Parlo alle signore: quante di noi non si sono mai chieste se sarebbero state disponibili/interessate a rifarsi il davanzale? Anche solo per dire "no grazie", per affermare che non lo faremmo proprio mai, quel che Madre Natura ci ha dato, ce lo teniamo pure.
Tra il sì lo farei e il neanche se mi paghi c'è però un'opzione che non viene presa in considerazione: e se *dovessi*?
Alla zia, Babbo Natale ha portato un paio di tette nuove, eredità fin troppo anticipata e certamente non richiesta. Siccome buon (?) sangue non mente, in famiglia sono iniziate le indagini preventive: oggi è stato il mio turno.
Esame prenotato ai primi di gennaio, lista d'attesa di tre mesi buoni per il S.S.N. A pagamento? Anche domani. Se queste sono le alternative, non è forse il caso di rivedere il sistema? Soprattutto se il medico che mi visita in ospedale è lo stesso che mi visiterebbe a pagamento...no?
Ovviamente a suo tempo avevo detto: "madre, mi hanno lasciata a piedi, prenotiamo la visita e rendiamo utile questo periodo di inanità". Come non detto, tre mesi di attesa e appuntamento che coincide con il lavoro nuovo: la prossima volta che resto a casa, corro a prenotare una bella visita specialistica.
Arrivi in clinica e ti metti in coda per la registrazione: davanti a te cinque persone. Quando la segretaria decide di rispondere al telefono? Quando è il tuo turno e sei già in ritardo, mi pare giusto.
- Prego, la tessera sanitaria.
Porgo il tesserino plasticato fornito dall'ULSS, ma non va bene: vuole quello vecchio, di carta. Ora. Ho capito che siamo in Italia, ma dobbiamo per forza farci così del male?
Ci accomodiamo in sala d'attesa, fornita esclusivamente di opuscoli che pubblicizzano i servizi della struttura. Mi rassegno ad ingannare la noia smozzicando brandelli di conversazione con mamy.
Parentesi: lo so che ho la mia età e che forse non è il caso di andare a una visita con mamy a tenermi la manina, ma mamy, vi ricordo, è (il mio) medico.
Entriamo finalmente in ambulatorio, l'infermiera mi fa spogliare e accomodare sul lettino. Sappiate che mentre in corridoio e in sala d'attesa ci si lessa, in un ambulatorio dove si effettuano visite nature la temperatura scende notevolmente, il che fa pensare a una sponsorizzazione della struttura da parte di un'industria farmaceutica specializzata in medicinali per le prime vie aeree.
Il medico è cortese, chiede il permesso per visitarmi gli airbag e poi mi avvisa che me li avrebbe cosparsi di gel - è un po' freddino, porti pazienza.
Freddino, sì. Mancava poco che schizzassi contro il soffitto per lo choc termico.
E via col rullo compressore (guardi pure il monitor) - scusi dottore, non sarebbe il caso di regolare l'antenna? Vedo solo macchie grigie.
Per fortuna questo è uno di quelli che spiegano chiaramente le immagini, così una non si spaventa troppo - non come quell'altro che mi ha trovato una cisti ovarica e ha cominciato a fare una faccia da allume concentrato, con mia madre lì di fianco bianca come un lenzuolo, e io sul lettino terrorizzata a minacciare "o mi dite cosa caxxo c'è o mi alzo e interrompo le trasmissioni!"
Devo dire che mi è inciampato su un termine tecnico, che en passant non sarebbe niente di che, ma quando hai un albero genealogico costellato di formazioni maligne ti fa un certo che. Fibroqualcosa, dice: non dovrebbe stare lì, ma di solito è benigno, quindi lo si tiene d'occhio e stiamo tranquilli così, è piccolo e potrebbe anche andare via da solo.
Mi sento in colpa verso l'Amazzonia per tutta la carta che ho consumato per tirarmi via di dosso quello schifido gel, avvolgendomi nel rotolone regina come una mummia onde evitare di cospargere di ectoplasmi l'ambulatorio - fatica sprecata, il mio décolleté era così impiastricciato da far invidia a un hamburger al ketchup.
Corro a rivestirmi, sperando che tra maglie e maglione sia rimasto un residuo del mio calore corporeo - sono fortunata, non mi trasformerò in ghiacciolo, non per oggi almeno.
Prima di uscire chiedo nuovamente conferma dell'esito: stia tranquilla, ci vediamo l'anno prossimo.
Bollino blu!
