aria col ventaglio e sto a posto.
Tu e le tue note per ogni virgola, e quando son poche e quando son troppe. Tu e la tua bibliografia infinita, che ogni volta ce n'è una nuova. Tu e le tue norme redazionali del kispios, che seguo alla lettera ma non va bene comunque. Tu e le risposte vaghe con la precisazione vitale quando è ormai troppo tardi. Tu e il tuo cadere dalle nuvole per una questione che non sono stata io a tralasciare ma tu a non voler sentire - ed è comunque colpa mia. Tu che sminuisci la mia intelligenza, la mia competenza e la mia capacità di presentare un lavoro decoroso, soprattutto se ti ho appena ribadito che vengo da studi di Belle Arti e devo solo mettere in ordine quattro schifosissime foto. Tu che hai il terrore che in sede di discussione faccia fare brutta figura a te, insignificante uomo insicuro e con la coda di paglia.
Dammi il mio voto, dammi il mio pezzo di carta, e poi sparisci perché ti farò diventare i capelli bianchi.
10 settembre 2010
Diario di tesi - la casa che rende folli
Nei primi anni di permanenza a Ca' Foscari ho avuto modo di apprezzare la segreteria on-line: all'Accademia era *tutto* cartaceo, roba da far avverare un racconto di Buzzati che ci vedeva sommersi dalle scartoffie. A inizio anno si dovevano presentare le preferenze per i corsi cosiddetti complementari; a fine anno si doveva far firmare a ciascun docente un modulo per l'ammissione all'esame; la prenotazione per l'appello avveniva il giorno stesso dell'esame, tramite apposito modulo scritto (per lo più un foglio volante strappato da un album per gli schizzi, com'è giusto che sia in una scuola d'arte ;-) )
L'ateneo foscarino si presentava invece con un sito decentemente gestito e una sezione di segreteria fenomenale: con un clic finivi nella tua pagina per la registrazione all'appello; un menù a tendina mostrava gli esami compresi nel piano di studi, indicando quali fossero disponibili per la sessione più vicina e in quale data la lista d'iscrizione sarebbe stata aperta. Con un altro clic si potevano scegliere esami non compresi nel piano di studi. Facile, semplice, veloce.
Poi un bel giorno hanno deciso di fare i fighi, ed è cominciato il disastro: lasciamo perdere il periodo di nulla intercorso tra la vecchia e la nuova versione del sito, anche perché è meglio dello sbrodolo che c'è ora.
Apri la pagina della segreteria: tra i mille link a sinistra non capisci quale sia quello utile all'iscrizione agli esami. Dopo n-giri qua e là, finalmente capisci: e ti ritrovi in una pagina che *dovrebbe* elencare le materie previste nell'appello più vicino, tra quelle nel tuo piano di studi. Ma non è così, perché nonostante tu abbia cinque esami sostenibili nella prossima sessione, il sito ti dice che non ci sono appelli disponibili.
Cominci a tirar giù i Santi del Paradiso, in ordine alfabetico, tanto è solo l'inizio.
"Clicca qui per esami non compresi nel piano di studi"
"Inserisci le prime tre lettere dell'insegnamento"
Fatto? Bbbbene!
"Non ci sono insegnamenti disponibili"
(E prosegui con l'ordine alfabetico dei Santi)
Ora hai due possibilità: inoltrarti nei meandri del sito della facoltà alla ricerca del titolo corretto della materia e/o della data di apertura delle iscrizioni (perché questi geni non inseriscono un appello prima di tot giorni dall'apertura delle iscrizioni), o scrivere al docente di turno, pregandolo di inserirti nella lista. Siccome i professori, si sa, hanno meglio da fare che star dietro a noi studenti per queste quisquilie, ti rimbocchi le maniche, invochi un altro paio di Santi giusto per gradire e ricominci l'Odissea.
Dopo 30-60 minuti durante i quali sei arrivato a dialogare con santo Zotico di Costantinopoli, riesci a iscriverti all'esame. Vi risparmio il caso in cui, dopo il suddetto tempo, scopri che la lista verrà aperta il giorno dopo, perché sarai costretto a ripetere tutto daccapo.
