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6 maggio 2015

Ritorno al passato

A 10 anni dalla (prima) laurea e dopo 4 e mezzo dalla seconda, sono tornata in

terracqua veneziana. Era da un po' che mi frullava per la testa, come se sentissi il bisogno di fare i conti con quella parte di me che ho lasciato indietro, a costo di provocare un terremoto emotivo nel rimettere piede nel luogo in cui, forse per la prima e unica volta nella mia vita, sono stata veramente Io.
Svevo già provato a programmare l'incursione un paio di settimane fa, ma il prof con cui volevo parlare non poteva. Stavolta invece non ho avvisato nessuno (ça va sans dire, il prof di cui sopra nemmeno c'era).
Porto il pupo dalla nonna, recupero la micromacchina dai miei in previsione di un parcheggio zeppo, e mi dirigo alla stazione. Già i biglietti sono diversi da quelli di 5 anni fa, stampati con le macchinette del lotto, e da qui in poi è stata tutta una sorpresa.
Oddyo, il freddo artico del treno me lo ricordavo bene.
Scambio di messaggi con la cugina veneziana (una volta ero io, sigh), ci troviamo per un caffè? Vieni a San Luca. E dove cavolo è San Luca? Io che conoscevo Venezia a menadito, doppio sigh.
Arrivo a Santa Lucia, ma mi par di essere finita alla Nave de Vero, tutta un negozio fighetto dietro l'altro. Addio biglietteria col mosaico (ehi, dov'è finito il mosaico??), addio bar all'ingresso. Ora trovi un pianoforte, ne sentivamo proprio il bisogno.
Una volta sul ponte degli Scazzi c'erano abbulanti che vendevano i gattini a molla, o quelle cose modellabili colorate; ora ci sono i pakistani che ti fanno lo sgambetto col manico telescopico per i selfie. Ma andatevene tutti a farvi un tuffo nel canale!
Tonolo c'è, per fortuna, anche se non ho avuto il coraggio di rischiare la delusione di un bignè non all'altezza dei miei ricordi. C'è anche il barcarolo che vende la frutta, sempre allo stesso posto, dietro San Barnaba.
Sono passata al mio vecchio collegio, tutte le suore sono cambiate, è andata via anche Caterina che lavorava in amministrazione.
L'Accademia vecchia è stata un trauma: vedere il soffitto della mia aula di pittura con faretti moderni al posto degli sgangherati neon, per non parlare di quello che era il passaggio dal cortile di ingresso a quello Palladiano, tra le macchinette del caffè e le toilette, che ora è chiuso da una vetrata sciccosissima.
E Gino Panino? Dove sono finiti i tavolini di alluminio da 4 soldi? Perché c'è il gelato artigianale? E cosa sarebbe questa storia della divisa in bianco e nero? E i tavolini di marmo noooo!!
Poi arrivo agli Incurabili, dalle calli verso l'entrata posteriore, e vengo accolta da quel profumo inconfondibile di trementina, olio di lino e solvente.
Entro dall'ingresso principale e non solo trovo il vecchio portinaio, ma pure si ricordava di me ed è stato felicissimo di vedermi! Mi son commossa.
Gli studenti sono sempre uguali, e anche i corridoi sono il solito labirinto di tele e cavalletti.
Entro nell'aula di pittura, sento da lontano la voce del Capo, ma intuisco che è occupato. Una ragazza sta facendo fare un giro a degli amici, credo, e dice "di qua non possiamo entrare, c'è quello cattivo". Certe cose non cambiano mai.
Salgo in cerca del prof di anatomia, che dopo un bel po' di attesa scopro non essere in sede, amen.
Torno in aula di pittura, il Capo si è spostato e mi arrischio a metter dentro la testa. Mi saluta e mi fa pure accomodare, nonostante fosse a colloquio con tre studenti. Mi propone di riscrivere lo statuto, mi stava per scappare la battutaccia ma mi sono trattenuta...poi mi definisce "brava a disegnare, più restia a dipingere". Caspita, dirle prima 'ste cose no, eh? Tipo 12-14 anni fa?
Che strano, ritrovarmi timida e spaurita come alle revisioni del primo anno. Io che alla fine gli tenevo pure testa nelle discussioni.
È stato un incontro imbarazzato e breve, troppo breve. Mi sono un po' pentita di non essere rimasta, di non aver aspettato un secondo incontro.
Me ne sono andata con una gran malinconia, dopo aver salutato le modelle di pittura che pure si ricordavano ancora di me.
Lo schiaffo di emozioni che mi aspettavo non è arrivato. È stata una gita strana, ero io eppure non ero io. E sì, non ci si bagna due volte nello stesso fiume e blablabla.
A parlare col Capo mi son sentita un po' banale, sposata, faccio la mamma...quando in Acca ero combattiva e piena di sogni. Ci ho messo l'anima in tutto, non solo nello studio, ma anche come rappresentante degli studenti. Sono stati anni importanti, la prima Consulta, l'autonomia, la specialistica e il triennio. Ho partecipato a riunioni, collaborato a scrivere lo statuto, contribuito alle basi di quella che è oggi l'Accademia. Se la chiamo la "mia" scuola, è perché l'ho proprio fatta.
Dopo la laurea, non ho trovato altro per cui sentissi di poter combattere altrettanto, in cui mettermi anima e corpo, per cui provare la stessa passione.  L'ho voluta con tutte le mie forze. Con grande difficoltà sono riuscita ad emergere del mio blob personale e diventare me stessa. Per poi perdermi di nuovo appena varcato il portone.
Speravo di ritrovarmi, o di trovare almeno un pezzettino di quella che ero. Brillante, determinata, stimata.
Non è che non sono contenta di dove sono adesso, anzi, non rinuncerei per niente al mondo ad Apollo e Apelle. Ma mi manca qualcosa. Mi manco io.
Mi manca quella che avrebbe detto al Capo "questi studenti sono come eravamo noi, spaventati da lei perché non si sa mai se diciamo una parola di troppo o una in meno, se usiamo il termine corretto, se la nostra idea funziona o se la manderà su tutte le furie. E dopo aver passato anni col terrore di un confronto, ti ritrovi a sentirti rivolgere una verità che avresti pagato oro per conoscere allora. E capisci che è solo una facciata, e che la paura ci toglie la possibilità di crescere. A meno che non la vinciamo, come ho fatto io. Anche questa è una prova, e se ho iniziato pensando di dirle che sta sbagliando, ora che sono arrivata qua capisco che sta facendo bene. Per questo lei è il Capo". E avrei accettato quella sigaretta, puntualmente offerta e puntualmente rifiutata, solo per vedere che faccia avrebbe fatto.

Sono tornata a casa dopo un giro e quattro chiacchiere con la cugina veneziana. Nel portafoglio 10,40 euro di meno, un biglietto di andata e ritorno in un posto che mi sembra lontano anni luce ma che ad andarci scopro essere dietro l'angolo. Forse anche io sono lì, dietro l'angolo, tra gli oleandri e il profumo di trementina, ma ancora non lo so.