13 marzo 2012
La coppia più bella del mondo
27 gennaio 2011
Nemesi
C'è un periodo della nostra vita, che di solito coincide con l'adolescenza ma può protrarsi anche oltre, in cui proviamo un'enorme insofferenza nei confronti dei nostri genitori. Critichiamo ogni loro parola, riteniamo che le loro decisioni siano sempre e comunque sbagliate, aborriamo l'idea di poter diventare, un giorno, come loro: il peggior complimento che qualcuno può rivolgerci è "sei tutta/o tua madre/tuo padre".
Dicono sia un passaggio fondamentale nella crescita e per acquisire indipendenza, certo è che anche una volta arrivati all'armistizio il senso di rifiuto sotto sotto resta: l'esigenza di avere una propria identità è forte e rende difficile guardarsi allo specchio e riconoscere i tratti acquisiti. Ancor più marcata è la volontà di avere pensieri propri, dalla politica allo sport alla vita di tutti i giorni.
Mi rendo conto che dei miei ho sempre scritto per veloci tratti, credo proprio per i motivi di cui sopra, e non me ne meraviglio.
Mio padre è il tipico despota convinto di essere l'ombelico del mondo, depositario della Verità. Per lui tutte le donne della tv sono di facili costumi (e poco importa che le recenti vicende gli diano ragione, è il principio che mi dà fastidio); tutti gli automobilisti sono stupidi; tutti i politici sono ignoranti/deficienti. A lui tutto è concesso, anzi, dovuto; gli altri devono cedere il passo e non mostrare idee diverse. Per ogni errore ha subito la scusa pronta e sicuramente è validissima anche se non sta in piedi.
Mia madre è tosta e non potrebbe essere altrimenti con un marito così. Dura con tutti, soprattutto con sé stessa, le uniche concessioni che si regala sono i dolci, compensati con la palestra e le passeggiate con il cane Molly. Ha infinite manie di ordine e pulizia: le sedie non possono essere appoggiate al muro; le ciotole di vetro o di ceramica vanno impilate con in mezzo un foglio di scottex sennò si rovinano; sotto le candele va messo un piatto, anche se c'è il porta-candele; i divani hanno due teli di copertura, il primo perché la tappezzeria è bianca e si sporca facilmente, il secondo per non sporcare il primo. Non riesce a passare il piumino per la polvere senza sudare sette camicie, perché se non suda vuol dire che non ha lavorato bene; stira anche asciugamani, calze e mutande, che potrebbero tranquillamente essere lasciati così come sono, con notevole risparmio di tempo.
Ho trasformato quelli che io considero loro difetti in personali imperativi al contrario: non ragionare per luoghi comuni, non giocare allo scaricabarile, non nascondersi dietro un dito, non essere maniaca nei dettagli inutili, non stressare il prossimo.
Eppure da un po' di tempo mi ritrovo a fermarmi come congelata nel bel mezzo di una frase perché mi rendo conto che sto dicendo qualcosa come lo direbbe mia madre. In auto me la prendo con gli altri sbottando come mio padre. Percepisco delle sfumature della voce, dei modi di dire tipiche di mia madre anche nelle espressioni del volto. E ho paura.
Posso tollerare di aver ereditato alcune caratteristiche, o di averne acquisite altre per imitazione inconscia, ma se mai mi sentirete dire "vivaddio", sparatemi, vi prego.
25 novembre 2010
Thanksgiving
Oggi in America e in Canada si festeggia il Thanksgiving Day: per storia e informazioni varie, leggete qui.
Due anni fa il mio fratello americano l'ha festeggiato con noi, famiglia allargata a mamy, papy, O.F., cugini e Apollo, con il tacchino più grande che io avessi mai visto.
Mi sono piaciute le parole che ha detto Greg una volta seduti tutti assieme: in questo giorno gli americani dicono grazie per le cose buone che hanno. A pensarci, ti rendi conto che si dovrebbe essere grati ogni giorno, come dovrebbe essere sempre San Valentino o la festa della donna. E a pensarci meglio, vedi che non è sempre così: che la mamma fa vacanza solo la seconda domenica di maggio e che il papà riceve regali solo a san Giuseppe. E capisci che se non ci fossero queste ricorrenze prefissate magari ti dimenticheresti di dimostrare alle persone che ti stanno vicino che sono speciali.