Vi risparmio anche le rimostranze dei docenti quando riveli che sei iscritto all'appello per l'esame da sei crediti, quando invece il tuo piano di studi ne prevede quattro, e tu a spiegare che il malefico sito non prevede esami da quattro crediti. Ora che l'esame è sostenuto e che il voto è sul libretto, il problema è del professore, e te ne vai a farti uno spritz.
Credevi di essere a posto? Ti sbagliavi! Perché arriva il giorno in cui devi presentare la domanda di laurea e scopri che il tuo piano di studi presenta 5 esami extra, che sono il doppione di quelli già registrati, ma con i crediti sballati. E magari scopri anche che in un eccesso di zelo, nel correggere quegli esami tripli che avevi segnalato nove mesi prima, la segretaria, sotto gli effetti del caldo di agosto, con in corpo un mohito di troppo, ha cancellato pure un esame che risultava sostenuto e superato (30/30) fino a tre giorni fa, lasciando invece il suo doppelgänger in bianco.
E che san Zotico non si lamenti di essere invocato invano!
la pergamena deve essere consegnata in tempo!
L'Oracolo veneziano altrimenti noto come call-center avrà detto la verità?
Sarà sufficiente presentare il libretto per avere il visto dalla segreteria?
O altre peregrinazioni si presenteranno alla porta della nostra fanciulla?
Avremo un lieto intermezzo o un bagno di sangue?
Restate sintonizzati su Tele Delfi!
8 giugno 2010
Il professor Jekyll e il signor Hyde
La prima volta che mi è capitato di incontrare il professor B. è stato un paio di anni fa: avevo intenzione di sostenere il suo esame da non frequentante, dato che le lezioni si svolgevano il sabato mattina e che comunque la presenza era facoltativa.
Avevo preso appuntamento con lui presso il suo ufficio: non so per quali motivi non riceveva gli studenti in facoltà. Al mio arrivo mi sono trovata intimorita dall'antico palazzo veneziano dove il professore lavorava, sede di un'importante istituzione nazionale: pavimenti alla veneziana lucidati a specchio, lampadari di Murano probabilmente risalenti a un paio di secoli fa, dipinti alle pareti e personale vestito elegantemente.
Una signorina cortese mi annuncia al professore, che viene ad accogliermi sulla porta del suo studio: entrata, mi aiuta a togliere la mantella, che appende con cura all'attaccapanni, quindi mi scosta la sedia e mi fa accomodare. Trascorro una piacevole mezz'ora, in cui il professor B. si prodiga per fornirmi il materiale necessario alla preparazione dell'esame, ma anche mi intrattiene con chiacchiere interessate al mio percorso universitario attuale e precedente.
Al termine del colloquio, mi aiuta ad indossare la mantella, mi stringe la mano con cortesia e cordialmente mi saluta.
Uscita dal palazzo, ero convinta di essere reduce da un salto temporale nel secolo scorso, quando le buone maniere non erano un optional.
Per vari motivi, ho rimandato l'esame fino all'ultimo: anche quest'anno non potevo seguire il corso, così ho approfittato di un viaggio a Venezia per un colloquio con il mio relatore in coincidenza con l'orario di lezione del professor B. Mi sono presentata in anticipo rispetto all'inizio della lezione, onde non rubare tempo allo svolgimento del corso: trovo l'assistente, cui spiego il motivo della mia visita, che mi avverte che il professore sarebbe arrivato un po' in ritardo. Cortesemente, mi spiega a grandi linee l'argomento dell'esame e le modalità di preparazione: nel frattempo il docente telefona, per avvisare che era per strada, e l'assistente gli accenna della mia presenza.
Neanche cinque minuti dopo, il professore entra in aula tutto trafelato, mi travolge quasi col suo passo marziale, dopodiché mi si piazza davanti e mi accusa:
- Così tu non vuoi seguire il corso.
- Professore, a dire al verità non è che non voglia, ma purtroppo non posso.
- Perché purtroppo? Non dispiacerti! (acido come uno yogurt andato a male)
- Perché credo che le lezioni siano parte integrante di un esame, e se possibile cerco sempre di seguirle. (intendendo: chi non va a lezione è sempre penalizzato)
Non faccio in tempo a terminare la frase, che il prof mi schiaffa sul banco la bibliografia e la traccia per la tesina, mi chiede se mi sarei fermata e al mio diniego mi congeda bruscamente.