20 settembre 2012

Caccia all'uomo

Si avvicina la stagione della caccia e come ogni anno cominciano le proteste dei contrari, via lettere al quotidiano locale, condivisione di foto su faccialibro o manifestazioni varie.
Ora, premetto che non ho parenti o amici cacciatori e che l'unico motivo per cui sono favorevole alla caccia si è perso nella nebbia dei tempi, quando in prima elementare la maestra animalista ci ha proposto un micro-referendum sul sì/no alla caccia. Il risultato è stato 7 no e 2 ni - il mio e quello della compagna col papà cacciatore. Io avevo la motivazione al mio "ni" bella pronta, ma giustamente è suonata la campanella dell'intervallo, così mi è toccato rimandare il discorso. Altrettanto giustamente, con lo stomaco impegnato a digerire il panino con il prosciutto che avevo per merenda (non pensate a chissà che fatica, il panino mi stava in una mano!), non sono più riuscita a trovare le parole per spiegare il mio essere favorevole alla caccia al 50%. Purtroppo non è successo neanche a scoppio ritardato, così mi è toccato subire l'onta del "hai detto così solo perché l'altra è tua amica, gne-gne-gne".
Negli ultimi mesi, per motivi di lavoro, sono entrata in contatto con persone e/o gruppi di animalisti, tutti vegetariani e/o vegani: queste sono le uniche persone da cui accetto critiche e opposizioni alla caccia. Tutti gli altri dovrebbero starsene in dignitoso silenzio. Perché trovo ridicolo pronunciarsi contro una forma di morte, ma accettarne altre, molto più crudeli.
A questi contrari alla caccia che hanno il frigo pieno di carne chiedo se si siano mai informati delle condizioni in cui gli animali di cui si nutrono vengano allevati, o di come poi vengano uccisi. Fatevi un giretto in internet in cerca di notizie su allevamenti di polli, o sui macelli. Guardate a cosa sono costretti degli animali innocenti tanto quanto quelli che vivono liberi nei campi.
La bistecca di vitello te la mangi? Magari di gusto? E con che coraggio dici di no alla caccia?
Come pensi che lo uccidano il tuo vitellino? Con l'anestesia? Cantandogli una ninna nanna? Portandolo in un ambiente sereno e tranquillo?

Lungi da me fare proselitismi pro o contro qualcosa, ma mi piacerebbe che qualche volta la gente usasse la testa.
E sinceramente, piuttosto che un pollo, allevato in gabbie super-affollate, senza mai vedere la luce del giorno, nutrito con mangimi creati appositamente per farlo crescere più in fretta e senza malattie e infine ucciso senza pietà, preferisco mangiare un fagiano, nato e vissuto libero e all'aria aperta, morto sul colpo per una fucilata.

17 settembre 2012

Tutta sua madre

Quella volta che ho deciso di venire al mondo, la pancia di mammina non si è mostrata molto ospitale nei miei confronti e ha ben pensato di restare bella rigida per tutta la gravidanza. Io non credo di aver subito traumi (anche se certe cose si spiegherebbero :-P ) ma mamy si ricorda bene quei sette dico sette mesi passati a letto in assoluto riposo.
È una di quelle storie che ti fanno vedere solo il lato positivo della faccenda: niente spesa, niente cucina, niente pulizie, solo RELAX. Tutti  che ti viziano e ti coccolano - e chissà quanti libri si possono leggere in 7 mesi!

Quando è stato il mio turno, ovviamente la mia prima preoccupazione è stata "e se toccasse anche a me?" - ma mamy mi ha rassicurata. In effetti, la mia pancia si è sempre comportata benone, fino allo scorso sabato.
Di notte sento che qualcosa non va e mi ritrovo con un sasso al posto dell'utero. È durato poco, a farla grande 3 minuti, ma non è stato per niente piacevole.
Per tutta domenica la cosa si è ripetuta a intervalli regolari, e così il lunedì e il martedì. Bella scusa per non lavorare, ma avrei preferito di gran lunga il lavoro.
Mercoledì mattina mi fiondo dalla ginecologa, che mi tranquillizza a sua volta dicendo che sono contrazioni di prova, per allenare i muscoli in vista del gran giorno. Se non superano le dieci al giorno, una all'ora circa, è tutto regolare.
Giovedì, incredibile ma vero, non ne ho sentita una. Peccato che venerdì siano ricominciate, sabato è stato un inferno, ieri pure con picchi di tre nel giro di mezz'ora.
Così mamy mi ha messa a riposo assoluto (e io l'ho presa alla lettera, viste le due ore di sonnellino che mi sono fatta dopo pranzo).
Vago tra il letto e il divano, con un paio di puntate al tappetino per lo yoga che mi fa tanto bene - ormai io e supta baddakonasana facciamo coppia fissa.
Ringrazio il mio kindle che è stracolmo di libri, la tonnellata di lana che mi ritrovo da lavorare e il pc portatile (che non potrei troppo ma senza internet impazzisco).
Cerco di stare tranquilla e fare pensieri positivi, ma sotto sotto sono preoccupata per il pupo. Credo di non essermi mai sentita così impotente.

15 giugno 2012

Save 194

Da alcuni giorni imperversa su Twitter l'hashtag #save194: l'origine della protesta è la messa in discussione della legge che permette alle donne di abortire, legge che secondo alcuni andrebbe contro altre due leggi che tutelano la vita. E si ritorna così alla infinita disquisizione se l'embrione abbia  o meno il diritto di fregiarsi del titolo di "essere umano" o no, e se quindi l'aborto sia omicidio o no.

E qui si sbaglia. Perché non è in gioco solo la vita di tanti, troppi embrioni, ma quella delle loro madri.
Vogliamo tornare al tempo delle mammane e dei ferri da calza nell'utero? Che se le cose andavano bene, la donna restava sterile, se andavano male ci restava secca.
Non basta vietare una cosa per eliminarla dalla faccia della terra.
La droga è vietata.
La guida in stato di ebbrezza è vietata.
Eppure c'è chi continua a drogarsi e a bere alcolici prima di mettersi alla guida.

Qui è in gioco la nostra libertà. Nostra di donne e uomini. Perché carini si concepisce in due, ma tanti maschietti fanno presto a dimenticarselo. E tutto ricade sulle spalle della donna.
Tutto, non solo l'aborto eh: se sei uomo non ti vedi negare un posto di lavoro perché un giorno potresti diventare padre. Se sei uomo non ti vedrai mai costretto a dover scegliere se lavorare o mettere al mondo un figlio. Se sei uomo non dovrai mai trovarti nel dilemma "carriera o figli?".
Se sei uomo non ti rendi conto di cosa voglia veramente dire avere una vita dentro di te e decidere di porle fine. Se sei uomo non ti porterai questo dolore a vita.
Sarà una scelta, ma nessuno ha mai detto che sia facile. In troppi sono convinti che le donne affrontino l'aborto come un anticoncezionale. Mai è stata sparata cazzata più grande.

Sì, l'aborto è una vigliaccata contro una vita che ancora non è degna di tale nome, che non può difendersi, che non ha voce in capitolo. Ma dandole questa voce la si toglie alla madre. Questa è forse una giustizia più giusta dell'aborto?
Ok, al concepimento si era presenti in due e ci si augura entrambi consenzienti e coscienti. Quindi se si arriva ad avere una vita in grembo un "prima" c'è stato, un momento in cui dire "magari no, magari stiamo attenti, magari...". E però qualcosa succede, la vita comincia ma viene deciso di porvi fine: i motivi sono tanti e meritano tutti rispetto.