Non amo le feste importate, come Allouin, suprema idiozia dei giorni nostri, ma per il Ringraziamento faccio volentieri un'eccezione: niente tacchino, niente cena luculliana, niente torta di mele (uhm, per questa forse ci faccio un pensierino). Voglio però dire grazie:
- per la mia famiglia, che anche se ne scrivo sempre peste e corna mi vuole bene, e io ricambio
- per Apollo
- per il mio fratello americano e la sua ragazza che hanno arricchito le nostre vite
- per i miei studi che ho avuto la fortuna di portare a termine
- per gli amici vicini e lontani, reali e virtuali
- per Vicenza, che avrà le sue magagne ma è una città bellissima, che spero non dimentichi la solidarietà che ha tristemente vissuto
- per tutti i libri che ho letto e per quelli che ancora devo leggere
- per tutto quello che ancora devo imparare
- per le marmotte buffe
- per la Nutella
- per il latte con i biscotti
- per il Natale e i compleanni
- per tutte le occasioni che mi verranno offerte e per quelle che riuscirò a trovare io
- per ogni giorno bello che ho vissuto
- per ogni giorno brutto, perché è solo grazie alle ombre che vediamo la luce
- per il mio antro viola e per tutti voi lettori.
26 ottobre 2010
Ma va' in Cile!
Da un po' di giorni mamy insisteva per parlarmi a quattr'occhi: venerdì, di ritorno da Venezia, la aspetto per mezz'ora a casa, mi decido a chiamarla e in conclusione mi tira pacco; domenica mi chiama d'urgenza per un problema col pc, io corro ma lei glissa. Stamattina finalmente mi intercetta a casa mia e la prende alla larga, cominciando dai nonni sconvolti (sic) dalla mise che ho scelto per la laurea - un abitino forse un po' corto per i loro standard ma di cui mi sono innamorata appena indossato, quasi fosse stato disegnato apposta per me. Incredibile ma vero, papy mi ha difesa, dichiarando che posso fare ciò che voglio.
Ed eccoci al nodo della faccenda: mia cugina diciassettenne è in Cile e ci resterà per un anno (che culo, eh! Quella volta i miei non mi hanno lasciato andare a Londra, che è praticamente dietro l'angolo, sgrunt.). Per Natale mia zia ha in programma un bel viaggetto: inizialmente altri due zii avevano detto che si sarebbero accodati, ma ora sembra che non vadano, per cui mia nonna sembra stia andando fuori di testa perché mia zia andrà da sola. No, e mia cugina come ci è andata? Vabbè. Soprattutto perché tutto il parentado considera il Cile come un paese sperduto del Quarto mondo, in culo ai lupi, e chissà cosa può succedere. Ripeto, per mia cugina minorenne non mi pare abbiano fatto tante storie. Mia madre, al seguito dei catastrofisti, sta cercando una baby sitter per mia zia: i nonni per ovvi motivi di età non possono andare, mamy è ancor più che perplessa e papy "non ne vuol sentir parlare" (non ho capito se fosse riferito a mia madre o a sé stesso: oddio, me l'immagino mio padre e mia zia insieme, si salvi chi può!). Quindi la successiva in lista è la sottoscritta. Cosa ci vado a fare in Cile, con mia zia, tra Natale e Capodanno, lasciando Apollo qui al freddo e al gelo solo mia madre lo sa. Soprattutto fa piacere che sia dato quasi per scontato che io, ora di Natale, sia ancora a spasso, grazie eh. Perché scarto a priori l'ipotesi che abbiano pensato che mi troverò un lavoro da sogno, dove mi lasciano fare tutte le ferie che voglio, appena assunta. Fantascienza.
Per carità, a caval donato non si guarda in bocca, ma se qualcuno ha quei due-tremila euro che gli avanzano mi farebbero comodo anche *senza* andare in Cile.
27 luglio 2010
Mamma non m'ama
Se al mondo c'è una persona che dovrebbe conoscere profondamente i nostri gusti, le nostre passioni, le nostre necessità, è la mamma: se non altro perché abbiamo diviso la stessa casa per almeno vent'anni, anche trenta e oltre nel mio caso.
Si dà il caso, invece, che mamy non mi conosca affatto, e che oltretutto bellamente ignori le necessità che le paleso.
Ieri mattina, con gli auguri per l'onomastico, mi invitava a passare da casa a prendere un misterioso pacco: tornata dal mare, non resistendo alla curiosità nonostante la stanchezza del dolce far niente, mi sono precipitata alla materna magione.