Esco frastornata, chiedendomi se quello con cui avevo appena avuto a che fare fosse il gemello cattivo del signore gentile che avevo conosciuto un anno e mezzo prima.
Oggi è finalmente arrivato il giorno dell'esame: sinceramente, non me ne poteva fregare di meno, dato che è uno di quei corsi stupidamente obbligatori, al posto dei quali avrei preferito fare, per ciascuno, altri tre esami di storia dell'arte.
Avrei dovuto studiare due libri, che invece mi sono limitata a leggere attentamente all'inizio, per poi sfogliarli in velocità e senza molta convinzione, giusto perché dovevo. La tesina era pronta da un mesetto, ormai me l'ero dimenticata e non mi sono sprecata a ripassarla troppo. Un diciotto con calcio nel sedere mi sarebbe andato più che bene: della media ormai non me ne frega niente, voglio solo finire 'sta maledetta università.
Arrivo in anticipo e trovo l'assistente, sempre gentile e cortese. Dopo un po' arriva anche Lui, che osservo con terrore per cogliere segni di squilibrio e prepararmi al peggio: deposta la borsa, esce a fare l'appello - non così lungo dato che eravamo in tre più uno che aveva solo bisogno di scambiare due parole con il docente.
Con un sorriso, il professor B. chiede a noi esaminandi di poter conferire con lo studente, trovando anche il tempo di rivolgere una battuta scherzosa a due ragazze in attesa di un altro esame.
Al mio turno, il prof mi accoglie sulla porta dell'aula, mi stringe la mano, mi chiede se preferisco essere chiamata "Anna" o "Letizia" o entrambi, si scusa per essersi dimenticato la mia tesina in ufficio e mi chiede se per caso ne avessi una copia a portata di mano.
L'esame in sé è stato una chiacchierata così piacevole che mancavano solo il tè e i biscottini, con battute e commenti scherzosi: la materia è stata affrontata nel modo che mi piace di più, ovvero partendo sì dai testi, per poi ragionare su quanto studiato e riportare le tesi in un contesto concreto, con critiche e proposte.
Alla fine mi sono beccata un 30, con tanti complimenti perché so ragionare bene e non mi limito a ripetere a pappagallo quanto studiato. (Mi sono tutta ringalluzzita, non per il voto ma per il commento: sono orgogliosa della mia testolina matta)
Registrato il voto, il professore mi scorta all'uscita, mi porge la mano e mi saluta con calore.
Forse dovrei fare un confronto con le date in cui l'ho incontrato e il calendario lunare...
26 aprile 2010
Diario di tesi - Giorno 34 (argh)
Dopo ormai un mese di dolce (mica tanto) far niente, oggi ho ripreso in mano gli appunti da trascrivere: colpa della sveglia dell'alba (ore 6.30 natura ha chiamato e io ho dovuto rispondere, poi il signor Morfeo non è stato più reperibile, occhi come piattini fino alle 7 passate e per disperazione mi sono decisa ad abbandonare le coltri), colpa sicuramente della debilitazione post-magagne (possibile che uno stupido fungo riesca a buttarmi giù in questo modo così spaventoso?), e aggiungiamoci anche il cervello atrofizzato dal suddetto far niente, la trascrizione è stata un parto.
La mente che schizza ovunque come un flipper; le palpebre che calano, complice l'estrema vivacità dei verbali che stavo copiando; il freddo che invoglia a tornare a letto, e poi il caminetto acceso (perché fuori farà anche caldo, ma in casa io gelo): non è servita quella boccata d'ossigeno che ho deciso di prendermi piuttosto che darla vinta agli sbadigli.
Nonostante il super-ricostituente, continuo a sentirmi come se avessi appena corso il Su e zò par i ponti.
Spero che la fase di ripresa passi in fretta: non è carino sbadigliare a bocca di leone nella sala studio della biblioteca.
23 marzo 2010
Diario di tesi - Giorno 1.1
Oggi ho ufficialmente iniziato le ricerche per la tesi, alleluja alleluja: per il momento ho in mano un osceno catalogo degli anni '70 e una bibliografia consultabile solo a Venezia.
Stranamente, oggi non sono stata colta dal timore reverenziale che mi prende ogni volta che metto piede in una biblioteca: per un'amante dei libri come la sottoscritta sembra un controsenso, eppure è così.