Credo che se davvero vogliamo fare qualcosa a favore della vita non sia quello di impedire un aborto.
Cancellare la 194 è come nascondere la polvere sotto il tappeto - qualcuno diceva "sepolcri imbiancati", tanto belli da fuori ma con i cadaveri in putrefazione dentro.
Bisogna intervenire seriamente affinché le donne non si trovino a dover scegliere - non impedire loro di farlo.
Il che vuol dire:
- più corsi di educazione sessuale nelle scuole, ma che siano seri, e farli fin dalle medie
- sostegno alle donne che non hanno un lavoro e che non possono permettersi di mantenere un figlio (i bambini costano caro)
- sostegno alle famiglie di precari
- sgravare i datori di lavoro, soprattutto delle piccole imprese, riguardo ai periodi di maternità delle dipendenti - sostituire una donna incinta costa due volte
- favorire il part-time e il telelavoro (caspita, siamo nel 2012, se non sfruttiamo internet adesso quando lo facciamo?)
- aumentare la presenza e l'aiuto in quelle famiglie con figli disabili: in troppi si trovano soli, come se non fosse già difficile crescere un figlio malato
- piantarla con la cultura della perfezione, piantarla di nascondere i disabili e di fare finta di non vederli. Perché se spaventa il dolore della malattia, spaventa altrettanto il pensiero degli altri: mio figlio sarà accettato o discriminato? Sarà felice o umiliato?

È necessaria una svolta culturale, seria e profonda: ci vorrà tempo, molto di più di quello necessario a cancellare una legge. Ma cancellare la 194 non risolverà il problema.

16 maggio 2012

Eclissi quasi totale

Non sono stata rapita dagli alieni, la mia segretaria non mi ha avvelenata con la cicuta e Apollo, purtroppo, non mi ha rapita per un giro intorno al mondo.
Ho trovato lavoro. Come nelle occasioni precedenti, anche 'sto giro è tanto lavoro e (fin'ora) zero soldi. Si aggiunga che devo ancora vedere uno straccio di contratto...e io sgobbo.
Inizialmente ero contenta: si parlava di pubblicizzare un sito tramite blog e social network, tutto per promuovere un evento. Poi mi sono trovata a metter le mani sul sito: prima wordpress.com con redirect a un dominio personalizzato, poi sito statico indipendente, poi di nuovo wordpress su spazio proprio. E la grafica, e i contenuti, e le estensioni, e questo e quello.
Mi divertivo davvero, è il mio mondo ed è un'ottima occasione per prendere mano con quello che sapevo solo in teoria.
Ora il css non ha più segreti, parlo in html e mastico php come noccioline.
Ho scritto "mi divertivo" perché da un po' non mi diverto più. Mancano completamente di organizzazione e metodo, non faccio in tempo a finire un lavoro che devo scombinare tutto perché nel frattempo c'è altro da inserire.
Il pc era la mia passione, non riuscivo a starne senza: ora pagherei pur di starci lontana. Se posso ritagliarmi 5 minuti per me, anziché scrivere qui o per la Stamberga scappo a rifugiarmi in un libro - che male non fa, ma tant'è.
Oggi incredibilmente sto respirando, ma non mi illudo che duri.
A presto, spero.

28 marzo 2012

Tu bi or not tu bi

Facciamo un'ipotesi: abbiamo un desiderio che vorremmo si realizzasse. Ho usato il verbo appositamente al riflessivo, per intendere che quel che potevamo fare l'abbiamo fatto, ora sta tutto al destino.
Nell'attesa del momento della verità, ci rodiamo il fegato come un criceto con una carota, il cuore si dedica all'imitazione di John Travolta al meglio della sua forma, le nostre viscere assomigliano sempre più al nodo di Gordio e la scorta di camomilla corretta valium cala a vista d'occhio.
Cerchiamo di concentrare il pensiero positivo sul nostro obiettivo, ma un dilemma ci assale: meglio immaginare un risultato positivo, uno negativo o niente del tutto?
Prendiamo un esempio pratico: desideriamo un pony.
Le moderne scuole di pensiero niueig incoraggiano alla visualizzazione positiva, perché solo così i nostri desideri si trasformeranno in realtà. Quindi eccoci a fantasticare sul nostro nuovo animale, sulla sua sistemazione, sulla frequenza delle nostre visite e scampagnate. Visualizziamo noi stessi alle prese con striglie e fieno, con finimenti e selle. Abbiamo già scelto il perfetto completo da cavall...pony-erizzo, e sgomberiamo una mensola per i futuri trofei.
Questo dovrebbe bastare a far avverare il nostro desiderio. Eppure la vita insegna che per quanto ci sforziamo di immaginare eventi futuri nel modo più realistico, comprendendo tutte le variabili possibili, una sorpresa c'è sempre, ed è pure spiacevole.
Così cominciamo a prendere in considerazione l'alternativa scout, estote parati. Ovvero, se qualcosa può andare storto, lo farà.
Ci prepariamo mentalmente all'eventualità che il pony non arrivi. Rimpiangiamo le lunghe passeggiate agresti, i pomeriggi pigri sulla groppa del nostro micro-cavallo, chiudiamo in uno scatolone con la naftalina il completo da cavallerizzo che ci eravamo mentalmente cuciti su misura. Ci rassegniamo alla fatalità della vita e alla morale di Verga.
Ecco quindi che il pony *non* arriva. E noi cominciamo a picchiare la testa contro il muro.
Perché il destino ci ha letto nel pensiero? Perché siamo stati negativi e allo stesso modo veniamo ripagati? Perché il mondo ci odia.

Fin qui, il pony non è arrivato. Abbiamo imparato che pensare il bene o il male non ha influenza sul corso degli eventi. Quindi la prossima volta non penseremo affatto.

Come quando ti dicono di non pensare a un elefante rosa. Complimenti, grande idea.
Durante il giorno non è poi così difficile, ha un lavoro e una casa da portare avanti, non c'è tempo per il pony. Tranne quando vai al bar e trovi lo zucchero in zollette. O quando il fruttivendolo ti offre carotine tenerissime. O quando...
La sera, però, all'ora della nanna, il gioco di fa duro. Leggi un po', poi spegni la luce, chiudi gli occhi, e zac!, immagini di pony ti si affacciano alla mente. Provi a deviare il corso dei tuoi pensieri, andando alla vacanza al mare di qualche anno fa. Immagini il tramonto, sulla spiaggia. Senti la brezza che ti sfiora il viso...no, non è brezza, è il fiato di un pony.
Uffa, ricominci da capo. Questa volta vai in montagna, sull'Ortigara magari, lassù ci sono solo pietre, sterpaglie e marmotte. E pony.
Ancora, un bel respiro, andiamo in immersione sulla barriera corallina del Mar Rosso: pesci pagliaccio, pesci arcobaleno, coralli, cavallucci marini...pony.

È una partita persa in partenza. Vorresti rinunciare a priori al tuo pony, per evitare tale tormento. Ma rinunceresti anche alla possibilità di averlo, quel pony.
Che vita grama, che grama vita...

13 gennaio 2012

La bussola d'oro

Ieri pomeriggio Apollo mi chiede di andare a sentire un suo amico suonare con il suo gruppo in un pub, uno dei pochi che ancora organizza musica dal vivo. Accetto giusto perché il divano negli ultimi tempi è fin troppo attraente e prima o poi rischio di venirne fagocitata. Per una volta evito di vestirmi con la prima cosa che pesco nel cassetto e pur indossando i soliti jeans scelgo un maglioncino carino e le scarpe col tacco.
Quando arriviamo il locale è già pieno; Apollo mi porta a conoscere il suo amico, poi adocchiamo un paio di sedie libere e ci infiliamo tra due tavolini.
Comincia la musica, punk "tascabile" l'hanno definito, perché quella sera il gruppo mancava di un elemento e hanno suonato più acustico che elettrico. Già dopo la prima canzone mi sarei alzata urlando "Dammi una lametta che mi taglio le vene - ploloploploploploploplo", non per la musica in sé, che anzi mi è piaciuta assai, ma per i testi, di un deprimente, ma di un deprimente che se ci dai troppo retta finisce per davvero che ti spari.