Con un sorriso malizioso e soddisfatto, mamy mi porgeva una borsa, che conteneva un pacco del caffè buono della sua amica, delle caramelle, una stecca di cioccolato al latte e il misterioso pacco: "è delicato, aprilo a casa".
In cuor mio immaginavo fosse un servizio da gelato/macedonia, che ancora mancava in casetta nuova: la volta che ho avuto a pranzo i miei, ho servito il dessert a loro nelle uniche due coppette che avevo, mentre per me e Apollo ho dovuto usare due tazze.
Non ho resistito alla curiosità e non ho aspettato di arrivare a casa: con poca grazia ho strappato la carta che avvolgeva il pacco bomba e ho sbirciato all'interno. Ho pensato che il sole mi avesse dato alla testa, perché quello che ho visto era decisamente un'allucinazione: non è nello stile di mamy, lei così precisa e attenta nello scegliere i doni, né nel mio, né soprattutto rispondeva alle mie necessità, non solo perché non si trattava delle suddette coppette, ma perché è qualcosa da tenere in cucina, un optional per di più, e mamy sa che non ho posto. Quando vado a fare la spesa, devo attenermi alla lista, e niente extra, perché la mia dispensa è talmente ristretta che per riempirla devo sfoderare le mie vecchie virtù da campionessa di Tetris.
Trattasi di un servizio da tè giapponese, con teiera e quattro tazze di quelle senza manico, che magari hanno anche un nome tecnico, ma io, odiando cordialmente tutto ciò che è orientale, ignoro.
Mille domande mi si sono affacciate in testa: dove lo metto? Cosa me ne faccio? Come posso vincere la tentazione di scaraventarlo dalla finestra? O di dirle di riportarlo dove l'ha preso?
Il dove potrebbe essere risolvibile con poco: il servizio ha una sua scatola, quindi posso lasciarlo anche su una delle mensole in cucina o in sala.
Il cosa è già più complicato: il tè lo bevo in tazze grandi, e non sono solita né usare la teiera né avere ospiti cui servirlo in pompa magna. Potrei convertire le tazze in coppette da dessert, se non fosse che sono grandi a malapena da contenere mezza pallina di gelato.
Il come è veramente più difficile: perché innanzitutto non si fa, neanche con mamy, e perché poi la ucciderei. Aveva stampata in faccia l'espressione da "ti ho preso una cosa bellissima che ti piacerà tantissimo, che è proprio il tuo genere, che sarai contentissima di avere e di poter usare, che è uno sfizio che ti farà piacere e non è quello che ti aspettavi". Come quella volta che, anni fa, è tornata dalla gita a Roma con un vestito per me: da un po' di tempo avevo cacciato in fondo all'armadio i camicioni informi in cui ero solita nascondermi, con la scusa di nascondere la ciccia, e con soddisfazione sfoggiavo magliette aderenti e gonne che si modellavano sulle mie forme anziché occultarle in metri di stoffa. Per una volta si riuscivano a distinguere i tre punti chiave del corpo femminile, seno, vita e fianchi, che anche se non proprio snelli avevano la loro bella forma a clessidra.
E cosa tiro fuori dal pacchetto? Un abito di un meraviglioso cotone egiziano (lo adoro), morbido e coccoloso. Peccato che fosse una specie di burqa.
Manica a tre quarti, larga, con spalle a sbuffo. Pettorina con inserti di pizzo, l'unico dettaglio a salvarsi. Vita alta. E qualche chilometro quadro di stoffa ad avvolgere le gambe fino alla caviglia. Sono scesa a farle vedere come mi stava con le lacrime agli occhi, e lei sorrideva, tutta orgogliosa per avermi regalato qualcosa di bello. E il suo sguardo mi ha fatto ancora più male. Perché mi sono sentita la donna invisibile.
Il vestito è rimasto nell'armadio per un bel po': poi ho preso coraggio, sono andata in sartoria e me lo sono fatta sistemare, via le maniche e via un po' di stoffa. Ora lo porto, in casa, ma lo porto.
Credo che la stessa cosa succederà con il servizio da tè: resterà nella sua scatola, sulla mensola più alta, e poi lo userò. Come fioriera, magari.
(Come se mamy non mi avesse mai accompagnata nel mio
sciopping libresco compulsivo...)
29 giugno 2010
Eredità
I parenti del ramo materno sono noti per essere dei testardi, stoici e cocciuti senza pari. Capostipite delle capetoste è il nonno, la cui parola è legge: per fare un esempio recente, qualche giorno fa mi arriva un sms della cugina, che mi avvisa che il 10 luglio è prevista la consueta riunione del parentado. "Mi raccomando - scrive - conferma subito perché il nonno è già al telefono che prenota il ristorante".