Già le regole delle biblioteche non ispirano simpatia, soprattutto perché ognuna ha le proprie, e non sono quel che si definirebbe "agili".
La Marciana, a Venezia, anni fa voleva una tessera per la consultazione e una per il prestito: se avevi necessità di fotocopie, le dovevi pagare col sangue. Per chiedere un volume, ti mandavano in una stanzina tappezzata di libri, che dava un senso claustrofobico non indifferente, complice l'arredamento d'epoca: lì ti aspettava il mallevadore, che prendeva in consegna la tua richiesta, con l'aria di chi stesse subendo il martirio, e ti lasciava aspettare n-tempo, a seconda delle richieste da soddisfare e dalla collocazione dei volumi. Per fortuna, con gli anni la procedura si è snellita: è un po' che non ci vado, mi sembra di ricordare che la tessera sia una sola, ma soprattutto non si è più costretti all'angusto sgabuzzino. Le richieste, ancora cartacee, vanno consegnate al banco del responsabile: i tempi di consegna sono parecchio lunghi, circa mezz'ora, ma per fortuna è possibile prendere i libri in lettura e lasciare una nuova richiesta, evitando di perdere ore nell'attesa.
A Vicenza, in Bertoliana dovrei sentirmi come a casa, dato che ho fatto il tirocino presso le sedi staccate e che qualche volta ho lavorato anche negli uffici della centrale: invece anche qui l'ansia è sempre dietro l'angolo. Le sale di lettura, seppur spaziose, sono dotate di tavoli ristretti, cosicché ti ritrovi a studiare gomito a gomito con un perfetto sconosciuto: l'acustica farebbe invidia a un teatro greco, tanto i bisbigli riescono ad attraversare la sala da cima a fondo, e per una che ha bisogno di silenzio assoluto non è davvero il massimo. Se poi è inverno e un utente è raffreddato, ma ritrovandosi senza fazzoletti "tira su col naso", la tentazione di salire sul ballatoio e centrarlo con un tomo dell'enciclopedia universale è davvero forte.
Il momento peggiore è quando, alla consegna dei libri richiesti, scopri che sono da consultare in "sala riservata": sono volumi disponibili in un'unica copia, o di particolare pregio, e non sempre lo si capisce dal catalogo. Per accedere alla sala, devi attraversare i meandri della biblioteca, tappezzati di moquette verde, oltrepassando porte dietro le quali si nascondono le temibili signore dei solleciti, che compilano missive minatorie indirizzate al lettore insolvente - nell'era dell'informatica e degli sms, la maggior parte degli utenti viene cortesemente sollecitata telematicamente, ma c'è sempre qualcuno che non sta al passo con i tempi.
-Divagata-
Quando ero tirocinante, mi è capitato di ricevere in consegna un libro con un ritardo di tre anni: la figlia del lettore ci spiegò che suo padre è molto distratto e che, nonostante le tre lettere minatorie, si era sempre dimenticato di restiruire il romanzo, finito in mezzo ad altri libri e trovato solo per caso.
Dicevo della sala riservata: cerchi di oltrepassare le porte del male camminando il più silenziosamente possibile, onde non arrecare disturbo a chi sta lavorando, cosa difficile se sotto la moquette c'è un pavimento che scricchiola; raggiungi quindi una saletta tranquilla e appartata, che adoro perché è l'unico posto della biblioteca con volumi di storia dell'arte ben assortiti e consultabili a scaffale. Qui i tavoli sono più grandi rispetto alle altre sale, forse perché sono destinati anche alla lettura dei manoscritti, ben più voluminosi rispetto ai libri moderni. Di solito è poco frequentata, soprattutto la mattina: l'unico difetto è che in inverno si gela e in estate ci si squaglia. La sala è costantemente sorvegliata da due bibliotecari, che seguono ogni tuo movimento nel terrore che i volumi sotto la loro custodia vengano in qualche modo danneggiati: studiare in questo modo è come fare plin-plìn con qualcuno che ti osserva.
Il ridicolo della procedura è che l'utente deve recarsi in sala riservata senza il libro richiesto, che verrà portato dal bibliotecario, appena disponibile: più di una volta mi è capitato di percorrere il miglio verde tampinata dal bibliotecario che trasportava solo il mio libro. Una volta mi sono anche azzardata a chiedere se potevo pensarci da sola, visto il momento di grande affluenza: d'altra parte, le finestre sono altissime e l'unica scala accessibile porta, credo, in magazzino. Neanche fossi un ladro al casinò, che arraffa e scappa, sono stata squadrata come avessi detto chissà quale eresia.