Vedrai, avremo ancora un posto per noi, lo avremo
Sì...con i vermi
E via discorrendo...

Con il boccale di birra in mano, la musica, le luci, la gente intorno, ho avuto un'illuminazione. Anzi, no, un aborto di illuminazione, una maieutica a metà, di quelle che fanno più male perché ti smontano per bene, mostrandoti la Verità, ma non ti mettono sulla strada per cambiare, per capire.
"Ho perso la bussola" - "Mi sono proprio persa"
Una volta mi è stato detto che potrei fare qualsiasi cosa volessi, da biochimica ad ingegneria aerospaziale - credo perché sono una capatosta, quel che mi metto in testa di fare lo porto a termine, costi quel che costi. Ok, grazie, il punto è *cosa* voglio fare. Non è che non abbia le idee chiare, ma è come se avessi sempre bisogno di qualcuno che mi tenga per mano.
Forse è colpa di quella volta che a 5 anni mi sono persa in spiaggia, che trauma! Non riconoscevo più il posto dov'ero, anche se ormai ci passavo davanti due volte al giorno; non mi ritrovavo con i nomi dei bar degli stabilimenti, che già sapevo leggere; non mi ricordavo più il nome del nostro stabilimento né della pensione. Ero terrorizzata. Sono entrata in un bar a caso, in lacrime e singhiozzi. Una ragazza gentile mi ha consolata con un gelato e dopo un po' vedo entrare mamy con l'O.F. in passeggino. Già a due anni rompeva le scatole, ha voluto un gelato pure lui - ma sono io che mi sono persa, non tu!
Quel senso di disorientamento, di tragica solitudine, di straniamento, non mi ha mai abbandonata. È stato come se avessi dovuto comprendere, ben prima di tanti altri, che le cose che hai ti possono essere tolte, che oggi sei qui ma domani chissà. E anziché farmi più forte, più sicura (ce l'ho fatta, sono tornata da mamy e papy) (e O.F., va bene...) l'esperienza mi ha traumatizzata così tanto da farmi sentire sempre come su una barca in mezzo al mare, senza riferimenti, senza bussola. Così seguo la corrente, vedo dove mi porta, e anche se fin'ora non mi posso lamentare, ho comunque l'impressione di essermi persa.

Il colmo è che ieri sera sono stata bene come non mi capitava da secoli. Non che di solito stia male, ma soprattutto ai concerti mi sento distaccata, con un'ansia di andar via e che tutto finisca, che mi rovina la serata. Spesso mi pare di essere un'estranea in mezzo a gente sconosciuta, guardo gli altri e mi vedo fuori. Invece ieri ero tranquilla, mi sono goduta la musica come rare volte, con la mia birra in mano e i pensieri sciolti, niente sonno, anzi sarei rimasta ancora ore, magari a parlare con il mio nuovo mito, un fotografo giovane che usava una polaroid anni '60, di quelle professionali, che sembrava Weegee. Mi è sembrato di tornare agli anni dell'Accademia, non so bene perché. E in mezzo a questa tranquillità mi è saltato in mente questo pensiero, di essermi persa da qualche parte. Ho cominciato a chiedermi se ho preso le strade giuste, o se invece sarebbe stato meglio fare altre scelte. Se anziché specializzarmi in restauro avessi frequentato computer grafica. Se avessi continuato a dipingere nel mio modo, invece che cercare di imitare qualcun altro. Se mi fossi messa più in gioco al corso di fotografia.
So che con i se non si ottiene niente, eppure credo che lì, da qualche parte, in mezzo alle tante strade che ho imboccato scartandone altre, ci sia quello che sto cercando.
Forse avrei bisogno di un po' di isolamento totale - via telefono, via computer, via internet, via tv, via tutto - per vedere di cosa sento la mancanza, il bisogno più assoluto. Perché quando hai troppi stimoli finisce che combini poco o niente.
Sospeso in bilico
a che distanza sono da quello che vorrei?
[...]
Sai mi sembra tutto...
[...]
sospeso in bilico
Chiamate la neuro, ché è meglio.

7 ottobre 2011

Più figli meno crisi?

Sull'Avvenire di ieri compare un articolo relativo alla proposta presentata dal cardinal Bagnasco "Il cambiamento demografico": sua Eminenza ritiene che una società senza figli sia destinata a impoverirsi culturalmente e sia diretta verso un suicidio demografico; aggiunge anche che il problema della scarsa natalità è un fatto culturale e non solo economico.

Eminenza eccellentissima, con tutto rispetto: è tanto facile parlare da scapolo, senza alcuna preoccupazione di carattere economico e senza avanzare proposte costruttive per cambiare la situazione, se non "incoraggiare nuovi modelli di solidarietà interfamiliare e intergenerazionale, facendo in modo che i genitori non si sentano abbandonati proprio dalla società che contribuiscono a tenere in vita". Grazie tante, Eminenza, con rispetto parlando.
Quella volta mi hanno detto che avevo "testa" e che avrei dovuto studiare: sono cresciuta con la parabola dei talenti raccontata a mo' di lavaggio del cervello, quindi ho cercato di investire in questo talento. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno mantenuta negli anni di studio, anche se talvolta penso che non sia stata proprio una fortuna, e poi spiegherò perché.
Tra un lavoro, un corso e l'Accademia, mi sono laureata a 27 anni: per un anno ho cercato lavoro inerente ai miei studi, invano. Ho quindi preso la decisione di trovare un part-time qualsiasi e proseguire gli studi di specialistica. Le cose non sono andate esattamente come speravo e per motivi indipendenti dalla mia volontà: sta di fatto che ho terminato gli studi a 32 anni. Ormai è passato un anno e ho lavorato, sottopagata, per brevi periodi. Per fortuna ho un marito che qualcosa porta a casa, ma ci basta appena: ci sono sempre i genitori a disposizione ma con che coraggio gli si chiede aiuto, a 33 anni suonati?
Non sono certo una che fa la preziosa, ho risposto ad annunci per lavori che non c'entravano assolutamente con i miei studi, ma si fa: nonostante le mie competenze, nonostante il mio curriculum di tutto rispetto, non ho ricevuto mai risposta.
Così eccomi qui, a lottare con le crisi di maternità e con un orologio biologico che urla il suo tic-tac. Rimpiango di aver ceduto alla tentazione di rinunciare a un lavoro (in libreria!) perché mio padre si è offerto di mantenermi fino alla laurea: ora avrei qualcosa da parte, magari avrei continuato a lavorare, chi lo sa. E invece in mano non ho niente. Le prospettive non sono serene: chi al giorno d'oggi fa un contratto a tempo indeterminato a una donna? Con il rischio che si metta a sfornare figli?
Un figlio non lo puoi fare a progetto, né a tempo determinato: lo fai e te lo devi tenere a vita. Costa metterlo al mondo, costa mantenerlo, costa farlo crescere e studiare.
Non abbiamo grandi pretese, Eminenza: non vestiamo abiti firmati, non andiamo al ristorante, se va bene mangiamo una pizza al mese con gli amici; niente viaggi, se non quella settimana di vacanza una volta l'anno, spendendo il meno possibile, o qualche finesettimana a casa dei suoceri in montagna. 10 euro al mese di telefono non mi sembrano tanti, 20 euro di internet, meno è difficile. La spesa al discount, qualche extra si fa ma niente eccessi. C'è l'affitto da pagare, e le spese, e la benzina che aumenta sempre di più, ma non sempre è possibile lasciare a casa la macchina.
Io sono scoraggiata, Eminenza, e credo di non essere l'unica: viviamo in una società in cui la maternità è una malattia e non è il punto di vista dei potenziali genitori, questo. Lo so anch'io che è necessario un cambiamento, ma non serve a nulla fare bei discorsi, Eminenza. Le parole non aiutano: dette da lei, con tutto rispetto, suonano anche ridicole.