Tante volte mi sono chiesta come faccia mia nonna a sopportare tale dispotico marito: oggi l'ho capito, lei è peggio.
È tornata ieri dall'ospedale, dopo un breve ricovero per quello che pensavo essere un semplice intervento di rimozione di un nodulo al seno - questo è quello che mi ha detto mamy. Il gioco dello struzzo non le è andato liscio come al solito, visto che una degenza, seppur breve, non si può nascondere. Stamattina ho avuto triste conferma che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: mammina non mi ha raccontato *tutto*, e avrei gradito essere più preparata alla visita post-operatoria.
La nonna sta bene, l'unico segno dell'operazione è il drenaggio che si porta a spasso in una borsa appesa al braccio: è il retroscena che fa incavolare.
Perché nonostante viviamo in un'epoca di controlli medici, pubblicità progresso, prevenzione in tutte le salse, nonostante la nonna abbia una figlia medico e un'altra biologa, si è tenuta il nodulo per cinque anni senza dire una parola. Il problema è stato scoperto perché un pomeriggio ha detto al nonno che non poteva alzare il braccio, e con la grazia tipica della famiglia (ramo materno del ramo materno, a quanto pare) è sbottata che si è tenuta in silenzio un tumore per cinque anni. Delle scene di mamma e zia ho saputo solo oggi, perché io credevo che il nodulo fosse stato trovato durante una visita di routine.
Mentre la nonna raccontava, io sentivo gli occhi spalancarmisi per lo stupore: e lei a spiegarmi che aveva semplicemente fatto come sua mamma, la mia bisnonna.
E vai di altarino in altarino: io ero convinta che la bisnonna fosse morta a causa di una fetta di focaccia che le aveva bloccato l'esofago stretto. Avevo 12 anni, ma ero abbastanza grande da capire cosa fosse la morte e la malattia: mi dispiace aver scoperto la verità perché mi divertiva sapere che la nonna era morta per un peccato di gola, sarebbe stato proprio nel suo stile. Sempre indipendente, testarda, furba, tanto che studiando la poesia di Ungaretti "La madre" era con il suo volto che ne immaginavo la protagonista.
Pare invece che anche la bisnonna avesse convissuto per anni con un tumore, senza dire nulla: erano altri tempi e lei era una donna dell'altro secolo, la posso capire. Ma la nonna no! Non capisco davvero il senso di tenersi per sé qualcosa di cui non si ha colpa, di cui non ci si dovrebbe vergognare, che se risolto per tempo è tutto guadagnato.
La nonna ha detto che non voleva pesare su nessuno, così zitta e avanti sempre: eppure oggi, dimessa da nemmeno 24 ore, era già autosufficiente. Non ha senso pensare ai "se", ma è comunque inevitabile.
Ora non so bene cosa aspettarmi, di sicuro farò una bella chiacchierata con mamy sgridandola come si deve. E mi farò spiegare una volta per tutte come ci si controlla il seno, perché col cavolo che aspetto il check-up annuale dalla ginecologa.
20 maggio 2010
I panni sporchi...non si lavano
La mia famiglia è fantastica: se si vuole mantenere un segreto, si può contare tranquillamente sul loro silenzio. Ma anche se non c'è nessun segreto da nascondere.
Vige la regola delle tre scimmiette, non vedo, non sento, non parlo. Ognuno per sé e tutti per nessuno.
I problemi non esistono, perché li si nasconde sotto il tappeto: peccato che qualche volta sia un po' ridicolo vedere un elefante miseramente coperto da uno straccio.
La decenza vorrebbe che i panni sporchi si lavassero in famiglia, più che corretto: da noi la lavatrice è rotta.
Ne avrei di esempi da raccontare, ma siccome riguardano anche altre persone posso solo parlare del mio piccolo mondo oscuro.
La cara, vecchia Gran Bastarda è passata sotto silenzio, nonostante mi faccia compagnia da 11 anni, nonostante una volta a settimana io debba andare a farmi strizzare il cervello, nonostante anche i miei siano passati per la gogna della psicologa.
Stavo male, ero uno straccio, piangevo tutto il giorno: la vita andava avanti comunque - per loro.
E che bello era vedere le loro facce di palta indifferenti ai miei psicodrammi.