Domani sarà il turno di Palazzo Mocenigo, in Venezia, biblioteca specializzata in storia del costume e già sto male al pensiero: piccola, angusta, con scaffali antichi chiusi da grate metalliche contemporanee, tavoli piccoli, stipati un due stanzine che ricordano un salottino da dama del 1700, che se è periodo di esami non bastano per tutti, e un mallevadore che ti guarda sempre dall'alto in basso e che se gli chiedi una fotocopia è capace di dirti che è illegale, con il telefono già pronto per chiamare la polizia.
22 marzo 2010
Voja de far ben sàltame indosso...
...ché mi me sposto!
Una parziale giustificazione alla mia voglia di fare (zero) la si trova nella sfigan che mi ha colpito nelle scorse settimane: dalla casa alla salute, ora ci si è messo pure il cellulare. Colpa mia, forse, che non sono stata attenta al maledetto cavo del caricabatterie, in cui mi sono impigliata facendo volare il telefono dall'altra parte della sala, in un'esplosione di pezzi: danni visibili non ce ne sono, il che è preoccupante visto che il cellulare ora sta acceso solo se attaccato alla corrente. Quella volta (un anno e mezzo fa, ndr.) con Apollo abbiamo preso due scaipefon della nota compagnia "The magic number": spendo la metà rispetto al "prima", ma sono legata alla tecnologia UMTS - non chiedetemi cosa sia, nemmeno voglio saperlo. Tra me e Apollo abbiamo due vecchi cellulari, spero non troppo vecchi per essere compatibili con la mia schedina ricaricabile: domani porterò il rottame a esaminare, non vorrei mi chiedessero un botto di soldi (che non ho) per un cellulare che avevo intenzione di cambiare ad agosto, scaduto il contratto.
(Scusate la divagata)
Stamattina, a metà tra sonno e veglia, sono stata colta dal panico: è già il 22 marzo, Pasqua è sempre più vicina e io non ho ancora controllato le date degli appelli dei miei due prossimi esami. Con il cuore in gola per il terrore che le scadenze fossero troppo vicine, controllo il sito della facoltà e vengo accolta da una splendida sorpresa: da quest'anno niente sessione pasquale, tutti a maggio-giugno! Yeee! :-|
E poi sono io che non ho voglia di fare...
4 marzo 2010
Cervelli verdi fritti
Ho la non troppo vaga impressione che i miei neuroni si siano atrofizzati, in questo periodo di cazzeggio post-esame.
Dopo ogni prova è mia abitudine concedermi almeno una settimana di dolce far niente, per far riposare le sinapsi e decantare quel che nei giorni/mesi precedenti mi sono ficcata in testa.
Di solito la soddisfazione del divano libero non ha paragoni: mi svacco con un buon libro in mano o con il lavoro a uncinetto/ferri del momento, tenendo a portata di mano qualche genere alimentare di consolazione, e mi godo ogni singolo istante di ozio.
Stavolta qualcosa non va, come un sassolino nella scarpa: leggo, ma sono inquieta; prendo l'uncinetto ma non mi decido sullo schema da eseguire; sfoglio i ricettari ma nessun dolce mi attira; mi tuffo in libreria e con fatica me ne esco con un paio di miseri libriccini.
Lo so io cosa non va: nel mio giardino, sul dolce pendio che degrada verso la pianura, campeggiano come a Hollywood le quattro lettere infernali
14 febbraio 2010
Il giorno del giudizio - 3: il resoconto
Non c'è male peggiore di un appello d'esame orale alle tre di pomeriggio: di solito gli iscritti non sono mai i soliti quattro gatti, ed è ovvio che il tempo non è sufficiente a far fuori tutti i presenti - soprattutto se il prof è uno di quelli che ti tiene dentro un'ora. Ho visto docenti arrivare con tutta la loro santa calma e, trovandosi dinnanzi uno stuolo di studenti in attesa, esclamare: Ma siete così tanti?!? Come se non avesse in mano la lista d'appello. Ho visto docenti fissare appelli alle cinque del pomeriggio, per tre corsi distinti, tutti insieme appassionatamente: almeno cento persone, di cui 95 mandate a casa seduta stante per ritornare il giorno seguente. E la maggioranza di questi 95 prodi, 24 ore dopo, ancora in attesa perché il docente è in ritardo e soprattutto non rispetta la lista, tirar giù tutti i santi del paradiso, e i peccatori del purgatorio.