31 agosto 2011

A.A.A...rgh!

Sono ventitré giorni che non scrivo, in pochi altri periodi ho trascurato così tanto il blog e di conseguenza me stessa. Perché non è che scrivo solo per voi. Vi voglio tanto bene e lo sapete, ma quando ho iniziato ero io da sola e mi divertivo tanto quanto adesso: ergo, scrivo per me. Se poi c'è qualcuno di così pazzo da apprezzarmi, non posso che gioirne.
Comincio seriamente a chiedermi come facciano altri colleghi blogger, a lavorare otto ore al giorno e a trovare ilo tempo di scrivere. Perché io non ci riesco. Fossi in uno studio per conto mio forse sì, cinque minuti qua e là di pausa si trovano sempre: ma lavorando in open space con il monitor al pubblico ludibrio non è proprio possibile scrivere dei cavoli propri.
Che stress di posto che ho pescato: in sei, tutti nella stessa stanza, con il capo che lavora sulla chaise longue, non uno che si alzi per una pausa. C'è la cucina, è vero, e possiamo farci il caffè, ma lì dentro non toccherei una tazza neanche con i guanti triplo spessore.
Un collega osa alzarsi e fare una capatina dalle mie parti ogni tanto, in coincidenza delle trasferte del capo nell'altra stanza, il che non mi fa pensare bene. Caspita, non solo è provato che una pausa rende più produttivi, ma è anche previsto per legge. E invece no, duri davanti al pc fino alla morte.
Ogni tanto mi sento al limite dell'implosione e se non implodo ho il terrore che potrei esplodere.

Poi i pensieri iniziano a confondersi, non trovo le parole e quello che scrivo non ha senso. Allora è meglio se vi auguro la buona notte: a presto risentirci, spero.

21 aprile 2011

7/52 - Io non cerco, trovo

Citazione attribuita a Picasso, che in realtà sembra avesse usato altre parole: il significato non cambia.

7/52 - Io non cerco, trovo

Su 8 foto fin'ora pubblicate (la 2/52 ha un bis) 4 sono in bianco e nero: mi è sempre piaciuto, forse anche più del colore. Mi piacciono i contrasti, le luci bianchissime e le ombre nere. Ma soprattutto mi ricorda di quell'anno passato in camera oscura dal nonno, con lui che sbraitava ordini e non voleva lasciarmi imparare - perché per imparare bisogna tentare e a volte pure sbagliare.
Quando sarò ricca e famosa, ma anche solo ricca, avrò una casa con una camera oscura tutta per me: e riderò dei ricordi di quella allestita nella cantina dei nonni, nel sottoscala angusto, con i sacchi della spazzatura alle finestre.

E anche questo si aggiunge alla dose di nostalgia di ieri, quando ho frugato nel mio archivio dell'Accademia: disegni, incisioni, foto... Qualche volta ho l'impressione di essermi smarrita, di aver preso una strada che mi ha portata lontano da quello che mi piaceva fare. Non che la storia dell'arte, e il copywriting e tutti gli annessi e connessi, non mi piacciano. Solo che mi manca da morire l'inchiostro sotto le unghie, i vestiti sporchi di colori a olio e il gusto di diluente che ti si appiccica alla gola.
Potessi trovare un lavoro che unisca pittura, fotografia, incisione e computer grafica e scrittura, ci metterei la firma per la vita.

31 marzo 2011

A.A.A. cercasi Pollon disperatamente

Necessito con urgenza della piccola Pollon e del suo "sembra talco ma non è", perché da venerdì non me ne va bene una.

  • Vengo tamponata e l'assicurazione mi fa intendere che potrebbero non risarcirmi.
  • Il mio ormai ex-capo mi paga quasi la metà di quello che avrebbe dovuto.
  • La collega dell'ex-capo ha capito male, quindi la mia prima metà del compenso è stata ulteriormente decurtata e per il resto devo aspettare un altro mese.
  • Vado ad aggiornare il curriculum presso un'agenzia di lavoro e la tizia me ne dice di tutti i colori perché il mio cv è troppo creativo e "anche gli studi di grafica non amano questo tipo di presentazione".
  • Il mio pc fa i soliti capricci che ormai mi stanno stufando, ma devo portare pazienza ancora un bel po' prima di potermene prendere uno nuovo. 

Stamattina sono passata dai nonni: in cucina hanno un calendario giornaliero con un proverbio o un aforisma e quello di oggi diceva più o meno che bisogna guardare a ciò che si ha, non a quello che si vorrebbe, perché solo così si può essere felici. (È un proverbio irlandese, ho chiesto all'Oracolo ma non mi ha dato risultati)
Allora provo a guardare il bicchiere mezzo pieno:
  • Dall'incidente sono uscita tutta intera e la macchina non ha nemmeno un graffio
  • Il mio ex-capo mi paga.
  • Il resto dei soldi lo vedo comunque.
  • Il mio cv creativo è stato assai apprezzato da più di uno studio di grafica - e qualcuno mi ha scritto solo perché è rimasto positivamente colpito.
  • Il mio pc a pedali funziona, è discretamente veloce e so che se trovo il bandolo della matassa riuscirò a sistemarlo per bene. 

E poi è primavera! Con delle giornate come oggi, come si può essere tristi? B-)

17 febbraio 2011

La mia vita da precaria

Faccio la copy per un'agenzia pubblicitaria che mi paga a complimenti, ma con questi non mangio.
Faccio la grafica per gli amici blogger del Ghetto dei Lettori e certo a loro non chiedo un soldo.
Faccio l'editor per una scrittrice alle prime armi, mia sponte e ovviamente senza compenso.
Ho un altro paio di proposte di collaborazione, anche queste gratis et amore dei.

Ho inviato non so quanti curriculum, risposto a numerose ricerche e ho ricevuto solo risposte negative, *se* le ho ricevute.
Oggi sono triste e vedo tutto nero.
Domani è un altro giorno.

10 febbraio 2011

Sogno o son desto?

Ricordo una sera d'estate di almeno vent'anni fa (fa una certa impressione scriverlo, datemi un momento ché mi ripiglio): in una delle rare occasioni in cui sono riuscita a parlare a mia madre di me, le ho chiesto se fosse normale sognare ad occhi aperti. Perché io non è che mi limitassi a fantasticare ogni tanto, no, praticamente mi ritrovavo a inseguire i miei sogni in ogni momento libero, tanto che qualche volta mi trovavo a chiedermi se una cosa fosse successa davvero o me la fossi soltanto sognata.
Mamy mi ha tranquillizzata, così io ho proseguito imperterrita con le mie visioni. Ho avuto qualche problema in terza media, perché mi facevo prendere la mano, complice il fatto che ero la secchiona della classe e per la maggior parte del tempo mi annoiavo a sentire cose che già sapevo: le strigliate della mia prof di italiano sono incise per bene nella mia memoria.
Negli anni me ne sono inventate di cotte e di crude, prendendo ispirazione dalla vita reale (semplici variazioni sul tema, per la serie "cosa sarebbe successo se..."), dai film o dalla musica (ed ecco Michael Jackson che si trasferisce nella villa a due passi da casa mia), dai romanzi (sono stata pirata, vampira, cheerleader e giustamente internata in manicomio).
Quella volta che ho costretto mamy a letto per sette mesi perché non ne volevo sapere di starmene buona nel pancione, lei si è vendicata leggendo Georgette Heyer, che scriveva romanzi simil-Harmony ambentati nell'Inghilterra della Reggenza: il risultato è che la mia mente bacata scivola fin troppo spesso nel melenso, pertanto dubito che sarei in grado di trascrivere i miei sogni in qualcosa che sia minimamente potabile, senza provocare carie istantanee.
La famosa sera d'estate, mamy mi aveva detto che prima o poi i sogni ad occhi aperti sarebbero finiti, perché io sarei cresciuta. Pensavo si sbagliasse, perché ho continuato con le mie fantasticherie ben oltre la maggiore età: sono diventate una forma di meditazione-astrazione dalla realtà, utili a sfogare rabbia repressa, a cercare una distrazione o anche soltanto ad addormentarmi. Non ricordo un solo giorno in cui non mi sia concessa un momento di delirio ad occhi aperti. Fino alla settimana scorsa.
Da un giorno all'altro i miei sogni sono spariti, il piacere di immaginare situazioni nuove è svanito, la sicurezza delle variazioni su temi vecchi se n'è andata. Puff.
E ora mi sento come se avessi perso un pezzettino di me.