Poi si stupiscono se okkupo la casa delle feste. E ovviamente di questo *non* si parla, perché il povero, piccolo O.F. se ne risentirebbe. Perché non sta bene dirgli "è colpa tua testa di ca**o se tua sorella ha fatto le valigie", non è giusto imporgli di chiedere scusa, povera stella, se mi ha insultata pesantemente davanti ai cugini, perché il tesorino aveva avuto una brutta giornata al lavoro. Oh, e nessuno si è ancora fatto un esame di coscienza del tipo "è colpa mia e di quel cretino di Bettelheim (pedagogo che andava di moda negli anni '70 e che è morto di sua propria mano - già questa la dice lunga) se ho una figlia che è costretta a convivere con la Gran Bastarda e ad andare via di casa perché noi non sappiamo mettere al proprio posto quel deficiente di figlio che abbiamo tirato su".
Non si parla nemmeno del mio prossimo trasloco - e con "prossimo" intendo non quello imprecisato che mi toccherebbe come da patti, dopo la laurea, ma quello "vicino nel tempo", giusto una decina di giorni e levo le tende. (Se c'è da sganciare una bomba non mi batte nessuno)
Lo sa mamy, la prima a cui ho esposto l'offerta servitami su un vassoio d'argento.
Lo sa papy, cui mamy ha parlato per ottenere il suo indispensabile consenso.
Ma papy non ne parla con me, in una sorta di telefono senza fili con intermediaria che stravolge pure il senso.
Perché alla fine, dopo un mese dalla bomba, a due passi dal trasloco, finalmente si sono decisi a renderne partecipe l'O.F. "perché magari avrebbe detto che ti avrebbe lasciata stare nella casa delle feste anche dopo la laurea".
Mi avrebbe lasciata? Lui??? - Sorvolo -
Fatto sta che mamy mi ha detto che Sua Maestà non si sarebbe opposto, mentre in realtà scopro che è profondamente contrario - e grazie al cielo eravamo al ristorante, sennò avremmo fatto il bis e il ter degli insulti a-go-go.
Nel mio mondo ideale, la mia famiglia ideale mi avrebbe invitata a cena (bè, già questo non è molto ideale), durante la quale avremmo pacificamente discusso dei pro e dei contro della faccenda, concludendo con una libagione degna di una festa.
Un esame è pronto, il secondo è sulla buona strada, e la tesi ho intenzione di ultimarla nei tempi programmati, anche studiando di notte, se serve: col cavolo che resto un solo minuto di più sotto l'ala di avvoltoio della famiglia Addams, a costo di fare l'operatrice ecologica.
"Ci sono laureati che scopano per le strade".
Sì, c'è il doppio senso, ma appositamente volevo concludere in bellezza.
1 dicembre 2008
Il Giorno del Ringraziamento
Al liceo avevo un'amica di penna di New Orleans, Zuleika, che un bel giorno mi chiese quando da noi si festeggia il Ringraziamento: evidentemente era convinta che in tutto il mondo ci fosse una festività dedicata al rendere grazie per l'anno trascorso, la famiglia, gli amici, la casa... Ho avuto l'impressione che fosse rimasta un po' male dal mio diniego: in fondo, i motivi per dire grazie li abbiamo eccome, ma credo ce ne dimentichamo un po' troppo spesso.
Lo scorso giovedì, nella mia famiglia ne abbiamo avuta l'occasione, grazie al nostro "fratello adottivo" Greg: è un amico di mio fratello, che un po' alla volta è entrato a far parte della famiglia, tanto da festeggiare con noi Natale e Pasqua, talvolta con morosa al seguito, e da essere incluso nei pranzi di famiglia, quelli con tutti i parenti a completo.
L'idea di festeggiare il Thanksgiving con noi è venuta proprio a Greg: di solito tornava a casa per questa ricorrenza, ma quest'anno non è riuscito a farlo. Si è offerto di preparare la cena tipica a base di tacchino, assicurando al papy che i tacchini americani non hanno niente a che spartire con quelli italiani.
Io mi sono offerta di preparare la tradizionale apple pie - sarebbe stata meglio la pumpkin pie, ma qui la zucca è deprecata...
Verso le sette sono andata a prendere Greg: ho conosciuto di persona i suoi chiuwawa: più che cani sono topi, ma sono divertentissimi! E sono comodi, li puoi prendere in braccio e portare dove vuoi, cosa che con le mie bestie non è proprio possibile fare... :-P
Nel forno grande il doppio del mio c'era un tacchino gigante con un termometro ficcato in una costola: di solito questi attrezzi li ho visti solo nei film, piantati tra le costole di esseri di altro genere (vedi il remake di Delitto perfetto). Non appena l'animale ha raggiunto la cottura ottimale, abbiamo caricato la macchina di pentole e padelle e siamo corsi a casa per gli ultimi ritocchi.