Fin dai primi esami in Acca ho sempre preferito essere la prima: non tollero l'ansia dell'attesa. Per questo allo scoccare della mezzanotte del giorno previsto per l'apertura delle iscrizioni ero qui, davanti al mio amato pc, ansiosa di iscrivermi all'Esame: ho poi scoperto che gli altri compagni di sventura se la sono presa molto più comoda, ma è sempre meglio non rischiare.
Odio gli appelli pomeridiani anche perché c'è tutta una mattina da far passare, con l'ansia che monta e i ripassini dell'ultimo secondo, sempre sulle montagne russe del sotutto/nonsoniente. Mercoledì è stato un inferno, saltellavo per casa come un'ossessa, sbirciando ogni due secondi appunti, libri, immagini. Per fortuna Apollo mi ha accomapgnata in auto, non avrei retto il viaggio infernale autolinea sostitutiva + treno che sarei stata costretta a intraprendere. Ovviamente, dopo tre giorni di sole splendido, non poteva che piovere, il che ha reso ancora più arduo il tragitto fino all'università, tra ombrello e zaino carico di libri all'inverosimile - perché non si sa mai.
Apollo mi ha sopportata nei miei schizzi di informazioni sussurrate frettolosamente, nelle urla represse per un dettaglio che non ricordavo, nell'amorevole stritolargli un braccio per l'ansia.
Sorvolerò sul solito ritardo dei docenti, e sulle loro amorevoli chiacchiere dei propri stramaledetti cavoli: con solo mezz'ora di ritardo, sono riuscita a sedermi sulla sedia più scomoda del mondo.
Davanti a me, l'anticristo* sfoglia con noncuranza un Art Dossier per la prova d'ingresso: il riconoscimento. Se sai il titolo dell'opera che ti viene mostrata, bene, sennò arrivederci alla prossima volta. Tremavo, no, peggio, ero paralizzata dal terrore. E poi un sorriso ha iniziato ad allargarmisi sulle labbra quando Egli si è soffermato su un dipinto particolare, quello che là, in attesa, speravo mi fosse chiesto: Le nozze di Cana di Veronese.
Da qui è iniziata una chiacchierata in tutto relax, con qualche momento di mia personale défaillance, e soprattutto tanto stupore nel ritrovarmi composta e compassata: peccato che Egli debba sempre mettesi in mostra, con domande che partono da un punto fermo, ma non sai dove ti porteranno, e soprattutto se la meta cui tu stai pensando è la stessa cui vuole giungere Colui Che Sa.
Da un inizio con posa calcolatamente rilassata e ben disposta - mi era capitato di leggere che tenere le mani posate in grembo, delicatamente intrecciate, a palmo in su, è segno di tranquillità- e un ghigno che voleva simulare un sorriso benevolo, alla fine ero comodamente appoggiata alla cattedra, gomiti ben piantati, mani che sottolineavano con nonchalanche i concetti principali, neanche stessi chiacchierando con un amico al bar. E davvero il mio rimpianto è che con certe persone non si possa parlare con la stessa scioltezza che si ha con i propri pari, non dico solo per il ruolo ufficiale, ma per la loro posizione di Dei del Sapere, irraggiungibili e intangibili.
Per colpa di alcuni vuoti che la marea di informazioni incamerate non è riuscita a colmare in tempo utile, la mia performance non è stata perfetta: ma siccome mi aspettavo una Caporetto, il 29 è valso come una Lode.
Peccato solo per il tempo infame, che ci ha impedito di annaffiare debitamente il successo con un buon vinello e le immancabili frìtoe: di ritorno la tappa in pasticceria è stata d'obbligo.
E per una notte ho dormito come un angioletto.
*ebbene, ho scoperto che non di Dyo si tratta, bensì del suo antagonista, grazie all'accurata descrizione presente in Giorgione, Art Dossier, a cura di Augusto Gentili, pag 28: bel giovane dell'espressione (...) arrogante, a volte ipocritamente benevola o compiacente; spesso con lunghi capelli ricciuti o abboccolati (...).