Se il sogno muore, che ne sarà del sognatore?  (Arthur B. Chandler)

1 febbraio 2011

Immaturi

L'incubo di ogni ex-studente che abbia superato la maturità si avvera: per un cavillo burocratico, ad anni di distanza, l'esame non è più valido e il malcapitato deve sostenerlo nuovamente.
Un cast a metà tra la televisione e il cinema inaspettatamente riesce a tenere in piedi il gioco fino alla fine: il film mi è piaciuto così tanto che tornerei a vederlo ancora.
Gli amici del liceo che si ritrovano dopo tanto tempo e riscoprono di essere ancora legati: nell'era di Facebook, di questo non c'è nemmeno l'ombra. Il contrario di quello che succederebbe a me, se mi trovassi nella stessa situazione.
Premessa: ho frequentato il liceo in due scuole diverse, la statale (tre anni) e la parificata (ultimi due anni con maturità). Se fosse stato per me avrei fatto direttamente una scuola completamente diversa, ma gli augusti genitori hanno deciso "Classico", e non c'è stata via di scampo.
Dei compagni di classe della statale ho due amiche non solo con la A maiuscola, ma anche con tutte le altre lettere: eravamo compagne di banco il primo anno e siamo ancora legatissime. Con il resto della classe non ho mai avuto rapporti profondi, se non con un altro paio di compagne, ma con il tempo ci siamo perse di vista. I cambiamenti tipici della crescita ci hanno rese quasi estranee e i ricordi del liceo non sono così belli da tenere in piedi l'amicizia. Escludiamo altre due o tre persone, buoni rapporti ma niente di stratosferico, e mi resta una manciata di emeriti stronzi.
Prendiamo la secchiona, per esempio. Già il primo giorno di scuola avrei dovuto capire come avrebbe buttato: ci conoscevano già dalle medie, pur non essendo della stessa scuola, e io ingenuamente confidavo in lei per sentirmi meno sola e indifesa nella nuova avventura. Brava fessa, illusa che avremmo diviso il banco, sono rimasta con un palmo di naso. Col senno di poi posso dire di essere stata fortunata, ma quel preciso momento di lei che mi volta le spalle quasi deliberatamente non me lo scordo. Vogliamo parlare dei compiti per casa che passava in brutta copia appositamente sbagliata? O quelli in classe, che non passava affatto e che se osavi chiedere aiuto ti faceva sgamare? Povera ingenua, non ha mai capito che quello che hai imparato non lo puoi perdere. Con l'arrivo di Faccialibro sembrava pretendere che fossimo grandi amiche: è pure stata qui, nell'Antro, e magari mi legge ancora. Tanto non si riconoscerà mai in quello che scrivo.
Tutto sommato, la sua richiesta di amicizia non sarebbe così fuori luogo, visto che qualcosa della mia esistenza la sa: ma gli altri, quelli che non mi hanno mai cag*ta di striscio? Per anni mi ignori e poi pretendi di chiamarti mio amico? Ecchissene che sia solo un'amicizia virtualmente dichiarata!
Sì, organizzate una bella rimpatriata: io non potrò partecipare, per quel giorno avrò un impegno improrogabile. E se per assurdo fossi costretta a presenziare, porterò la mia specialità: torta allo stramonio e succo di cicuta.

Dell'altra classe ho ricordi migliori - e l'essere passata a ricoprire il ruolo della secchiona che passa sempre i compiti e non rifiuta mai un suggerimento ha sicuramente giovato. Certo non ha aiutato il fatto che provenissimo tutti da istituti diversi e che ci fossimo inseriti in momenti successivi: mancava la coesione tipica di una classe di scuola superiore, eravamo più degli individui che si sono trovati a precorrere un tratto di strada insieme. Quello con cui ho legato più di tutti, e forse anche l'unico, è il più volte citato amico attore: ecco, se dovessimo per disgrazia ripetere l'esame di maturità, pretenderei un giusto compenso alla mia disponibilità di fornitrice di compiti. Da scema non ne ho approfittato abbastanza, e avrei anche potuto visto che l'alternativa, per lui, era arrivare a scuola impreparato.

Non sarebbe affatto come nel film, nemmeno lontanamente. O pugnali alle spalle o indifferenza totale. Bah, per fortuna certe cose succedono solo al cinema.

28 gennaio 2011

Nemesi/2

La Pizia, di tanto in tanto, è solita indulgere ai vizi. Per lo più si tratta di innocenti concessioni che dovrebbero essere garantite per legge: la Nut*ella e i dolci in genere, il latte caldo con l'orzo, la birra, la liquirizia (quella alcolica, s'intende), il piumone davanti alla tv.
Talvolta capita però che venga presa da degli attacchi di demenza precoce quanto temporanea e che di conseguenza si dedichi alle bionde. Nè signorine né birre, ma sigarette. Si trattasse di quelle della signora Maria che fa Giovanna di secondo nome potremmo anche essere comprensivi, invece no, la Divina preferisce quelle del signor Cowboy-a-cavallo-che-cavalca-nel-tramonto. Presente, no? Welcome to M** Country.
Oggi è stato uno di quei giorni, cominciato male e proseguito anche peggio.
Ieri sera corso di ballo con Apollo: la lezione finisce giusto in tempo per concedere ai due di raggiungere il multisala e approfittare della tessera The Magic Number che regala loro un biglietto a settimana. (Del film è probabile scriverò più in là, mi sta facendo riflettere: si tratta di Immaturi e mai avrei pensato di esclamare, a titoli di coda, che bel film!) Tra una cosa e l'altra, la Pizia si mette sotto le coperte all'una passata: vuoi per il libro osceno (anche di questo scriverò), vuoi per l'ora diversa dal solito, vuoi perché aveva la luna storta, fino alle tre se n'è rimasta praticamente sveglia. Non pimpante, ma in uno stato molto vicino al dormiveglia, in cui ti rendi conto di non essere addormentato e del tempo che passa e che non è per niente ripostante. Le poche ore di sonno vero sono state disturbate e il risveglio, di conseguenza, ha provocato il classico attacco da lancio della sveglia. Con la sua notoria forza di volontà, la Pizia si alza e si reca al lavoro, arrivando pure puntuale nonostante il proposito di prendersela comoda - la scusa c'era eccome.
Al lavoro il capo non c'era: una collega le accenna a un testo da preparare, ma prima si sarebbe dovuto procedere con l'impaginazione per capire in che modo svolgerlo. La Pizia si dedica ai cavoli propri per gran parte della mattinata, rimuginando sul fatto che avrebbero potuto avvertirla e che di conseguenza se ne sarebbe stata volentieri sotto le coperte a recuperare il sonno perduto.
La collega tabagista è stata una tentazione non indifferente, condita con il lavaggio del cervello dei suddetti Cowboy-a-cavallo-che-cavalcano-nel-tramonto che ha convinto milioni di persone che il fumo rilassa e scarica la tensione.
Capo arrivato, disguido spiegato, lavoro iniziato: a ora di pranzo la povera Pizia era cotta di sonno e di accumulo di inanità quindi prende armi e bagagli e se ne torna alla magione. Pranzo al volo e via sotto il piumone.
Sonno e sogni agitati, conditi da un subconscio senso di colpa per la bionda che ha creato imamgini non proprio serene. Al risveglio, uno strano sapore in bocca, come di sciacquatura di posacenere.
La Pizia sta meditando di brevettare una tecnica ipnotica che restituisca la stessa sensazione al fumatore pentito: successo assicurato.