Prima di partire, avevo preparato la tavola per 5: noi 4 e Greg. Al nostro arrivo, c'erano altri 2 posti per i miei cugini: nel frattempo è arrivato Apollo, che non aveva mai visto un tacchino intero cotto e prima ancora che accettasse l'invito a fermarsi, mamy aveva già preparato un posto per lui. Queste sono le cene che mi piacciono, senza troppi complimenti, con i posti che si moltiplicano e lo spazio che non sembra mai troppo stretto.
Una volta portati in tavola tutti i piatti che Greg aveva preparato, non c'era nemmeno un cm2 libero: tacchino, sugo, farcitura, salsa di cranberries (nome intraducibile in italiano), pasticcio di fagiolini e cipolla...!
Prima di dare sfogo alla nostra fame, Greg ci ha spiegato il senso di questa festa, quando è nata e cosa si ricorda: quando i padri pellegrini arrivarono in America, non conoscevano le piante e gli animali della zona e il primo inverno fu molto duro. Ma con l'aiuto dei nativi, impararono a coltivare la terra e i suoi frutti, così venne istituito un giono di festa nazionale per ringraziare del raccolto. A questa festa vennero invitati anche i nativi per ringraziarli del loro aiuto. Oggi è un'occasione per stare in famiglia, mangiare fino a scoppiare e guardare il football. Prima del pasto, è tradizione rivolgere una preghiera di ringraziamento a Dio: abbiamo lasciato questo onore a Greg. Quando ha ringraziato anche noi, "la sua famiglia italiana", mi sono commossa.
Immagino non debba essere facile mollare casa e famiglia per vivere dall'altra parte del mondo e sono contenta che qui abbia trovato un posto da chiamare "casa".
Il tacchino era davvero gorgeous, non ho parole: mio cugino ci ha fatto ridere come matti perché si è subito servito di un pezzo gigantesco, e poi ha fatto non solo il bis, ma pure il ter!
Mamy era contenta, non so se perché per una volta non ha dovuto cucinare o perché eravamo in sei "figli", quelli che lei aveva in mente quando si è sposata...
L'unica assente era la Molly, che non sopporta mia cugina e se potesse le darebbe un bel morsicotto :-P
La mia torta è stata apprezzata: avevo paura non fosse all'altezza, anche perché era la prima volta che la facevo. In settimana dovrei ripeterla, a grande richiesta, quindi seguiranno foto e ricetta ;-)
Il giorno dopo, la mia gastrite mi ha fatto vedere i sorci verdi, ma ne valeva la pena! Gran mangiata a parte, è stata una serata speciale: non capita spesso di essere così tanti durante la settimana, con un clima così rilassato e festaiolo. Dovremmo farlo più spesso...magari premunendoci di una lavastoviglie!
21 luglio 2008
Nella lista dei desideri
Ho visto questo libro nella biblioteca di G. e nel blog di .mau.
Mi incuriosisce davvero, ma c'è un piccolo problema: in biblio non ce l'hanno! ...e se mio padre mi becca con un libro sovversivo e comunista (lol) come questo, mi disereda per questa vita, si converte provvisoriamente all'induismo, mi disereda per tutte le mie prossime reincarnazioni, si riconverte al cattolicesimo e va a Santiago de Compostela in ginocchio per chiedere perdono per il peccato commesso per avere una figlia degenere come me :P
9 aprile 2008
No fly zone
A casa mia vige una sorta di coprifuoco, sacro ed inviolabile, che coincide con la pennica del dopopranzo. L'orario è variabile: nella migliore delle ipotesi va dalle 14 alle 15.30, mentre nella peggiore dalle 13.30 alle 16. +zzz+
In questa fascia post-prandiale ogni attività che provochi anche un minimo rumore è bandita. Chi osa telefonare o - anatema!- bussare alla nostra porta, riceverà una vagonata di saracche e come Goerge Clooney nel casinò di Andy Garcia avrà una croce rossa stampata in fronte di qui all'eternità.