11 febbraio 2010
Veni, vidi, vici
9 febbraio 2010
Il giorno del giudizio - 2
Domani saprò se so o non so.
Domani sarà la chiave di volta di questi anni universitari di specialistica.
Domani è il giorno che aspetto da un bel po', e che allo stesso tempo temo ancora di più.
Domani porterò un thermos di camomilla.
Corretta Valium.
29 gennaio 2010
Il giorno del giudizio
La data dell'ESAME* (tutto maiuscolo perché solo l'iniziale non basta) è sempre più vicina, e io sono sempre più nevrastenica.
Vivo sulle montagne russe dell'autostima: dalle manie di onnipotenza (so tutto!) alla paranoia da nota trascurata (non so niente!).
Le mie notti sono farcite da incubi di treni persi, date d'esame sbagliate e/o spostate, persone che mi mettono i bastoni tra le ruote solo per il fatto di esistere: aggiungo anche i risvegli tanto improvvisi quanto immotivati, causa di tachicardia da infarto. Ho preso l'abitudine, al mattino, di prepararmi la caffettiera da sei, che mi faccio fuori in due tornate.
Nello scomparto dei medicinali ho una scorta di fosforo che mi basta fino alla laurea e so che avrei già tentato la strada della toro rosso se non sapessi che creerebbe interferenze alla mia tiroide già balenga di suo.
Mercoledì e giovedì ho trascorso ore intense in biblioteca: mi chiedo come mai qui a casa sbadiglio ogni tre per due, mentre là procedo a carrarmato anche senza ricarica energetica - sì lo so che non fa bene saltare lo spuntino e soprattutto il pasto, ma è andata così, e tanto meglio. Ovviamente, tornata a casa ero completamente rintronata, con attacchi di logorrea che hanno spinto Apollo molto vicino a darmi una padellata in testa.
Ficco nel mio povero cervello fritto ogni nozione possibile, ignara delle sue lamentele e delle pietose implorazioni da sovraccarico di RAM, come quando torni da una vacanza e devi far stare in valigia tutto quello che già avevi fatto fatica a comprimere all'andata, con le aggiunte dei classici souvenir del ritorno.
A sera, la testa mi si riempie di bizzarri fuochi d'artificio, che esplodono date, nomi, titoli, immagini, su uno sfondo che di tanto in tanto proietta l'immancabile "se solo avessi iniziato n-tempo prima a studiare...", con la voce della nonna che ribatte perentoria "se ce l'hanno fatta gli altri, perché non dovresti farcela anche tu?".
Mangio per inerzia - sia lode eterna al microonde e al suo inventore - bevo solo thè per scaldarmi, mi ricordo di innaffiare l'avocado perché mi fa compagnia in bella vista sul tavolo (è cresciuto un sacco, metterò le foto, prometto: l'ho chiamato Wally e gli parlo sempre, evidente sintomo di squilibrio mentale).
Già alle otto di sera bramo l'oblio del sonno e il caldo abbraccio del piumone, pur tremando all'idea di cosa potrei sognare nelle ore successive.
Sono così presa dallo studio che ogni tanto mi dimentico che mercoledì è il mio compleanno: per stavolta niente festa, e non dico nulla su un eventuale dopo-esame, tanto per scaramanzia.**
*Trattasi di Storia dell'Arte Moderna, che per gli addetti ai lavori corrisponde al periodo che va dal 1400 circa al 1700 circa: e per la sottoscritta equivale a sapere tutto di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Jacopo Bassano, Lorenzo Lotto, Giorgione, Bellini (padre e figli) - ho dimenticato qualcuno? Argh.
**Ma se lo passo...se lo passo...non ci voglio nemmeno pensare. Come anche non voglio pensare all'alternativa del "signorina, ci vediamo la prossima volta": in entrambi i casi, è meglio se evitate Venezia e Vicenza il 10 febbraio.
22 gennaio 2010
Bamboccioni 2, la vendetta
In questo blog non si fa politica, a meno che non sia strettamente necessario: l'autrice è a-politica (e qualche volta vorrebbe essere pure apolide), da quando, a 18 anni, si è scontrata con la disillusione - che se a 30 anni la mandi giù con un'alka-seltzer, a 18 ti segna a vita o quasi.