23 agosto 2010

Rancore

Qualche anno fa ne hanno fatto pure un film, il cui titolo in Italia non è stato ovviamente tradotto: era "The Grudge", che ammetto fa pensare subito a un'entità concreta seppur soprannaturale che la parola "rancore" da sola non evoca. Il film non mi ha fatto né caldo né freddo - nonostante il ragazzo che mi aveva invitata a guardarlo avesse sperato mi terrorizzasse onde trovarmi aggrappata a lui per tutto il tempo XD - ho trovato quantomai azzeccato che un sentimento fosse così morboso da impregnare una casa, riversarsi sugli occupanti e condizionarne la vita.
Il rancore è perfido e subdolo, ti si infila sotto la pelle e non riesci ad estirparlo in nessun modo, anzi, più ci provi più lui si nutre della tua frustrazione. Si gonfia come un soufflé e si espande con i suoi pseudopodi in ogni pensiero cosciente o meno. Qualche volta raggiunge lo stomaco, che stringe in una morsa tenace. E la rabbia e il senso di impotenza verso la coscienza di non poter agire, perché nulla è abbastanza, corrodono tutto ciò che sventuratamente entra in contatto con la bestia nera del rancore.
Vorresti trovarti davanti all'oggetto del tuo odio e urlargli in faccia ogni oscenità possibile e oltre l'immaginabile. Vorresti consumare ogni chiave in tuo possesso sulla carrozzeria della sua auto, riducendola a una maniera nera di Goya. Vorresti vederlo strisciare implorando pietà e mostrando il proprio pentimento con un gatto a nove code che si percuote sulla schiena come i flagellanti del Medio Evo. Mille e non più mille, questa è la tua vendetta.
Ma dopo notti insonni trascorse a progettare metodi di tortura adatti alla situazione e a inventare discorsi che sono possibili solo nell'immaginazione, con lo stomaco a rischio ulcera e le mandibole slogate a forza di digrignare i denti, arriva la Luce.
Mentre tu eri impegnato a odiare con tutte le tue energie, e l'odio ne richiede parecchie, l'oggetto del tuo disprezzo continuava tranquillo la propria vita, ignaro dei tuoi piani di vendetta irrealizzabili e nemmeno lontanamente scalfito da cotanto rancore. Probabilmente si è anche dimenticato, nel frattempo, di aver causato tale sentimento, o, ancora peggio, non l'ha neanche mai immaginato.
In questa bolgia infernale, chi ci ha rimesso sei solo tu. Sai benissimo che se decidessi di prendere un metaforico fucile, caricato con gli insulti da tempo studiati, e farti trovare davanti casa sua per rovesciargli contro tutto il tuo disprezzo, otterresti solo di metterti in ridicolo. Anziché il tanto perfidamente desiderato "pietà!", dalle sue labbra uscirebbero due taglienti parole: "e allora?".
Allora devi metterti il cuore in pace e perdonare. Sembra costare tanto quanto le dodici fatiche di Ercole messe insieme e moltiplicate per sette. Senti che al confronto le fiamme dell'inferno sono appena tiepide. La sola idea provoca conati di vomito peggio di quelli delle montagne russe. Ma quando riesci a mettere fine al tuo rancore, capisci che è giusto così. Che quel che è stato è stato. Che perdere sonno salute serenità non è servito a nulla, se non a generare altro male, e l'unico a rimetterci sei stato tu.
Dopo tanto tempo, finalmente torni a respirare. Ti rendi conto che a Ercole non avrebbe fatto un baffo, che le fiamme erano solo un ologramma e la nausea semplicemente psicosomatica. Sei ancora vivo, e stai meglio di prima. Ti senti così leggero che pensi di avere bisogno di una zavorra per restare con i piedi per terra.
Un sorriso si allarga sulle tue labbra e ti fa assomigliare allo Stregatto. Perché la vendetta è facile, ma il perdono non se lo aspetta nessuno. Ed è molto più chic. Noblesse oblige.

I believe forgiveness is the key to your own happiness
(Affirmation, Savage Garden)

20 luglio 2010

Faccialibro

All'inizio non ne volevo sapere, poi Apollo mi ha contagiata e adesso sono sempre collegata. Avrà i suoi difetti, non lo nego, ma mi piace perché ho ritrovato la mia amica di penna dell'Indonesia, e le compagne di collegio di Torino, e spero di ritrovare anche altre persone che ho avuto la fortuna di conoscere e che ho perso di vista e di indirizzo (maledette le poste egiziane, non conto più le lettere che mi sono tornate indietro).
Certo è che qualche volta sconvolge: a quanti non è mai capitato di essere presi dalla curiosità di cercare una persona particolare, solo per vedere che faccia ha oggi? O la cotta del liceo, o il compagno di banco delle medie, o l'amica delle vacanze.
Ecco, io oggi ho cercato la mia prima cotta delle superiori: che sbandata mi ero presa per lui! E nemmeno gli avevo mai rivolto la parola -.-'
Nella sua foto del profilo c'era un bimbo carinissimo: suo figlio.
Non so se sono più contenta per lui o più sconvolta per il tempo che passa. Bah.

La prossima volta fai la tesi, ché è meglio! (cit.)