Fino a poco tempo fa, ero anch'io un'habitué della pennichella: ora, per motivi a me ignoti, ho perso lo stimolo del sonno nelle ore diurne, nonostante certi mattoni che mi ritrovo a studiare...tanto meglio, dal punto di vista del rendimento scolastico. I problemi sorgono nel momento in cui vorrei unirmi al mondo esterno nel suo tran-tran: niente telefono, perché disturba. Niente caffè, perché faccio rumore. Uscire o entrare in casa solo prima o dopo l'ora X. Niente doccia, niente lavaggio di capelli, per carità! Se sono in mansarda devo restarci perché le scale fanno rumore, quindi devo ricordarmi di espletare le mie necessità fisiologiche prima di recarmi ai piani alti. Se volessi prendermi per tempo e arrivare in biblioteca giusta per l'apertura, fare quello che devo e poi tornare a casa, rubando il minor tempo possibile allo studio, non potrei: qualche volta mi sono rassegnata a partire con un'ora di anticipo e fermarmi in biblio a studiare, ma non sempre ne vale la pena.
Qualche volta mi sento intrappolata come Artemis Fowl nella stasi stregonesca e sento Grignani che canta c'è un mondo che va avanti anche se tu non ci sei (più)... Siamo sicuri che quello che sto bruciando sia incenso? +perso+
17 febbraio 2008
Indipendenza...
Mi ricordo una scena di Mamma, ho perso l'aereo, dove Kevin salta sul letto e grida " VOGLIO ANDARE A VIVERE DA SOLO! VOGLIO ANDARE A VIVERE DA SOLO! VOGLIO ANDARE A VIVERE DA SOLO!". Ogni tanto Spesso mi sento come lui, e alla mia età credo sia più frustrante, perché so che se ne avessi la possibilità sarei già in un qualsiasi appartamento lontano da qui. Le scelte che ho fatto, però, mi costringono a prolungare la mia permanenza sotto il tetto domestico, ma tante volte è dura fare buon viso a cattiva sorte, anche per il mio carattereaccio.
Credo che i tre anni idilliaci passati a Venezia peggiorino ancor di più la situazione, perché ho avuto la possibilità di conoscere una certa indipendenza: seppure in collegio, avevo libertà di movimento e di orari, e i limiti imposti non erano così fastidiosi.
Qui a casa, per quanto possa essere libera di fare quello che voglio, mi sento comunque intralciata nelle piccole cose quotidiane.
Mio fratello ha l'hobby di saccheggiare il frigo, prendendo di mira i miei yogurt. Il pc, pur essendo nella mia soffitta, viene regolarmente visitato dal fratello o dal papy, col risultato che c'è sempre qualcosa fuori posto. Il router è collegato al portatile del sopracitato fratello: se decide di spegnere il pc, spesso scollega anche il modem, così io sono fregata.
Anche la tv che ho qui non è tutta per me, ma viene costantemente manomessa: a volte va, a volte no, e non c'è modo di sapere cosa è stato spostato, perché puntualmente qualcosa sparisce.
Il dvd non è utilizzabile, dato che il cavo che lo collegherebbe alla tv è nella casa delle feste, a fare la muffa. E guai a chi lo tocca, perché l'ha portato là il signorino Sotuttoio.
Spesso mi ritrovo a far colazione in camera mia, perché il tavolo è occupato dall'onnipresente fratello.
Il mio ex-divano è ora proprietà del cane Molly, quindi se voglio guardare la tv, o mi stringo sull'altro divano con mamy - che chissà perché riesce ad occuparlo tutto, e non è così grassa- o devo accontentarmi di una sedia, non certo il massimo della comodità.
E poi il mio Apollo si chiede perché diavolo me ne sto rintanata nella mia torre: perché è l'unico posto in cui posso restare da sola. In silenzio. Perché se voglio musica sono io a sceglierla. Se voglio silenzio, non c'è nessuno che fischia, borbotta o parla col cane. Se voglio leggere non c'è il cane che piange perché vuole uscire o rientrare. Se guardo la tv, non c'è qualcuno che commenta ogni singola battuta. Se sto studiando, sono ben distante dal telefono e da chi con poco tatto si mette a blaterare nella tromba delle scale.
Qui a casa sono un gatto inquieto, pronto a scattare per ogni movimento sospetto. I rari giorni trascorsi lontano da qui peggiorano soltanto la situazione, dato che la libertà di cui riesco a godere mi rende ancora più pesante il ritorno in famiglia.
In questi momenti vedo tutto nero, mi sento in trappola e senza via d'uscita. So che prima o poi avrò un castello tutto per me, e poco importa se sarà solo un monolocale.