Andata a votare con grandi speranze per un cambiamento epocale, mi sono ritrovata ad assistere alle solite litigate per la merendina, non-sono-più-tuo-amico, lo dico alla mamma. Sarà per questo che tutti i post etichettati politica sono abbinati a schifo.
Il mio contributo, nemmeno tanto piccolo, l'ho dato in Accademia, quando facevo parte del comitato studentesco: esperienza formativa non solo sul piano della conoscenza del (non)funzionamento universitario, ma anche della natura umana. Ho saltato cene per scrivere discorsi, ho sudato più che le solite 7 camicie andando alle assemblee anche fuori dall'anno accademico, in una Venezia di pieno luglio, quando l'unidità si appiccica ovunque, ma mi sono fatta anche 4 risate e mi son presa le mie soddisfazioni.
Qui ho imparato che non serve a niente dire "non mi va", è necessario proporre un'alternativa: così, in risposta a questo, provo a trovare qualche spunto per un (im)possibile miglioramento.
- prestiti agli studenti, rimborsabili a partire dal primo lavoro dopo la laurea, con tassi di interesse agevolati per i più meritevoli.
- affitti alla portata delle tasche di uno studente: i 350 euro per una camera doppia sono un furto, anche per Venezia. Agevolazioni per chi affitta in regola.
- tariffe luce-acqua-gas ridotte per chi studia.
- sconti sui libri di testo, o possibilità di scaricarli da internet a prezzo ridotto, o consentire la copia legale che vada oltre il 15% delle pagine totali. Inserirli nel catalogo dei siti come miolibrodotcom ecc, dove la stampa consta meno che in casa editrice. Oppure creare appositamente delle tessere-fedeltà che diano diritto a una riduzione ogni tot euro spesi (questo lo fa la mia libreria di fiducia, per esempio)
- costringere i docenti a fornire alle biblioteche universitarie almeno due copie di ogni testo, escludendone il prestito per tutta la durata del corso, per dare a tutti la possibilità di consultare la bibliografia, senza costringere alla corsa in magazzino per chi si accaparra per primo il libro.
- organizzare le lezioni in modo tale che frequentando i corsi si riesca a presentarsi al primo appello, in modo tale da non accumulare esami su esami.
A Ferrara, se non erro a matematica, funziona così: sarà il tipo di studio che lo consente, ma non credo sia così complicato adattarlo anche ad altri indirizzi.
Anche in Accademia riuscivo a sostenere tutti gli esami a giugno, lasciando a settembre al massimo un esame.
A ca' Foscari invece è un delirio: tra settembre e ottobre c'è forse un corso; va meglio a novembre-dicembre; a febbraio-marzo è il delirio, con millemila lezioni, ovviamente sovrapposte, ovviamente con programmi immensi, ovviamente con orari che rendono impossibile lo studio.
Se normalmente la maggioranza degli studenti di scuola superiore riesce a diplomarsi nei termini previsti, un perché ci sarà, no? Si chiama "organizzazione", e anche l'insegnamento universitario è un lavoro, dove si deve rispondere a un superiore - o mi confondo io? - gli stage obbligatori: per quanto ne so, è già tanto se si riceve un rimborso spese. Io ho avuto la fortuna di fare un tirocinio in biblio prima di riprendere gli studi, ma vedo che 200 ore di lavoro non pagato, che vanno a sovrapporsi a corsi ed esami, sono una gran perdita di tempo, anche perché nella maggior parte dei casi è semplice sfruttamento di manodopera gratuita, senza alcuna possibilità di uno sbocco futuro. Certo, i fortunelli ci sono e ne conosco un paio, ma giusto 2 o 3.
Quindi, o si aboliscono, o si sostituiscono con attività di ricerca legata al percorso di studi, magari in affiancamento a un dottorando-mentore con un guadagno di tempo e conoscenza per entrambi, magari in vista della tesi, o si fa in modo che vengano rimborsati, un po' come lo è il servizio civile. - Premi per studenti meritevoli, oltre le classiche borse di studio-sconti sulle tasse: ad esempio, per una tesi da 110 e lode, che l'università si prenda in carico la pubblicazione.
(Benvenuti nel Regno di Utopia.)

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