11 maggio 2010

Sogni e conflitti/2

Sabato è stato il Gran Giorno, non per me e Apollo, ma per una coppia di amici: le mie previsioni hanno sbagliato di poco, la pioggia infatti non è scesa durante la cerimonia, ma ci ha accompagnati lungo il tragitto fino al ristorante. Chiamatemi Signora Caroselli ;-)
I miei pronostici per la giornata non sono stati altrettanto azzeccati, e lo dico con soddisfazione, dato che immaginavo uno scenario di desolazione e solitudine: conoscevo solo gli sposi, e tra gli invitati altri due amici di Apollo, con cui però in precedenza avevo scambiato sì e no tre parole. La cerimonia si sarebbe svolta al mattino e, memore di altre feste nuziali, ci si aspettava un pranzo luculliano e interminabile, con festa al seguito fino a notte fonda. Apollo meditava di fermarsi fino a tardi, io progettavo una fuga da attuarsi nel tardo pomeriggio al massimo; non avevo nessuna intenzione di starmene in un angolo, sola soletta, ad ascoltare le chiacchiere tra amici, per me perfetti sconosciuti. Il momento di maggior panico si è verificato all'ingresso del ristorante, dove mi sono accorta che, anziché trovarci in una gran tavolata, Apollo e io saremmo stati relegati in un tavolino da quattro, di cui un commensale mi era praticamente sconosciuto.
Con un sorriso rassegnato prendo posto, ma all'arrivo dei compagni di merende mi sono subito ricreduta: tra noi quattro e i nostri vicini non sono mancati gli scherzi e le battute, in un'atmosfera di giovialità e amicizia che non capita spesso - soprattutto ai matrimoni, dove si tende ad essere un po' più seriosi.
D., il commensale sconosciuto, dovrebbe ringraziare la mia buona educazione, che mi ha impedito di piantargli un coltello (da pesce) nel cuore, o di spaccargli la testa contro un muro: ho scoperto che aveva iniziato gli studi di psicologia, e che si era innamorato della psicanalisi freudiana. (No, non è questo il motivo della mia furia omicida: credo che la psicanalisi sia un interessante modo di conoscenza di sé, anche se non la considero una terapia vera a propria.) D. si è scoraggiato di fronte allo scenario prospettato da un docente, che informava della durata e soprattutto del costo che avrebbe comportato uno studio del genere. Con le tariffe che hanno gli psicanalisti oggi, i costi si sarebbero potuti ammortizzare nel giro di un paio di mesi, ma vabbè.
Quello che mi ha fatto incavolare, oltre all'abbandono di un obiettivo in cui D. sembrava credere, è stato che lui avrebbe potuto essere un ottimo psicologo, perché ce l'ha nel sangue: non solo sa ascoltare, il che è già un buon passo, ma soprattutto sa porre domande che vanno dritte al cuore della questione, riuscendo a portare l'interlocutore sulla strada giusta, sulle sue proprie gambe.

Ognuno di noi ha un dono, ma soprattutto ognuno di noi ha dei sogni: se rinunciamo ad essi, cosa ci rimane? Forse io sono ingenua, forse invece conosco il vero valore dei sogni perché per 5 anni sono stata intrappolata in una scelta imposta da altri, e ho giurato a me stessa che mai più avrei permesso a qualcuno di tarparmi le ali.
Credo che i sogni si possano realizzare, perché i miei lo hanno fatto: mi sono costati tanto lavoro, tanti sacrifici, tante lacrime, tanto sudore, ma alla fine ce l'ho fatta. Ammetto di essere stata fortunata ad avere dei genitori disposti a sostenermi, ma ho visto anche tanti miei compagni e amici farcela sulle proprie gambe.
Io non ho il talento dell'artista, eppure sono riuscita a laurearmi con un voto che ha superato ogni mia aspettativa (109! e di più non potevano darmi): e quindi mi fa incazzare vedere che chi ha un talento lo butta via, per ostacoli che possono sì scoraggiare, ma che in realtà possono essere superati o aggirati.
Il più grande impedimento alla realizzazione dei nostri sogni siamo noi stessi: ma continuo ad essere convinta che solo credendoci davvero, mettendoci l'anima, prima o poi si avvereranno. E anche se ciò non accadesse, almeno sapremmo che ci abbiamo provato: è meglio combattere e perdere, che ritirarsi senza aver giocato tutte le carte.
Sono realista: ho il terrore di quello che succederà dopo la mia laurea, perché mi rendo conto che gli studi che ho intrapreso non sono proprio i più richiesti, e in aggiunta c'è pure esubero di laureati. Cosa farò, non lo so: ma so che se anche dovessi andare a lavorare in banca, lo farò con la coscienza di aver provato a realizzarmi per quella che sono. E so anche, memore delle esperienze passate, che in qualche modo dovrò trovare uno sfogo alla mia creatività che preme: di modi per farlo ce ne sono un'infinità, e ho già un bel blog, un lavoro non pagato come amministratore di Wikipedia, e la danza. In qualche modo sopravviverò, e continuerò a lottare per realizzare gli altri sogni che ho ancora nel cassetto.
Ma mollare no, mai.

5 maggio 2010

Sogni e conflitti

Ho appena letto questo post: mi trovo d'accordo in tutto.
Se mai mi laureerò, mi farò in quattro per trovare un lavoro che si possa svolgere (anche) da casa.
Utopia, pura e semplice. Ma lo dicevo anche per l'Accademia :-P

La Pizia vorrebbe tanti bei PiziucciApollucci,
ma per il momento deve accontentarsi di Wally.

29 gennaio 2010

Il giorno del giudizio

La data dell'ESAME* (tutto maiuscolo perché solo l'iniziale non basta) è sempre più vicina, e io sono sempre più nevrastenica.
Vivo sulle montagne russe dell'autostima: dalle manie di onnipotenza (so tutto!) alla paranoia da nota trascurata (non so niente!).
Le mie notti sono farcite da incubi di treni persi, date d'esame sbagliate e/o spostate, persone che mi mettono i bastoni tra le ruote solo per il fatto di esistere: aggiungo anche i risvegli tanto improvvisi quanto immotivati, causa di tachicardia da infarto. Ho preso l'abitudine, al mattino, di prepararmi la caffettiera da sei, che mi faccio fuori in due tornate.
Nello scomparto dei medicinali ho una scorta di fosforo che mi basta fino alla laurea e so che avrei già tentato la strada della toro rosso se non sapessi che creerebbe interferenze alla mia tiroide già balenga di suo.
Mercoledì e giovedì ho trascorso ore intense in biblioteca: mi chiedo come mai qui a casa sbadiglio ogni tre per due, mentre là procedo a carrarmato anche senza ricarica energetica - sì lo so che non fa bene saltare lo spuntino e soprattutto il pasto, ma è andata così, e tanto meglio. Ovviamente, tornata a casa ero completamente rintronata, con attacchi di logorrea che hanno spinto Apollo molto vicino a darmi una padellata in testa.
Ficco nel mio povero cervello fritto ogni nozione possibile, ignara delle sue lamentele e delle pietose implorazioni da sovraccarico di RAM, come quando torni da una vacanza e devi far stare in valigia tutto quello che già avevi fatto fatica a comprimere all'andata, con le aggiunte dei classici souvenir del ritorno.
A sera, la testa mi si riempie di bizzarri fuochi d'artificio, che esplodono date, nomi, titoli, immagini, su uno sfondo che di tanto in tanto proietta l'immancabile "se solo avessi iniziato n-tempo prima a studiare...", con la voce della nonna che ribatte perentoria "se ce l'hanno fatta gli altri, perché non dovresti farcela anche tu?".
Mangio per inerzia - sia lode eterna al microonde e al suo inventore - bevo solo thè per scaldarmi, mi ricordo di innaffiare l'avocado perché mi fa compagnia in bella vista sul tavolo (è cresciuto un sacco, metterò le foto, prometto: l'ho chiamato Wally e gli parlo sempre, evidente sintomo di squilibrio mentale).
Già alle otto di sera bramo l'oblio del sonno e il caldo abbraccio del piumone, pur tremando all'idea di cosa potrei sognare nelle ore successive.
Sono così presa dallo studio che ogni tanto mi dimentico che mercoledì è il mio compleanno: per stavolta niente festa, e non dico nulla su un eventuale dopo-esame, tanto per scaramanzia.**



*Trattasi di Storia dell'Arte Moderna, che per gli addetti ai lavori corrisponde al periodo che va dal 1400 circa al 1700 circa: e per la sottoscritta equivale a sapere tutto di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Jacopo Bassano, Lorenzo Lotto, Giorgione, Bellini (padre e figli) - ho dimenticato qualcuno? Argh.

**Ma se lo passo...se lo passo...non ci voglio nemmeno pensare. Come anche non voglio pensare all'alternativa del "signorina, ci vediamo la prossima volta": in entrambi i casi, è meglio se evitate Venezia e Vicenza il 10 febbraio.